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Israele-Hamas: il manzoniano Azzeccagarbugli che vive in Antony Blinken

Aggiornamento: 14 mag

di Stefano Marengo


“Israele sta uccidendo troppi civili”, ha dichiarato nel fine settimana Antony Blinken (da stamane a Kiev). Il Segretario di Stato ha poi aggiunto che “ancora manca un piano per il dopoguerra a Gaza”. A volerla prendere con finta ironia, per la gravità dell'argomento e delle implicazioni per migliaia di palestinesi, si dovrebbe presumere che le informazioni, nei palazzi del potere statunitense, compiano percorsi piuttosto tortuosi. Quale sia la situazione politica e militare in Israele-Palestina è noto da mesi a tutti i dirigenti e funzionari del Dipartimento di Stato, e forse un’idea se la sono fatta pure stagisti, inservienti e magazzinieri, per non dire dei comuni cittadini di passaggio di fronte al Truman Building. La notizia è che alla fine – meglio tardi che mai – sembra essersene accorto lo stesso Blinken.

Tuttavia è piuttosto avvilente che il capo della diplomazia americana se ne esca con affermazioni che per l’opinione pubblica mondiale hanno da tempo il carattere dell’evidenza. Si vuole forse comunicare che da adesso in poi gli USA eserciteranno maggiori pressioni su Israele? Possibile, anzi probabile, visto che Biden sembra aver capito che, avanti di questo passo, avrà ben poche chances di essere rieletto a novembre. Certo è che tale aggiustamento di rotta fa apparire in una luce ancora più negativa il sostegno “incondizionato” garantito da Washington a Tel Aviv nei mesi appena trascorsi. Peggio ancora, è la certificazione dell’inadeguatezza di una classe dirigente americana che vorrebbe riaffermare il dominio unipolare degli USA ma che poi, in concreto, non è in grado di governare le relazioni con un alleato che dipende in tutto dal sostegno politico, militare e finanziario di Washington.

Blinken non è nuovo a uscite incongrue. All’indomani del 7 ottobre, in visita ufficiale in Israele, dichiarò in conferenza stampa di essere lì “come ebreo”. Affermazione anche comprensibile da un punto di vista morale, ma più che problematica, per usare un eufemismo, dal punto di vista politico. In quel momento, infatti, fu come se Blinken avesse posto in secondo piano il suo ruolo di responsabile degli affari esteri della principale potenza mondiale a vantaggio del legame sentimentale con la propria identità culturale-religiosa. Netanyahu, ieri contestato in piazza da oltre centomila persone, che quanto ad abilità tattica ha pochi rivali, fu lesto nell’approfittare di questa e altre ambiguità dei governanti americani, ottenendo da Washington carta bianca per distruggere Gaza. Per esempio, nel 1963, il famoso «Ich bin ein Berliner», "io sono un berlinese", pronunciato dal presidente americano John Fitzgerald Kennedy a Berlin ovest, aveva avuto una eco ben diversa come sostegno ai berlinesi nel clima della Guerra Fredda e dopo la costruzione del Muro...

In questi sette mesi è successo di tutto. Non solo la Corte internazionale di giustizia ha accolto il ricorso sudafricano contro Israele, che dovrà essere giudicato per genocidio, ma negli stessi ambienti governativi americani sono circolati rapporti confidenziali che mettevano in guardia i vertici politici su come Israele stesse effettivamente infrangendo il diritto internazionale e umanitario. Si è giunti addirittura al punto di vedere funzionari di Pentagono e Dipartimento di Stato rassegnare le loro dimissioni per non essere partecipi, e in qualche modo complici, dei crimini che Israele stava commettendo e gli Stati Uniti avallando. Ma nulla di tutto ciò aveva finora scalfito l’inerzia dell’amministrazione Biden.

A cambiare le carte in tavola ci sono adesso le elezioni sempre più incombenti e la perdita di consenso per i democratici resa di plastica evidenza dalle occupazioni dei campus universitari. Da qui il tentativo affannoso di correre ai ripari e aggiustare il tiro. Anche in questo caso, tuttavia, la chiarezza non sembra essere di casa a Washington, anzi l’ambiguità pare assurta a linea di azione strategica. Venerdì scorso, ad esempio, riferendo al Congresso, ancora Blinken ha dichiarato che Israele è in “potenziale violazione del diritto internazionale”, ma “formalmente” non ci sono ancora riscontri; ciononostante, ha aggiunto subito dopo, vista la dipendenza di Israele dalle forniture di armamenti americani, “è ragionevole ritenere che tali armamenti siano stati usati dall’Idf, a partire dal 7 ottobre, in modi incompatibili con gli obblighi imposti dal diritto internazionale umanitario o con le migliori pratiche per mitigare i danni ai civili” (in tale contesto va letta la decisione della Casa Bianca di “sospendere” un carico di armi destinato a Tel Aviv).

L’unica cosa degna di rilievo, nella pedanteria di simili dichiarazioni, è il talento da Azzeccagarbugli manzoniano di cui il Segretario di Stato dà prova sostenendo una tesi e il suo contrario, nel tentativo, a questo punto abbastanza disperato, di tenere insieme la fedeltà ideologica ad Israele e una realtà che sta presentando un salatissimo conto politico. E non solo per gli Stati Uniti.


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