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Il taccuino politico della settimana. Biden e le Big pharma: lezioni americane

a cura di Claudio Artusi |

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, in modo apparentemente inatteso, ha aperto un duro scontro con le grandi società farmaceutiche sostenendo l’opportunità che queste sospendessero i diritti di brevetto sui vaccini anti covid a beneficio dei paesi meno ricchi. L’argomentazione di fondo è che la pandemia può essere sconfitta solo con una vaccinazione su scala globale, ma, per quanto non esplicitata, vi è la considerazione di riallocazione degli extraprofitti che le case farmaceutiche si presume facciano e faranno grazie alle campagne di vaccinazione. La proposta, sorprendentemente avanzata dal capo del paese più “capitalista del mondo”, ha destabilizzato i tradizionali equilibri fra le potenze mondiali: la Russia e la Cina (che potremmo ancora classificare comunisti) si sono espressi immediatamente a favore, così come la Francia (per poi fare una rapida ed imbarazzante marcia indietro), mentre la Germania si è schierata apertamente contro e l’Italia ha assunto una posizione prudente. È interessante notare come le pandemie, così come i grandi sconvolgimenti della storia, rompano gli steccati delle ideologie politiche, economiche e sociali e ricompongano progetti ed alleanze in funzione della emergenza e del pericolo. Vedremo come finirà nel merito della questione sollevata, ma ciò che mi pare interessante sottolineare è che siamo di fronte ad una ridefinizione della frontiera fra l’interesse pubblico e la libertà dell’intrapresa privata. Dinanzi all’enorme indebitamento pubblico ed alla politica dei ristori è plausibile che le istituzioni pubbliche vogliano avere una presenza più efficace sul modello di sviluppo che si realizzerà ad esempio con il Recovery plan. Su questa riflessione la storia, per lo meno quella del secolo scorso, ci aiuta. Ad esempio l’Italia, ma non da sola nello scacchiere occidentale, ha a lungo teorizzato e praticato il modello dell’economia “mista”. Le “reti”, le fonti energetiche, i servizi di base erano sotto la mano pubblica, tutto il resto era libera concorrenza fra privati. Sappiamo come è finita: per varie ragioni spesso più che fondate, la mano pubblica si è ritirata quasi completamente e quella privata è divenuta dominus anche di settori, come i monopoli naturali, in cui la concorrenza è impossibile. Lungi da me avere la pretesa in una sede come questa di declinare pro e contro dei diversi modelli, sono però certo che nel dopo pandemia stati nazionali e organismi internazionali dovranno tornare a riflettere su un tema così delicato in modo sistematico e scevro dai condizionamenti della emotività della contingenza. Ricordo ad esempio, a seguito del crollo del ponte Morandi, la “criminalizzazione” che si era fatta delle privatizzazioni delle concessioni autostradali, così come ora dure critiche vengono avanzate al modello pubblico-privato della sanità lombarda dopo che per venti anni era assunta a modello di buon governo. La lezione che traggo, e l’America ancora una volta ci stimola, è che occorre formalizzare in modo semplice, chiaro e duraturo il rapporto fra pubblico e privato e fra Stato e impresa.

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