top of page

ISRAELE-HAMAS. Il cessate il fuoco non basta: per la pace serve una visione politica nuova

di Stefano Marengo

Nel momento in cui scrivo, ma si tratta di cifre in continua ascesa, purtroppo, il conto delle vittime dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza indica oltre 9.000 morti (tra cui almeno 4.000 bambini) e 32.000 feriti. Quello che si sta consumando sotto i nostri occhi è un massacro che ha indotto diverse organizzazioni internazionali ed eminenti studiosi – tra cui diversi esperti della Shoah – a parlare di esplicite intenzioni genocide da parte del governo di Israele.[1] A questo si aggiunge un altrettanto esplicito disegno di pulizia etnica: a confermarlo è, suo malgrado, il ministero dell’intelligence israeliano, che in un documento reso pubblico dalla stampa raccomanda il trasferimento forzato dell’intera popolazione gazawi (2,3 milioni di persone) nella penisola egiziana del Sinai.[2] Per il popolo palestinese è un incubo che continua e che oggi più che mai riporta alla memoria gli orrori della Nakba, la “catastrofe” che nel 1948 vide le truppe israeliane espellere dalla Palestina storica metà della popolazione indigena e radere al suolo circa 500 villaggi.

Tuttavia, se la furia del governo Netanyahu (a cui oggi partecipa anche Benny Gantz, che di Netanyahu era il principale rivale) riapre ferite profonde che non si erano mai davvero rimarginate, essa sta anche producendo una reazione inedita e inaspettata da parte delle opinioni pubbliche di Europa e Stati Uniti, ossia nei paesi che sono da sempre i più fedeli alleati di Israele. Mi riferisco alla sorprendente partecipazione che in tutto l’Occidente stanno avendo le manifestazioni di solidarietà nei confronti del popolo palestinese. Sabato 28 ottobre a Londra hanno marciato oltre 500mila persone, mentre mobilitazioni spontanee di massa si sono registrate anche in paesi come Francia e Germania in cui le autorità hanno provato in tutti i modi a metterle al bando. Fatto ancora più significativo, negli Stati Uniti le manifestazioni per la Palestina hanno tra i propri promotori e protagonisti migliaia di ebrei antisionisti, per lo più appartenenti all’organizzazione Jewish Voice for Peace, che non hanno esitato a intraprendere significative azioni dimostrative, prima occupando l’atrio del Campidoglio di Washington, poi organizzando un sit-in che ha bloccato la Grand Central Station di New York, infine contestando direttamente, e platealmente, il presidente Joe Biden, il segretario di Stato Antony Blinken e in generale un’amministrazione americana che, stando alle parole della vicepresidente Kamala Harris, continuerà a sostenere Israele senza porre alcuna condizione.[3]

Lo scenario sta dunque cambiando. Se i nostri governi confermano un sostegno incondizionato al governo di Tel Aviv, nella società occidentale si sta invece muovendo qualcosa di profondo. Dopo almeno un ventennio durante il quale, complice l’apparato mediatico, la questione palestinese è stata del tutto trascurata, oggi essa è finalmente ritornata in testa all’elenco delle urgenze storiche con cui dobbiamo misurarci. A ciò si aggiunge l’inattesa presa di posizione delle Nazioni Unite, un’istituzione che, dopo la fine della guerra fredda, non ha certo brillato per coraggio e protagonismo, ma che tuttavia oggi ha trovato la forza, con il Segretario Generale Antonio Guterres, di richiamare Israele alle proprie responsabilità e al rispetto della legalità internazionale. Per quanto di tratti di un posizionamento che, con ogni probabilità, rimarrà privo di effetti pratici, il suo valore simbolico e politico non può essere trascurato.

Le mobilitazioni di queste settimane, tuttavia, non ci parlano soltanto di un ritorno in agenda della questione palestinese. Quella che sta oggi maturando, ma che in realtà era in incubazione da diversi anni, è una nuova consapevolezza politica che recide i ponti con le esperienze fallimentari del passato, prima tra tutte gli accordi di Oslo, le loro formule e il fantomatico “processo di pace” che ne sarebbe dovuto scaturire.

