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Il Mappamondo, appunti di viaggio: il Libano

Aggiornamento: 8 ago 2023

di Pierfranco Viano


Haj Ali Shibli, un agente di Hezbollah, è stato ucciso davanti alle telecamere durante un matrimonio da un arabo sunnita. È l’ultimo episodio che racconta il dramma del Libano, il paese dei cedri, che prima dello scoppio della guerra civile, l’Occidente considerava come “la Svizzera del Medio oriente”. Oggi, il Paese, 4 milioni e 200 mila abitanti, è in ginocchio. L’inflazione è fuori controllo: prima della pandemia 1 $ era cambiato a 1500 lire libanesi, ora a 23mila. La popolazione è alla fame. Il Libano, seconda tappa della rubrica “il Mappamondo” curata di Pierfranco Viano, è una Repubblica, sotto mandato francese fino al 1945, che riconosce ufficialmente 18 confessioni.

Mi ritrovo a contenere a fatica una profonda amarezza di fondo nel pensare al Libano di appena due anni fa, quando accompagnai un gruppo di turisti motivati alla conoscenza di quel piccolo grande paese del Vicino Oriente, ricco di cultura, di luoghi emozionanti, sapori, con una capitale, Beirut, a dir poco effervescente. Ora, quel boom turistico, ripresosi soltanto nel 2017, è nuovamente bloccato e il Libano è sempre sulle pagine dei giornali per eventi drammatici e crudeli. Un anno fa, il 4 agosto, le agenzie di tutto il mondo riversarono notizie e immagini impressionanti del porto di Beirut devastato dall’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, incautamente custodite in un deposito privo delle necessarie misure di sicurezza. Nell’incidente perirono 207 persone, 7 mila sono rimaste ferite, 300 mila persone (un terzo della popolazione della capitale) sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. E per un istante, quella terribile esplosione mise in secondo piano la guerra civile che continua a martoriare il Paese. Lo scontro armato tra fazioni è cominciato nella seconda metà degli anni Settanta ed è proseguito fino al 1990 senza soluzione di continuità, mentre la famosa “Linea verde” divideva la città in due, metà musulmana a ovest, l’altra cristiana ad est. Una guerra contrassegnata da brevi tregue, ritorni di fiamma cruenti, imprevisti, odi senza fine che hanno cancellato l’immagine quasi idilliaca che caratterizzava il Libano fino al divampare della lotta intestina. Di quel Paese non rimane che l’iconografia ben rappresentata da foto ormai ingiallite dell’hotel Saint George di Beirut, frequentato dal jet-set internazionale, da monarchi, principi, emiri, sceicchi, uomini di Stato e dalla crème cinematografica e diventato famoso in Italia per aver ospitato il re dei cotonifici il play boy Felice Riva, in fuga dai suoi guai giudiziari. Comunque, per chi vi viveva, era un passato di pace, di benessere diffuso, in cui i momenti di dolce vita erano il contorno, il colore, ma non l’essenza di sentirsi profondamente diversi in un’area geografica ferita dall’intolleranza religiosa. Non a caso, quando ho visitato il Paese, era come se i libanesi desiderassero riprendere quel filo rosso dello splendido passato per unirlo al presente, quasi che ciò di malefico c’era nel mezzo fosse un semplice incidente di percorso. Una missione impossibile. Ma noi ci muoveremo alla scoperta del Paese come in un sogno, in una dimensione di viaggio di speranza per il futuro, convinti che presto il desiderio di pace s’imporrà su quella assurda guerra, più assurda di tutte le altre guerre che lo sono per definizione. Il Libano confina a nord ed est con la Siria e a sud con Israele. A ovest si affaccia sul mar Mediterraneo. Il paese si presta ad un soggiorno di una decina di giorni. Per rendere più comodo il viaggio si può scegliere di fare base a Beirut e spostarsi quotidianamente. Le distanze sono brevi e le strade in buone condizioni.

Partiamo dalla capitale, una città completamente trasformata con nuovi hotel sulla splendida Corniche, grattacieli, bellissimi quartieri non toccati dall’eccessiva speculazione edilizia, in cui l’atmosfera è di una cordialità naturale, piena di locali, e notti animate da giovani fino a tarda ora. Una città desiderosa di vivere. La visita di Beirut non può non includere il Museo Nazionale. All’interno i reperti provenienti dai siti archeologici del Paese sono esposti in ordine cronologico. Ci si muove a proprio agio nel quartiere centrale, completamente ricostruito, sono visibili le Terme romane; obbligatoria una tappa al Cardo Maximus, al Gran Serraglio, una maestosa costruzione d’epoca ottomana, sede oggi del Governo, poi Place des Martyrs con la Moschea di Al Omari e la Cattedrale di San Giorgio. E ancora il quartiere di Hamra con l’American University of Beirut per scivolare verso la Corniche, bellissimo lungomare, da cui si può vedere gli scogli del Piccione, l’unica bellezza naturale di Beirut (nella foto in alto).

