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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Vent'anni dopo la grande menzogna contro l'Iraq

di Germana Tappero Merlo

Esattamente due decenni fa, il 20 marzo 2003, iniziava la guerra in Iraq ad opera della “coalizione dei volenterosi”, a guida di Stati Uniti e di Gran Bretagna, e composta da una cinquantina di Paesi, solerti alleati.


Le vittime civili di cui non si parla: 580 mila

Fu un conflitto armato di per sé breve, con la destituzione e la cattura del Rais Saddam Hussein (giustiziato nel 2006), a cui seguì però una travagliata occupazione militare in un dopo conflitto lunghissimo e il ritiro delle forze statunitensi (dicembre 2011), senza aver raggiunto la stabilizzazione del Paese e di gran parte di quella regione, da cui drammatiche conseguenze ancora oggi visibili e tangibili. Sarebbero seguite, infatti, illusorie primavere arabe, una infinita guerra in Siria, la nascita dell’Isis, le sue pretese di Califfato con i genocidi di minoranze etniche e religiose, e un terrorismo di matrice jihadista che avrebbe sconvolto anche l’Europa: e sempre, nello sfondo, un Iraq destabilizzato, debole e scaricato dalla comunità internazionale occidentale che lo aveva consegnato, di fatto, a potenze regionali, in primis l’Iran, ma anche Qatar e Turchia, alle loro ambizioni per il dominio locale e l’egemonia di area, da cui inevitabili contenziosi politici e religiosi, con anche la soppressione degli oppositori, in particolare i curdi[1]. Un conflitto, quindi, ancora oggi attivo, dai costi umani e finanziari elevatissimi se, come si evince da uno studio appena pubblicato, le vittime civili, in questi vent’anni, sono state circa 580mila e l’esborso, passato e per il futuro (2050), per gli Stati Uniti, si aggirerà sui 3 trilioni di dollari[2], a conferma di una tanto criticata previsione già del 2008 di J. E. Stiglitz e L.J. Bilmes[3].


Colin Powell, il reo confesso

Quello in Iraq fu uno dei tanti conflitti del secondo dopoguerra iniziati e giustificati da bugie: dall’incidente del Golfo del Tonchino nel 1964, che diede il via alla guerra americana in Vietnam, sino alla bufala orchestrata ad hoc dei neonati strappati dalle incubatrici dai militari iracheni nella prima guerra del Golfo (1990) e poi ai lager in cui i serbi avrebbero ammassato migliaia di albanesi (1999), e così via. Solo alcuni esempi, perché molte altre frottole pro-intervento bellico seguirono nei decenni successivi.

Quello in Iraq fu però il primo conflitto in cui chi ci mise la faccia per scatenarlo, avrebbe in seguito ammesso la menzogna: era il Segretario di Stato Colin Powell che, in una sessione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu del febbraio 2003, aveva accusato il dittatore iracheno di possedere armi di distruzione di massa e di poterlo anche dimostrare, contraddicendo addirittura indagini internazionali[4], salvo poi ammettere in seguito, accollandosi lui solo una colpa collettiva nazionale per una guerra preventiva, che non lo era affatto. Tutto era stato inventato. “È una macchia. Io sono colui che ha agito in nome degli Stati Uniti e questo sarà parte della mia storia. È doloroso.”[5], avrebbe affermato in seguito in un’intervista alla ABC News.


Il ritorno in grande stile della dezinformacija

E oggi, nell’anniversario a vent’anni esatti dall’inizio di quel lungo, sanguinario e penoso conflitto iniziato anche con quell’inganno, si sta disquisendo e puntando il dito con accuse di disinformazione da parte del nemico del momento, quello russo, colpevole certamente della guerra di invasione in Ucraina, ma come se la trasparenza e l’onestà fossero prerogative esclusive di questa parte di mondo.

Andando un po’ oltre il noto aforisma che “in guerra la prima vittima è la verità”, si sa che c’è anche molta propaganda, il cui reale obiettivo è quello di mascherare gli intenti, quelli veri, più ostici e difficilmente accettabili dalla propria opinione pubblica, per trasformarli in ideali per cui mandare a combattere e a morire i propri connazionali. Tuttavia, ora non manca occasione di rievocare il vizio di dezinformacija di sovietica memoria, a cui vengono affiancate le più moderne aktivnye meropriyatiya, le manovre di interferenza, compresi gli attacchi informatici all’Occidente messi in campo dal Cremlino. E poi ci sono i troll che con gli hacker al soldo di Mosca compongono quella fabbrica russa di false informazioni e maskirovka, che è poi l’inganno, la cui influenza è determinante per l’infowar russa, potente e non a caso deviante[6].