Judith Butler, tra i più influenti intellettuali contemporanei e dirigente di Jewish Voice for Peace, ha fornito una sintesi efficace di questa nuova consapevolezza affermando che pretendere oggi il cessate il fuoco su Gaza è soltanto una richiesta minima, perché ciò con cui bisogna davvero misurarsi sono 75 anni di violenza sistemica subita dal popolo palestinese.[4] In altre parole, chiedere che tacciano le armi è una condizione necessaria per affrontare il dramma umanitario in corso, ma assolutamente non sufficiente per fornire una risposta adeguata a una questione, quella palestinese, che non è in quanto tale una questione umanitaria o morale, ma politica. Non ci si può limitare a volere la pace, bisogna anche domandarsi quale pace debba essere raggiunta. Ciò che è certo è che, dopo l’attuale escalation, sarebbe disastroso un ripristino dello status quo ante, con la tragedia palestinese di nuovo depennata dalla lista dei problemi e con l’occupazione e la colonizzazione che proseguono indisturbate da parte di Israele. Ancora più assurdo sarebbe assecondare la coazione a ripetere gli errori del passato, riprendendo formule ormai logore, come il programma “due popoli due stati”, che si sono dimostrate a dir poco inefficaci. In altri termini, chiedere la pace senza porsi il problema di quale percorso politico intraprendere significa soltanto, nella migliore delle ipotesi, guadagnare un po’ di tempo prima della prossima, ancora più virulenta esplosione di violenza.

Un pacifismo che non sappia coltivare una nuova visione politica non solo non è utile, ma è vittima di una fallacia che fa naufragare anche le migliori intenzioni. Infatti, il presupposto di ogni pace autentica è che i contendenti siano in un rapporto di reciprocità, ma proprio questo non è il caso in Israele-Palestina. Mentre Israele è uno stato strutturato e una potenza militare (e atomica) che da decenni occupa e colonizza i territori tra il Mediterraneo e il Giordano, quello palestinese è un popolo senza stato, senza un esercito, vittima di occupazione e colonizzazione. In un contesto simile non è possibile alcuna reciprocità. Volendo riprendere una celebre frase di Ghassan Kanafani, non può esserci alcun dialogo tra il collo e la spada che lo vuole mozzare. Prima occorre eliminare la spada, e nel nostro caso questo significa che la fine dell’occupazione e della colonizzazione da parte di Israele sono i prerequisiti essenziali per ogni possibile percorso politico di pacificazione.

Pretendere reciprocità da chi è colonizzato e oppresso non è soltanto moralmente osceno, ma un’istanza votata al fallimento politico. Il riconoscimento di questo aspetto è uno dei principali elementi di novità che sostanziano la nuova consapevolezza politica di chi milita per i diritti del popolo palestinese. Nelle manifestazioni che invadono le strade delle nostre città, infatti, la richiesta del cessate il fuoco immediato è scandita accanto a quella che pretende la fine dell’occupazione militare e lo smantellamento del regime di apartheid – tale lo definiscono le principali ONG internazionali, da Human Rights Watch ad Amnesty International fino all’israeliana B’Tselem – che i governi di Tel Aviv impongono alla popolazione palestinese.

Il secondo aspetto che caratterizza la ripresa della militanza sulla questione palestinese è, come accennavamo, la definitiva archiviazione del programma “due popoli due stati”, una soluzione che, se mai è stata praticabile (e ci sarebbe da dubitarne), è oggi irrimediabilmente naufragata. A dircelo sono delle elementari considerazioni geografiche e demografiche. Quando parliamo di Israele-Palestina parliamo di un territorio poco più esteso del Piemonte, con ampie aree desertiche a sud e una popolazione complessiva di circa 15 milioni di abitanti. In tali condizioni, comunque si traccino i confini tra due stati, rimane il dato di fatto dell’inaggirabile prossimità di israeliani e palestinesi. A ciò si deve aggiungere la circostanza non secondaria che la colonizzazione intensiva di Gerusalemme Est e della Cisgiordania da parte di Israele rende sostanzialmente impossibile disegnare una linea di frontiera capace di garantire continuità territoriale ad un ipotetico stato palestinese. Viceversa, si porrebbe la questione di cosa fare dei circa 800mila coloni israeliani che vivono nei cosiddetti territori occupati e delle infrastrutture che collegano le colonie a Israele bypassando i centri abitati palestinesi. Inoltre – e si tratta di un punto nevralgico – la soluzione a due stati non sarebbe in grado, con ogni verosimiglianza, di garantire il diritto al ritorno nella loro terra dei profughi palestinesi del 1948 (e del 1967) e dei loro discendenti. Rimarrebbe cioè senza risposta, come già all’epoca di Oslo, il problema fondamentale dell’intera questione palestinese.

