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L'Editoriale della domenica. Democrazia, informazione e pensieri da condividere

Aggiornamento: 14 minuti fa

di Michele Ruggiero


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Francesca Albanese, cui si deve riconoscere il merito di avere contribuito a svelare l'ipocrisia costruita per negare il genocidio perpetrato nella Striscia di Gaza, è nuovamente salita sull'ottovolante mediatico con il suo commento sull'irruzione violenta e distruttiva di più decine di giovani facinorosi penetrate all'interno del quotidiano La Stampa, proprio nel giorno di sciopero per il rinnovo del contratto dei giornalisti, che la maggior parte degli editori vorrebbe letteralmente congelare sine die.

Si dirà che sono problemi suoi, di Francesca Albanese. Non è del tutto vero. Anzi. Sono anche problemi nostri, se le sue irruzioni verbali spostano nell'ombra questioni centrali per la democrazia come il valore e il posto che una società libera riserva all'informazione e ai suoi garanti, a beneficio di pensieri personali che prendono forma come bombe ad orologeria, per poi lasciare per strada nient'altro che detriti confusi, frammenti di verità sostanzialmente autoreferenziali.

Riportiamo le parole della Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi pronunciate dal palco di Rebuild Justice: "è necessario che ci sia giustizia per quello che è successo alla redazione. Sono anni che incoraggio tutti quanti, anche quelli più arrabbiati, la cui rabbia comprendo e credetemi anche la mia, che dico bisogna agire così" con le mani alzate "non bisogna commettere atti di violenza nei confronti di nessuno, ma al tempo stesso che questo sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione".

In un recente passato, nell'ottobre scorso, Francesca Albanese non ha lesinato uno sbuffo di gratuita supponenza verso il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, con quell'onnipotente "ti perdono", pronunciato per accentuare la denuncia del genocidio a Gaza, salvo fare poi retromarcia, chiedere scusa e attendere (lei) il perdono dell'opinione pubblica. In altre occasioni, non si è sottratta a esprimere la sua evidente irritazione per le posizioni assunte sulla orribile situazione palestinese dalla senatrice a vita Liliana Segre.

Francesca Albanese, come purtroppo altre persone che godono per il loro ruolo prestigioso di permanente richiesta all'esposizione mediatica, si esprime in prima persona con uno stile autocentrato che non lascia dubbi sulla propria alta considerazione di sé. A conferma di ciò, ha reagito alle critiche che le sono piovute da più parti e, stizzita, ha invitato l'informazione, colpevole di volerla affossare, a vergognarsi, sostenendo che "la violenza anche dentro a un sistema violento finisce per rafforzare il sistema che ci opprime".

Vero. A maggior ragione, perché non provare almeno a partire dal fondo del ragionamento e affrontare direttamente la critica al sistema, enumerandone le violenze che colpiscono e subiscono proprio i giornalisti. E non parliamo soltanto di chi rischia la vita sui numerosi fronti di guerra, e in tantissimi ne sono rimasti vittima, soprattutto a Gaza, ma anche di coloro che pagano con la prigione per il loro dissenso a regime autocratici, e della maggioranza che si dedica quotidianamente al mestiere con civica passione per confermare la dignità della professione e l'autorevolezza del ruolo dell'informazione in un sistema democratico.

A Francesca Albanese non dovrebbe sfuggire che l'erosione della credibilità dell'informazione non è direttamente proporzionale all'impegno dei giornalisti, perché sarebbe negare in primis la complessità del nostro mondo editoriale che si nutre di intrecci politici, finanziari ed economici non estranei alle redazioni, che restano comunque il presidio più direttamente vicino ai cittadini nella ricerca, anche se imperfetta, della verità. Una ricerca che fa da controcanto e spesso da contrasto a chi pretende di incarnare la verità con le proprie affermazioni dall'alto del suo potere o del suo ruolo.

Ai giornalisti, che fanno il proprio lavoro, occorre piena solidarietà. Non è tempo di vie di mezzo o di terre di mezzo, senza che per questo sia necessario evocare drammatiche locuzioni del passato, come "né con lo Stato, né con le Br". È sufficiente, se si rimane a Torino, eliminare ogni forma di collusione con l'esercizio della prepotenza e spegnere la luce dell'ambiguità con quell'area del dissenso che mira a seminare livore e risentimento, rinunciando, tra l'altro, a favorire i propositi di dialogo politico che sono comunque al suo interno e alla sua portata, e che sono emersi negli ultimi anni nel rapporto con le istituzioni.

I giornalisti, e non si tratta di una mera difesa d'ufficio, alle prese con un complicato rinnovo contrattuale di una categoria che nell'ultimo decennio ha modificato anche le sue sensibilità e antenne sindacali, e non soltanto per il passaggio tumultuoso a causa di prepensionamenti e licenziamenti da una generazione all'altra, non meritano gratuite picconate, anche se scagliate magari per nobili fini, destinate in ultimo a sollevare solo sterili polemiche da usare come distrazione di massa. Cosa che puntualmente sta avvenendo all'indomani delle dichiarazioni di Francesca Albanese. E, nel caso dei giornalisti de La Stampa, non è peregrino ricordare che si ritrovano a fare i conti con una crisi identitaria anche collegata al definitivo distacco, se non abbandono, della Famiglia dalla città, dopo l'alienazione del patrimonio industriale.

Ora, c'è un rischio che la democrazia non può assolutamente permettersi di correre in un mondo che si scontra sempre più con le armi e con la riduzione di spazi di conciliazione: è quello di rinunciare a un pensiero articolato che dia dignità anche al punto di vista degli altri, senza prevenzioni, per evitare che prevalga lo spirito tossico di contrapposizione politica semplificando i problemi. Un metodo che porta ad assumere le proprie dichiarazioni come verità assolute e speculari alle posizioni avversarie. È la logica del muro contro muro che azzera il dialogo, che lo riporta all'età della pietra, che spegne il desiderio di partecipazione alla vita comunitaria.

L'astensionismo è il figlio primogenito di questa assenza di pensiero condiviso, seppure talvolta nella diversità di posizioni.



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