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L'ultimo viaggio di Antonio Rossomando, "uomo del mare del Sud"

Aggiornamento: 27 mag

di Piera Egidi Bouchard


Ci sono alcune situazioni in cui un momento religioso appare investito dai connotati della “civil religion”. Queste sono state le esequie di Antonio Rossomando, un “principe del foro”, già presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino, dal 2001 al 2005. Il tempio della Gran Madre di Dio, una delle più storiche chiese cattoliche della città, che si staglia su una poderosa gradinata a fronte della piazza Vittorio Veneto, al di là del fiume, ai piedi della collina, ha accolto una numerosa folla, tra cui si distinguevano i banchi degli avvocati e avvocate del Consiglio dell’Ordine, in toga, con a fianco il loro stendardo, e vicino a una grande corona il Gonfalone della Città di Torino, rappresentata anche dalla capogruppo Pd in fascia tricolore, Nadia Conticelli. Introducendo con una omelia sobria e sentita il parroco, don Paolo (tutti lo chiamano semplicemente così), è stata poi la volta degli interventi, tra cui gli amici.

Ha parlato l’attuale presidente del Consiglio dell’Ordine, avv. Simona Grabbi, ed è emerso il ricordo dell’impegno  di Rossomando negli organismi di rappresentanza delle toghe, fin dalla fondazione, nel 1984, dell’Unione delle Camere Penali italiane.

Uomo del Sud, nato a Tropea e laureatosi a Palermo e lì abilitato all’esercizio della professione, legatissimo alle sue radici, Rossomando a metà degli anni ’60 si trasferì a Torino, sua città d’elezione, condividendone appieno – lui, uomo dai molti libri letti e spesso citati - la cultura: quella laica, progressista, quella della città di Gramsci e di Gobetti.  E nella sua scia si sono formati i figli, Matteo e Anna - ora vicepresidente in quota Pd del Senato - che a loro volta lo hanno pubblicamente e con emozione rievocato.

Tra chi lo ha ricordato, un giudice, uno storico, attuale presidente dell’Istituto della Resistenza, Paolo Borgna - studioso anche di un grande intellettuale che segnò la storia di Torino, Alessandro Galante Garrone - che ha sottolineato l’indicazione per l’avvocato data da Rossomando di “sapienza e intelligenza”, e l’importanza, la responsabilità di esercitare il “diritto di parola”, perché l’avvocato deve essere consapevole di “difendere i diritti”. E questo in anni difficili, gli anni ’80, contrassegnati dai processi per i gravi fatti di sangue e dalla polemica sui “pentiti”, in cui la difesa e l’accusa erano controparti opposte: “E’ in momenti difficili come questi  che è bello essere avvocati”- disse Rossomando durante un’udienza – e, osserva Borgna – “io ero sui banchi dell’accusa, lui della difesa, ma era come se lui parlasse a tutta l’avvocatura.”  

E che Rossomando riscuotesse la stima della controparte, lo testimonia la presenza al funerale del giudice Gian Carlo Caselli, così come di personalità del mondo laico, della politica e della cultura: tra questi Nino Boeti, presidente dell’Anpi, Andrea Bobbio, del direttivo del Centro Piero Gobetti, l’avv. Vincenzo Enrichens, che si formò alla scuola di Bianca Guidetti Serra, grande maestra di diritto e dei diritti.

Mi permetto qui una digressione strettamente personale: ho avuto con Anna e con suo padre – a cui era molto legata - rapporti professionali e di amicizia, e mai avrei immaginato che tanta stima e affetto vi fossero tra un combattente “uomo del mare del Sud” e un uomo altrettanto tosto delle “montagne del Nord”: con mio grande stupore ed emozione, infatti, la segretaria mentre uscivo dal tempio mi ha detto che la fotografia del pastore Giorgio Bouchard, che io avevo lasciato a ricordo in ufficio, l’avv. Antonio Rossomando la teneva sulla sua scrivania!

Simbolicamente la  toga piegata, da avvocato, è stata portata dai necrofori nel corteo dietro la sua bara: a Tropea, Rossomando sarà sepolto, vicino al mare, della sua giovinezza.


 

 

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