Zona archeologica di Tiro

Tiro (Sour)

Situata a 81 km da Beirut nel Sud del Libano. Le origini risalgono al III millennio a.c. Nel 1984 Tiro è stata dichiarata patrimonio dell’Umanità dall’Unesco. Il centro storico è situato su una penisola protesa sul mare. Le origini di Tiro risalgono all’età del bronzo. L’insediamento fenicio cadde nella sfera di influenza egizia all’inizio del Nuovo Regno e prosperò grazie al commercio del vetro, del legno di cedro e soprattutto della porpora, un pigmento ricavato da molluschi marini che veniva utilizzato per tinteggiare i tessuti riservati all’aristocrazia. Che cosa visitare? L’incanto… cioè i siti archeologici di Al Mina, ciò che rimane della Cattedrale della santa Croce e il sito archeologico di Ali –Bass.

Situata a circa 115 km da Beirut nel Nord del Libano è una delle ultime tracce delle estese foreste di cedri che un tempo crescevano floride attraverso il Monte Libano, catena montuosa che si estende attraverso l’intero Paese per circa 160 km, parallelamente alla costa mediterranea, che presenta una vetta che raggiunge i 3000 metri. Il Bosco dei cedri si trova ad un’altitudine di oltre 2000 metri ed è possibile inoltrarsi (con limiti precisi per motivi di sicurezza) lnel bosco e non è improbabile trovare ancora la neve a maggio, non a caso si tratta di una località sciistica. Alcuni degli alberi della foresta, dalla lenta crescita, sono davvero molto antichi e si ritiene che qualcuno possa avere superato i 1500 anni di età. Sono conosciuti come i Cedri di Dio. Il cedro già citato nel Vecchio Testamento costituiva una fonte di ricchezza per i Fenici che ne esportavano il legname in Egitto e Palestina. Appena sotto i cedri c’è la città di Bcharre, luogo natale di Gibran Khalil, famoso poeta, filosofo e pittore libanese. Byblos(jbail)

Cittadina di grande fascino, è stata dichiarata patrimonio mondiale dell’Unesco. I primi insediamenti risalgono al V millennio A.C: è conosciuta per essere una città abitata continuamente. Costruita probabilmente come prima città fenicia, chiamata Gebal nella Bibbia, fu battezzata Giblet dai crociati. Vi si può ammirare l’antico porto peschereccio, i resti del sito romano, il Castello dei crociati, il suq, restaurato con grande perizia, in cui passeggiare e curiosare nei caratteristici negozi. Negli anni Sessanta, Byblos, distante circa 40 chilometri da Beirut, era meta di facoltosi personaggi che ormeggiava alla fonda i loro yacht.

Sito archeologico di Baalbek

Baalbek

È in assoluto il sito archeologico di origine romana più straordinario del Libano, citato da Robert Byron nel suo fantastico libro “La Via per l’Oxiana”, un testo sempre da consigliare a chi ama viaggiare. Situato nella valle della Beqä, ad un altitudine di 1170 metri sul livello del mare, è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 1984.L’antica Baalbeck fu abitata in un primo tempo dai fenici III millennio a.C . Nel I millenio a.C. venne costruito un tempio dedicato al Dio Baal, una delle principali divinità delle religioni siro-cananea e fenicia. Con la conquista di Alessandro Magno divenne nota con il nome di Heliopolis (città del Sole), appellativo conservato dai romani. Le fasi storiche sono numerose: ellenistica, romana, paleocristiana e bizantina, arabo-islamica. Davanti alle colossali rovine del sito, i Propilei, il Tempio di Giove, il Tempio di Bacco, è quasi inevitabile sentirsi piccoli. Il luogo è indimenticabile. La valle della Beqä è conosciuta dagli occidentali per la presenza di Hezbollah (Partito di Dio), un’organizzazione paramilitare che si è trasformata in un partito politico islamista sciita del Libano. Supportato dall’Iran, Hezbollah si è schierato con Bashar al-Assad nella sanguinoso guerra civile che si combatte in Siria. Prepararsi alla conoscenza del Libano attraverso la cinematografia è un consiglio che viene spontaneo suggerire. Cito due titoli disponibili in Italia: “Valzer con Bashir”, film d’azione del 2008 e “L’insulto” del 2017. Il primo si riferisce alla “danza di un soldato” che spara all’impazzata con il suo mitra sotto un poster di Bashir Gemayel, politico libanese assassinato nel 1982. Il film ripercorre con estrema crudezza e drammaticità i conflitti che coinvolsero il Libano nei primi anni ottanta, culminando nella rappresentazione del massacro di Sabra e Shatila del 1982. Presentato in concorso al 61° Festival di Cannes, ha vinto il Golden Globe 2009 per il miglior film straniero. La proiezione del film è vietata in Libano, poiché rappresenta un capitolo controverso e doloroso nella storia del Paese. Il massacro di Shabra Shatila fu compiuto dalle Falangi libanesi e dall’Esercito del Libano del Sud, con la complicità dell’esercito israeliano, di un numero imprecisato di civili, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi. La strage avvenne fra le 6 del mattino del 16 e le 8 del mattino del 18 settembre 1982 nel quartiere si Sabra e nel campo profughi di Shatila, entrambi posti alla periferia ovest di Beirut.“L’insulto” è il film con cui l’attore Kamel El Basha ha vinto la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla 74ma Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il film è stato selezionato per rappresentare il Libano ai premi Oscar 2018 nella categoria miglior film in lingua straniera.Da un banale incidente in un quartiere di Beirut tra un libanese cristiano e un rifugiato palestinese finisce in tribunale, per poi trasformarsi in un conflitto profondo che diventa nazionale.


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