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La Langa di Fenoglio, nel centenario della nascita

di Antonella Calzavara|


Proseguiamo nella rievocazione, a cura di Antonella Calzavara, dell’opera letteraria di Beppe Fenoglio. Lo scrittore nasceva ad Alba il 1 marzo del 1922. Una vita breve, stroncata da un tumore ai polmoni. Fenoglio morì il 18 febbraio del 1963. La sua fama era destinata ai posteri. Ricordiamo le sue opere principali: I ventitré giorni della città di Alba, La malora, Primavera di bellezza, Un giorno di fuoco, Una questione privata, Il partigiano Johnny.

La vita in Langa è uno dei grandi temi dell’opera di Beppe Fenoglio. Alieno da idealizzazioni, lo sguardo dello scrittore scruta e mette in luce, con uno stile scabro ed essenziale, la miseria, la violenza dei rapporti umani, la fatica del vivere. E se i rapporti umani sono “rapporti di forza”, ciò è particolarmente vero nelle dinamiche servo-padrone o marito-moglie. È su quest’ultimo aspetto che ci si intende soffermare qui, focalizzando l’attenzione in particolare sul tema del matrimonio, oggetto di rappresentazione diretta e indiretta di alcuni racconti. Il tema del matrimonio

In La sposa bambina, Fenoglio descrive un fenomeno brutale, ancora vivo e operante in alcune parti del mondo, raccontando di come la piccola Catinina venga strappata al mondo dei giochi per sposare un diciottenne che aveva una corona di pistole sulla fronte, più schiena che petto, e certi occhi grigi duretti. Al matrimonio, cui Catinina, dopo un primo moto di ribellione, si arrende per la prospettiva di una veste nuova e dei confetti, Fenoglio non dedica che poche parole: il grosso della narrazione indugia sui primi giorni di matrimonio, per concludere in modo ellittico/riassuntivo con squarci della vita successiva. Lo sposo dà un curioso “voi”, a cui Catinina non riesce ad abituarsi; questo, e l’anarchia del riso a cui la bambina si abbandona durante la visita a un parente – dopo la scoperta del mare – ne scatenano la reazione violenta, seguita dal rituale pentimento; con spiazzante focalizzazione, la voce narrante ci dice: “Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano”. Dove riprende i suoi giochi, anche dopo essere diventata mamma per la prima volta (nove figli avrà Catinina, avverte il narratore onnisciente), cosicché il racconto può chiudersi circolarmente con l’esclamazione, pressoché identica in incipit e in chiusura: Lasciatemi solo più giocare questa bilia! Affetti e affari matrimoniali

Si concentra invece su un terzetto di invitati (lasciando del tutto fuori scena gli sposi) Pioggia e la sposa. Il protagonista-narratore ricorda la peggiore alzata di tutti i secoli della ‹sua› infanzia: al comando di una terribile zia, dotata di forza d’imperio e di immutabile coscienza del maggior valore dei propri pensieri e sentimenti a confronto di quelli altrui, ma che rivela nel finale anche una potenziale tenerezza e bontà, e insieme al cugino seminarista in tonaca, percorre sotto una pioggia torrenziale e un temibile temporale la strada che li separa da un paese dal nome “barbaro”, Cadilù, dove i tre arriveranno fradici e infangati, spinti solo dal miraggio del pranzo. Lo stesso di Agostino, voce narrante della Malora, quando si annuncia il matrimonio di Ginotta, la figlia del padrone, perché avremmo una buona volta allungato le gambe sotto una tavola che meritava. Terminati i preparativi, seguiti con attenzione maniacale dal ragazzino perennemente affamato, ecco un nuovo motivo di apprensione: gli invitati sono molti, e Agostino teme che non ci sia un posto a tavola per lui, che non è parente ma solo servitore. E invece il posto si trova e la padrona non gli fa “torto”. E non si tratta dell’unico matrimonio del racconto fenogliano: in un flashback Agostino ricorda come avvenne la promessa tra i suoi genitori, mentre la madre, Melina, era infuriata per un affare di robiole che non era andato troppo bene. E se si aggiunge questo episodio al resoconto della contrattazione di diversi sensali, in lotta tra loro, per l’affaire Ginotta, si comprende come i sentimenti non c’entrino nulla in queste faccende. In effetti la frase più significativa – che appartiene ancora al matrimonio di Ginotta – nella sua malinconica allusività è molto eloquente in questo senso. Quando la giovane sposa si offre di aiutare sua madre a sparecchiare, ottiene questa risposta: Ci mancherebbe altro! Ma tu non sai che giorno è questo per te. È il primo e ultimo giorno bello della tua vita, o povera Ginotta. Il primo e ultimo giorno bello di una vita. Il precedente articolo La Lezione di Fenoglio, nel centenario della nascita in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/02/model_ac-.pdf

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