L'urlo contro il Male assoluto, ossia il nemico di turno

Tuttavia, ed è bene evidenziarlo, con il conflitto in Ucraina si sta andando molto oltre: è infatti anche la Prima guerra mondiale informatica, dove la rete internet diffonde così tante menzogne dall’una come dall’altra parte, da far ora diffidare l’opinione pubblica delle istituzioni e delle versioni ufficiali circa fatti, protagonisti, morti in battaglia, stragi, assalti, ritirate strategiche, avanzamenti e, in ultimo, anche i sabotaggi. Tutto viene messo in dubbio per una logomachia propria di questa guerra che è faglia epocale per la storia militare contemporanea e breccia impetuosa per la geopolitica dei nostri tempi.

Chi pratica la logomachia mira, infatti, ad imporre il proprio vocabolario e ciò che vuole dimostrare come giustificazione per l’aver scatenato o partecipato a un conflitto, e il tutto si risolve in una battaglia per l’affermazione di significati prefissati alle parole, diversi o estensivi rispetto a quelli originali. E la sua efficacia deriva dal sistema di pensiero di cui è figlia[7]. Così vi sono guerre urlate contro il Male assoluto che, poi, improvvisamente diventano mute, anche simbolicamente, come l’Afghanistan contro i talebani e l’al-Qaeda del dopo 11 settembre 2001, oppure l’Iraq del 2003, appunto, contro il dittatore Saddam e per la presunzione di esportare la democrazia; perché, poi, di fatto, entrambi quei Paesi sono stati abbandonati al dispotismo e al caos.


"Dialogo" e "Pace", parole svalutate

Perché le guerre sono diventate sempre più iconiche ma altro rispetto ai veri obiettivi politici e strategici che le scatenano. Era già accaduto, per l’Occidente, proprio con la guerra in Afghanistan giustificata per “legittima difesa e lotta al terrorismo”; poi, appunto, quella in Iraq, per “le armi di distruzione di massa e l’esportazione della democrazia”, o ancora prima per quelle in Bosnia e Kosovo, per un “dovere d’ingerenza”, o per quella nel 2011 in Libia, intesa come “guerra umanitaria a protezione di una minoranza” e ora, nel 2022, in Ucraina, “per aiutare un Paese invaso dall’invasore”.

C’è una parte di verità certamente ma, e da sempre, si finisce per favorire lo slittamento di significati da altro rispetto all’obiettiva realtà: in Ucraina è accaduto per “resistenza”, “partigiano”, “genocidio” fino alle stesse parole “dialogo” e “pace”, che non possiedono più il loro semplice ed originale significato, ma risultano spuri e marcatamente troppo soggettivi, radicalizzati su posizioni estreme al punto da non dare alcun spazio al compromesso.

Ne è seguito, e continua, un esasperato dibattito su questo conflitto e quel vaniloquio dominante i confronti pubblici in ogni dove, a testimonianza del trionfo, appunto, non della verità ma di una logomachia che però, di fatto, produce il blocco delle decisioni, non quelle militari che proseguono impietose, ma quelle diplomatiche e di dialogo. Inevitabile che, citando Kundera, “chi domina la forza segreta che emana dai simboli può anche conquistare le anime”. Difficile però, poi, ritornare sui propri passi. Per cui non dovrebbero meravigliare le parole di un J. Borrell per cui “l’Europa continuerà a preferire il dialogo all’ostilità, la diplomazia al conflitto” ma, al contempo, “noi dobbiamo puntellarli con la forza. Noi dobbiamo imparare il linguaggio della forza” [8]. Ed è questo lo scenario che abbiamo di fronte per i prossimi mesi, se non anni. Il rischio, però, è lo svilimento del diritto internazionale e l’evirazione della diplomazia perché così, di fatto e nel lungo periodo, sarà l’etica della potenza che si imporrà su quella del dialogo[9].


Il falso preferibile al vero, sempre o quasi sempre

Dovrebbe essere evidente, infatti, che la disinformazione, come l’inganno e la paura, sono soldatini sempre presenti, leali e ubbidienti, di tutte le guerre e, sia chiaro, per ogni parte combattente, mai nessuna esclusa. Come non dobbiamo illuderci di combattere a fianco degli ucraini per ripristinare dei diritti, perché le guerre, oggi come in tutta la storia umana, ridefiniscono solo ed esclusivamente nuovi poteri, non illudiamoci ora di essere informati, perché siamo in guerra e la guerra è, da sempre e per tutti, solo disonestà.