È in ragione di questa constatazione che i settori più avanzati della militanza palestinese e figure politiche e intellettuali israeliane hanno da tempo maturato una prospettiva nuova che si traduce nel progetto di uno stato unico, binazionale, secolare, laico e democratico per ebrei e palestinesi a pari diritto. Gideon Levy, nota firma del quotidiano Haaretz, osserva spesso come da oltre 50 anni nell’intero territorio tra il Mediterraneo e il Giordano viga un solo potere, quello israeliano. Si tratta però di un potere che riconosce la pienezza dei diritti solo a una parte della popolazione su cui si esercita, mentre l’altra viene oppressa e segregata (questa, d’altronde, è la ragione ultima per cui quella israeliana non può essere considerata una democrazia: i principi democratici sono infatti incompatibili con un potere che discrimina in base all’etnia e alla fede religiosa). È tempo, conclude Levy, che i diritti di cui godono gli ebrei israeliani vengano riconosciuti anche ai palestinesi e, su questa base, venga edificato un nuovo edificio statale per entrambi i popoli. Questo comporterà sicuramente la fine del progetto sionista, così come comporterà la rinuncia da parte palestinese ad uno stato nazionale esclusivamente proprio. Tutti avrebbero però di che guadagnare da una pace solida e da uno stato capace di garantire sicurezza, stabilità e autodeterminazione a ciascuno dei propri cittadini.

Una proposta del genere, va da sé, si espone a più di un’obiezione, e soprattutto oggi, con il sangue che scorre, la convivenza sembra inattuabile. Esiste però un precedente storico da assumere, se non come modello, almeno come punto di riferimento: il Sud Africa della transizione al post-apartheid. Ancora all’inizio degli anni Novanta, dopo decenni di violenza, sembrava impossibile che bianchi e neri sudafricani potessero convivere sotto lo stesso tetto politico. Ebbe invece successo il percorso che Nelson Mandela ebbe l’ardire di immaginare, un percorso che, fissato il valore non negoziabile della liberazione dall’apartheid, condusse alla riconciliazione attraverso il mutuo riconoscimento del dolore patito. A tale scopo fu infatti istituita la Truth and Reconciliation Commission.

Per Israele e Palestina deve valere oggi una prospettiva analoga. Il primo passo da fare deve sancire senza equivoci che la giustizia sta dalla parte di chi opera per la fine dell’occupazione e della colonizzazione, e su questa base deve quindi essere tessuta la trama della reciprocità e della pacificazione, riconoscendo la sofferenza subita da ciascuno per scrivere in futuro una storia comune. Certo, ci si potrebbe chiedere chi sarebbe il “Mandela palestinese” (forse Marwan Barghouti, come credono alcuni?), ma oggi non possiamo saperlo: chiunque sia, è oggi senza voce, schiacciato dall’occupazione e dalla colonizzazione, probabilmente confinato nell’oscurità di un carcere israeliano in detenzione amministrativa. Superare l’oppressione attuale significa allora in primo luogo liberare quella voce, metterla nella condizione di parlare e di produrre effetti.

Quello che si pone è un obiettivo difficile da raggiungere, ma non un’utopia. Il programma della creazione di uno stato unico binazionale per ebrei e palestinesi è l’unica via per la costruzione di una pace autentica. Si tratta di un banco di prova per una politica realmente democratica, di una sfida che riguarda il futuro di tutti. Il presupposto per affrontarla con rigore è di non cedere oggi sulla lotta contro il colonialismo e l’occupazione.


[3] https://www.reuters.com/world/middle-east/us-will-not-impose-conditions-support-israel-defend-itself-vp-harris-2023-11-02/





269 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

L'associazione

Montagne

Approfondisci la 

nostra storia

#laportadivetro

Posts Archive

ISCRIVITI
ALLA
NEWSLETTER

Thanks for submitting!

bottom of page