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"Arrivare a Mosca" potrebbe diventare un incubo per tutti

Aggiornamento: 25 gen 2023

di Menandro


Ho visto troppe guerre, piccole e grandi, nella mia amata Grecia per amarle. Anche quelle vittoriose di un passato glorioso di cui ho sentito celebrare il coraggio dei guerrieri e l'intelligenza dei condottieri hanno sempre provocato in me un fondo di amarezza e tristezza per le sciagure che le guerre trascinano dietro di sé. Il conflitto che si combatte in Ucraina non fa eccezione. E, da antico greco, più volte aggredito in tutte le ere da nemici grandi e potenti che credevano di fare della Grecia un sol boccone, l'ultimo, quel dittatore italiano di nome Mussolini che il 28 ottobre 1940 - anniversario della sua marcia su Roma - ci invase, convinto di spezzarci le reni in pochi giorni, non posso che provare un profondo senso di affetto per il popolo ucraino. Ma, proprio per questo, fatico a provare altrettanto solidarietà per il suo presidente Zelensky che non perde occasione di alimentare nel suo popolo l'illusione che la vittoria è prossima. E lo fa con frasi roboanti che lo profilano più come l'uomo della Provvidenza cui si deve "credere, obbedire e combattere" che da Capo di Stato nel pieno controllo e riconoscimento della realtà. L'ultima, poi, in ordine di tempo, con la quale si è detto convinto di "arrivare a Mosca" appare più un'allucinazione, una chimera, un sogno, fenomeni spiegabili, credo, con la notizia della luce verde per l'invio dei carri armati dai Paesi della Nato, che una autentica possibilità di successo militare. Evidentemente, il presidente Zelensky nel suo intraprendente attivismo deve avere interpretato quella luce verde, che gli garantirà tra i 150 e i 200 carri armati, come il segnale che i 750 chilometri che separano Kiev dalla capitale russa potranno essere percorsi in assoluta libertà di movimento da mezzi e fanteria proposta alla conquista e al controllo del territorio. Non solo. A ricevere le sue truppe, diventate a loro volta d'invasione, vi saranno ali di folla (russa) plaudente, mentre i Leopard finalmente liberati potranno correre alla velocità massima di crociera e le forze armate russe (esercito e aviazione, quest'ultima tra le più potenti del mondo) stenderanno petali di rose al passaggio degli oligarchi ucraini in missione diplomatica al Cremlino per spiegare ai loro omologhi russi le procedure anticorruzione che lui, il presidente Zelensky, non riesce ad applicare neppure nel suo Paese.

Ma, forse, mi sono sbagliato e l'uscita del presidente Zelensky è da ricondurre al proposito di andare a Mosca per firmare la pace, proprio perché forte di un apparato difensivo in grado di fermare i russi e della dimostrazione patente resa a Putin che l'Occidente non gli nega nulla e gli concede tutto: oggi i tank, domani i sistemi antimissili, dopodomani gli elicotteri e a fine settimana gli aerei. E, poi, chissà, anche qualche bomba nucleare tattica per non farsi mancare proprio nulla.

Del resto, anche l'ultima affermazione del presidente americano Joe Biden è rimarchevole per la sua sincerità. Sdoganati verso Kiev i suoi carri armati Abrams (dal nome di uno dei più apprezzati, soprattutto in Vietnam, generali della storia americana), la Casa Bianca ha scandito un chiaro e inequivocabile messaggio di pace: gli Usa aiutano l'Ucraina, nessuna minaccia alla Russia. Meno male. Per un lunghissimo attimo avevo pensato il contrario, dal momento che la Nato è una creatura dell'America, cui concorre nella gestione il 51° stato dell'Unione, cioè la Gran Bretagna. Ora, posso stare sereno. Il giorno in cui gli Usa minacceranno davvero la Russia, non avrò motivo di preoccuparmi, probabilmente perché non avrò neppure il tempo di accorgermene.

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