E la spiegazione è semplice, perché l’isteria bellica, che non ha mai escluso nessuno, porta sempre all’odio che deforma la conoscenza che, già in tempo di pace, è compartimentata e spesso decontestualizzata[10]. Senza scomodare le già abusate citazioni di Sun Tzu, Kautilya e Machiavelli sul ruolo delle informazioni e dell’inganno per la guerra di un Principe o un governante, è la tecnologia ora che aiuta chi è al potere a portare avanti le proprie ragioni, giuste o sbagliate che siano, là dove gli algoritmi di tutti i sistemi, nessuno escluso, anche quelli occidentali, prediligono notizie sensazionali ma false rispetto a quelle vere ma banali, per cui la verità, come la ragione e la moderazione, vanno in crisi. Perché è strategia dell’inganno, di chi è al potere e in tempi difficili come quelli bellici, manipolare e controllare le informazioni, che non devono essere credute ma solo ribattute e rilanciate in rete più e più volte, ed essere così diffuse per occultare e confondere fatti e responsabilità, arrivando a sfiancare il pubblico con così tante notizie da stravolgerne i filtri critici.


Il dominio del pensiero meccanicista

È l’infodemia degli ultimi anni, in cui si alternano la paura e la messa in pericolo della pace sociale; così facendo, però, emergono dominanti se non trionfanti lo scetticismo e una buona convinzione di complottismo da parte dell’opinione pubblica. E tutto ciò non è un fenomeno privo di rischi, anche per chi è al potere.

Mai come ora, infatti, vi è il dominio di un pensiero meccanicista, lineare e incapace di concepire la complessità dei fenomeni, per cui mentre si esulta per essere entrati nella società della conoscenza, di fatto, non ci si rende conto di essere sprofondati nell’illusione di possedere i mezzi giusti e adeguati del sapere. Era già successo nell’ultimo decennio, con le guerre di Libia e Siria-Iraq, di fronte ai loro scenari contorti per via dei molteplici soggetti coinvolti e delle loro alleanze a geometria variabile. E poi perché scetticismo e sfiducia verso il potere, con buona dose di complottismo, sono già prerogative in tempo di pace, e lo si è visto con la crisi planetaria, enorme e multidimensionale, dovuta alla pandemia da Covid; perché meravigliarsi che capiti nuovamente, ora, in pieno conflitto ucraino, per quel popolo, per la Russia, così come per questa parte di mondo che, comunque, in quella guerra ne è pienamente, anche se non ancora consapevolmente, coinvolta?


Ucraina: devitalizziamo il fanatismo di parte

Il rischio, o l’inevitabile destino, sta tutto in una parola presa a prestito, tra l’altro, dalla tradizione popolare di favole ucraine, che è poluda, che descrive l’azione del diavolo che si diletta ad offuscare, con una sorta di cataratta, gli occhi di chi vuole ingannare, finendo però sovente vittima egli stesso di questa sua trappola. Visti i fallimenti, le lunghe scie di sangue, gli effetti perversi di bugie pro-guerre preventive, come nell’Iraq di un ventennio fa, appunto, o quelle difensive o umanitarie che seguirono, il timore di incorrere in una poluda dovrebbe se non far terminare quel terribile conflitto in corso, almeno smorzare il fanatismo di parte, anche di quella fetta di Occidente oltremodo partigiano ed interventista ad oltranza. Perché da sempre le guerre sono arroganza e menzogna. Non si salva nessuno. Ripresa del dialogo, quindi, perché non accada ancora, un’altra volta, come è accaduto vent’anni fa con quella scellerata invasione dell’Iraq fondata sull’inganno, che la storia ignori la propria memoria.


[1] https://www.laportadivetro.com/post/erdogan-dal-fuoco-siriano-alla-brace-della-libia; https://www.laportadivetro.com/post/la-libia-e-la-trappola-di-tucidide [2] https://watson.brown.edu/costsofwar/papers/2023/IraqSyria20 [3] J.E. Stiglitz, L.J. Bilmes, The Three Trillion Dollar War , New York 2008 (tra.it. Torino 2009). [4] H. Blix, Disarmare l’Iraq. La verità su tutte le menzogne, Torino 2004. [5] https://www.nytimes.com/2021/10/18/us/politics/iraq-war-colin-powell.html [6] M.F. Ottaviani, Brigate Russe. La guerra occulta del Cremlino fra troll e hacker, Milano 2022. [7] F. Bigazzi, D. Fertilio, S. Germani, Bugie di guerra. La disinformazione russa dall’Unione Sovietica all’Ucraina, Milano 2022, pp.187-192. [8] G. Sarcina, Il mondo sospeso. La guerra e l’egemonia americana in Europa, Milano 2023, p. 144. [9] https://www.laportadivetro.com/post/l-editoriale-della-domenica-salvare-il-dialogo-per-salvarsi-dall-etica-della-violenza. [10] E. Morin, Di guerra in guerra. Dal 1940 all’Ucraina invasa, Milano 2023, p.38.

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