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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Guerre, interessi economici e l'attentato a Fico

di Emanuele Ruffino e Germana Zollesi



L’attentato al premier slovacco Robert Fico è solo l’ultimo di una serie di episodi che condiziona la vita delle moderne nazioni, partendo dal presupposto che c'è chi intende la politica anche come “libertà” di uccidere l’oppositore politico. Non a caso, con Fico ancora sospeso tra la vita e la morte, qualcuno sui social augura la stessa fine al premier polacco Tusk e c'è chi si accoda al medesimo augurio in Belgio per i politici locali...

Certo, guerre e scontri politici violenti non sono rari e la storia d'Italia ne è punteggiata: dall’attentato a Umberto I di Savoia, da parte dell’anarchico Gaetano Bresci (1900), all’ormai dimenticato attentato di Luigi Preiti (28 aprile 2013) che nel tentativo di uccidere qualche ministro a Roma, ferì gravemente il brigadiere dei carabinieri Giuseppe Giangrande, e nel mezzo ricordiamo il gesto di Mehmet Ali Ağca di cui fu vittima il 13 maggio 1981 Giovanni Paolo II. Tuttavia, ed è l'elemento che vede impotenti le società moderne, sono sempre più frequenti le esplosioni di casi di violenza dove è difficile individuarne la finalità.

I social hanno sicuramente accresciuto il senso di onnipotenza dei singoli che dal confronto nell’agorà, dove si percepiva quotidianamente che la propria idea non era l’unica che avesse diritto di espressione, si è passati ad un mondo virtuale dove il proprio parere può navigare senza trovare consensi o critiche, ma soprattutto senza necessità di confronto.

Personaggi come Fico (vittima) e Centula (attentatore) sono l’espressione di questo decadimento: la posizione politica del premier Fico, inizialmente comunista, poi socialdemocratico ed infine ultranazionalista è espressione di come gli atteggiamenti opportunistici capaci d’interpretare la “pancia” della gente, possano risultare elettoralmente vincenti. Dal lato opposto, il suo attentatore, che le cronache definiscono "un poeta pacifista", compie un atto di brutale violenza a dimostrazione di come alcuni slogan sono più atteggiamenti effimeri che non reali contributi a migliorare la convivenza civile.

Il mondo virtuale premia l’apparire a discapito della sostanza, per cui diventa importante definirsi pacifista o ripetere slogan che inneggiano alla pace, ma poi si dimostrano scarse capacità nel realizzare detti obiettivi, anzi si sfruttano i sentimenti umanitari semplicemente per qualche vantaggio elettorale o d’immagine fino al punto che certe manipolazioni delle notizie diventino funzionali non ai nobili fini dichiarati, ma a interessi contingenti di basso cabotaggio.

Sicuramente non giova il continuo trasformismo politico che contraddistingue l’attuale contesto, dove la caduta delle ideologie ha dato spazio al risorgere dei nazionalismi più esasperati generati anche da maldestri tentativi di proporre unioni non coincidenti con uniformità di stili sociali, come il tentativo di portare la Turchia nell’Unione Europea.

Un aspetto positivo è dato dal fatto che oggi, a seguito dei processi di globalizzazione, le guerre non si fanno più per ragioni economiche - si è tornati al vecchio concetto di espansione e tutela dai confini - e si evitano per dominanti interessi commerciali: è questa forse la spiegazione del mancato attacco di Pechino a Taiwan, più volte minacciata non solo a parole, ma con operazioni militari navali e aeree, o i limiti "imposti" alla guerra in Ucraina da parte della Russia che non potrebbe sostenere contemporaneamente anche le sue "attenzioni" ai Paesi Baltici, nonostante le forniture d’armi provenienti da Iran, Corea del Nord e Cina. Il ruolo dell’opinione pubblica, decisivo nel porre fine alla guerra in Vietnam (1975), non è determinante in altri Paesi che, all'opposto, la sfruttano per indebolire le capacità di reazione dei Paesi democratici. 

In proposito, è davvero impressionante come Paesi con nessun rispetto di regole democratiche e diritti umani, riescano a creare situazioni di tensione all'esterno. Ne sono uno straziante esempio i tre cadaveri tra cui quello di Shani Louk: presa da Hamas al rave il 7 ottobre, e usata come possibile merce di scambio quando già erano morti. La notizia non è apparsa sui "media" dei fornitori di armi di Hamas, e forse non avrebbe neanche provocato significative reazioni (o peggio, come è successo dopo l’attentato alle Torri gemelle, può provocare compiacimento), in compenso il gioco perpetrato sugli ostaggi ha condizionato significativamente il dibattito e le scelte dei paesi democratici, generando profondi contrasti nell'opinione pubblica, dall’occupazione delle Università, all’utilità delle sanzioni.

Se tanto rancore e odio non esplode al di fuori di limitati teatri di guerra e singoli casi di violenza, ha una sua ragione nelle interrelazioni ancora predominanti che si sono create tra le potenze economiche, per cui risulta conveniente continuare a confrontarsi su scenari bellici limitati e sfiancare l’avversario con una guerra di nervi, dove però la partita sembra svilupparsi solo da una parte, quella sottoposta ai vagli elettorali. Dall’altra, la censura, le morti sospette di alcuni giornalisti e la capacità di manipolare l’informazione rendono più complessa l’elaborazione di una coscienza collettiva.

Atene non vinse su Sparta e forse l’Occidente non ha la forza, anche a causa delle proprie contraddizioni interne, per debellare le dittature. Però, e in questo caso è un "però" positivo, continua ad avere i giusti anticorpi per continuare a credere nella democrazia e nell'eguaglianza dei diritti, e ha sviluppato un modello di convivenza civile e di condizioni di lavoro che permette uno sviluppo culturale ed economico ad oggi superiore ad ogni altra soluzione. La rinuncia a guerre su più larga portata, solo per ragioni economico-finanziarie (anche se sempre più frequentemente inficiata da sequestri di industrie e beni di altri Paesi sembrano contraddire questa linea) certamente non rappresenta un modello ideologico di grande valore ma, si spera, ci salverà da ulteriori disastri.

 

 

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