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Joe Biden, l'Esopo del Terzo Millennio

di Menandro


L'informazione è concorde o quasi: dall'Università di Vilnius, in Lituania, dove ha tenuto un discorso a conclusione del vertice Nato, il presidente americano Joe Biden è uscito ulteriormente rafforzato rispetto a chi, soltanto poco meno di due anni fa, considerava l'Alleanza Atlantica un orpello militare, per di più in evidente stato comatoso. E qui, con la signorilità che lo contraddistingue, salvo gaffe à la carte che lo rendono comunque particolarmente popolare e umano, il favolistico Biden non si è risparmiato nel "ringraziare" il nemico Vladimir Putin per la straordinaria opportunità che ha reso agli Stati Uniti di imbarcarsi per procura in una guerra di logoramento contro la Russia. Infatti, da diciotto mesi o quasi, è sul terreno ucraino che i leader democratici, sono parole di Biden, hanno mostrato la dovuta reazione all'ignobile gesto dell'invasione russa e, contrariamente a quanto pensava Putin, la Nato si è rivelata più forte, energica e più unita che mai. Infine, con un gesto ad effetto alla John Wayne, ha estratto la sua Colt 45 con la battuta in canna ed ha chiosato, indifferente a tutte le contraddizioni, le invasioni di campo, gli interventi militari in paesi stranieri, il sostegno a colpi di stato militari, il genocidio dei nativi americani, i bombardamenti su paesi neutrali, che hanno dominato la storia degli Usa e della Nato e che tanto rassicurano i suoi alleati: "la difesa della libertà non un lavoro di un giorno o di un anno, è la vocazione della nostra vita. Di sempre”. Applausi senza titoli di coda. Un presidente Usa non può essere messo in imbarazzo, soprattutto se ha dimostrato di saperlo fare da solo.

Come quando ha chiamato confidenzialmente Vladimir il presidente Zelensky, già irritato per il mancato invito nella Nato. Lo stesso Zelensky che, sempre e rigorosamente in nome della democrazia, sogna anche in Occidente una legge marziale, pari a quella imposta in Ucraina, per ricevere a comando e senza discussioni, le sue richieste di nuove armi: ieri le bombe a grappolo concesse dagli Usa per favorire il potenziale della controffensiva; oggi gli F-16, per assicurarsi il regno, pardon il dominio dei cieli, e magari assicurarlo anche a tutti noi, ma per l'eternità, dal momento che il ministro degli esteri russo Lavrov, considera l'eventualità una minaccia nucleare per il suo paese; domani i missili a lungo raggio con cui colpire Mosca e assicurarsi in un colpo solo la vittoria e chiudere il fascicolo della Russia. Si deve riconoscere a Zelensky una capacità di persuasione condita da un'affettata superbia mista a vittimismo in un saliscendi di soddisfazione e irritazione mai così ben riuscita a nessun altro leader. Se non la cosa non fosse già nota, avrei detto che è un attore.

Ma, pose a parte di Zelensky, Joe Biden è consapevole che con l'uscita dal coma della Nato, le sue azioni sono cresciute a dismisura in tutti gli ambienti del complesso militare-industriale-finanziario, di quelle lobby cui guardano in Europa con rinnovata rêverie anche gli amministratori di quei partiti che hanno il potere di condizionamento in prospettiva delle elezioni del prossimo anno. Nulla è per caso. Né è per caso che l'affabulatore Biden, novello Esopo del Terzo Millennio, imponga le sue favole a un'Europa incapace di uscire dallo schema manicheo in cui il mondo viene diviso in "buoni e cattivi", azzerando qualunque analisi critica degli scenari prima, durante e dopo.

Facile domare un'Europa cenerentola che ha abdicato alla sua sovranità politica, alle sue storiche capacità di mediazione e che ha rinunciato del tutto e colpevolmente a quella visione europeista di pace, visione riluttante alle prove di forza che l'ha guidata dal 1945, dalla sconfitta del nazifascismo. Quell'idea coerente e condivisa che era sì nell'unità, ma non nell'unica e unilaterale forma disposta dagli accordi dell'Alleanza Atlantica a trazione Washington-Londra, e che rivendicava con orgoglio, anche nelle profondità oscure della Guerra fredda, anche la libertà di avere paura, se la paura assumeva il sembiante di un potente deterrente a salvaguardia e a protezione di pericolose avventure, di un bellicismo a uso e consumo dei più forti e a danno dei popoli che credono nella convivenza civile, a differenza dei nazionalismi, veleni che propinano loro a dosi massicce i governanti da secoli.

Ora, da greco come Esopo, so bene che radicalizzare l'ironia su Joe Biden si rischia di essere fagocitati da un anti-americanismo allo stato puro senza via d'uscita. Tuttavia, se il presidente americano in tutti questi mesi non ha mai pronunciato parole di pace o riferimenti a possibili negoziati, se si è disinteressato costantemente di tutti gli sforzi di Papa Francesco per cercare una via pacifica, il sospetto che consideri i Paesi europei al servizio di una sola causa, quella dell'America, non è peregrino. Del resto, è chiaro che l'America sia impegnata in uno scontro epocale per la sopravvivenza del proprio sistema economico e dell'American way of life che l'Occidente non può mettere in discussione. La cartina di tornasole non è soltanto la guerra in Ucraina, ma l'altra guerra che gli Usa combattono da decenni contro l'ambiente, rifiutando di sottoscrivere gli accordi sui mutamenti climatici.

Lo si sapeva da tempo, ma ripassare le disposizioni del Faro della democrazia non è mai una perdita di tempo se si è animati dalla speranza che la luce in fondo al tunnel non sarà quella dell'Atomica.

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