top of page

Il giorno dopo dell'Italia nella Grande Guerra

di Marco Travaglini

Le prime azioni di guerra nell'Adriatico. Il porto austriaco di Buso bombardato dalle nostre navi: motoscafi affondati, 47 nemici prigionieri. Innocua azione di areoplani e navi austriache contro Venezia e altre città del litorale. Difesa pronta ed efficace.

In quel 25 maggio del 1915, le corrispondenze "per telefono e per telegrafo" de La Stampa di Torino così descrissero con comprensibili parole gonfie di retorica patriottica il primo giorno di guerra. Il Re Vittorio Emanuele III, in prima persona con il sostegno del governo, ma scavalcando il Parlamento, aveva dichiarato guerra agli Imperi Centrali in nome di Trento e Trieste all'Italia. Decisione che gettava un paese profondamente rurale, con strutture industriali ancora incomplete che si riflettevano sull'armamento delle sue forze armate, nella fornace della Grande Guerra. Nella sostanza, l'ingresso nel primo conflitto mondiale era stato architettato con un autentico colpo di Stato, premessa inevitabile del bavaglio che avrebbe subito la democrazia liberale nei successivi quattro anni di guerra. Un "apprendistato", riletto retrospettivamente, per la monarchia sabauda incline al pugno di ferro nell'esercizio del potere, e una riduzione dell'agibilità politica per i partiti di massa, che l'Italia avrebbe scontato nel dopoguerra per l'intrinseca fragilità sociale con la destabilizzazione e il successivo avvento del Fascismo.

La guerra aveva anche altri risvolti: era soprattutto un grande affare, e tale si sarebbe rivelato, per i grandi gruppi industriali e il sistema finanziario del Paese che offriva loro - è un dato oggettivo - l'opportunità di una forte accelerazione per ridurre o colmare il divario tecnologico e produttivo che le divideva dalle grandi imprese internazionali. Ma, come si era arrivati alla mobilitazione generale? Lo racconta Marco Travaglini.

La Porta di Vetro



Soldati di terra e di mare. L’ora solenne delle rivendicazioni nazionali è suonata. Seguendo l’esempio del mio Grande Avo, assumo oggi il comando supremo delle forze di terra e di mare con sicura fede nella vittoria, che il vostro valore, la vostra abnegazione, la vostra disciplina sapranno conseguire. Il nemico che vi accingete a combattere è agguerrito e degno di voi. Favorito dal terreno e dai sapienti apprestamenti dell’arte, egli vi opporrà tenace resistenza, ma il vostro indomito slancio saprà di certo superarlo. Soldati, a voi la gloria di piantare il tricolore d’Italia sui termini sacri che la natura pose ai confini della Patria nostra. A voi la gloria di compiere, finalmente, l’opera con tanto eroismo iniziata dai nostri padri.


L'annuncio di Vittorio Emanuele III

Parole solenni, gonfie di retorica e spirito nazionalista pronunciate dal Gran Quartier Generale dal Re d’Italia, Vittorio Emanuele III. Era lunedì 24 maggio 1915, giorno dedicato alla Beata Vergine Maria Ausiliatrice. Erano passati dieci mesi dall’agosto del ’14 che aveva segnato l’inizio della Prima guerra mondiale. Quel ”maggio radioso”, preludio all’entrata in guerra dell’Italia, fu un mese di fermento diplomatico e di forte tensione politica. Il fervore interventista si concretizzò con manifestazioni in tutte le piazze della penisola e D’Annunzio arringava la folla incitandola contro Giolitti, fautore della linea della neutralità. L’Italia era ormai prossima a rompere l’antico patto con Austria e Germania, entrando in guerra a fianco dell’Intesa, secondo i piani segreti firmati a Londra il 26 aprile del 1915. Il 24 maggio i primi fanti marciarono contro l’Impero d’Austria oltrepassando il confine, “per raggiunger la frontiera, per far contro il nemico una barriera”. Iniziava anche per l’Italia la “Grande guerra”.

Incurante del patto sottoscritto fin dal 1882 ( la Triplice Alleanza) con l’Austria-Ungheria e la Germania, l’Italia decise di cambiare alleanza e si schierò con la Triplice Intesa formata da Francia, Inghilterra e Russia. La Triplice Alleanza si basava su un trattato di carattere puramente difensivo, prevedendo il reciproco aiuto in caso di invasione esterna. Questa clausola permise all’Italia, considerato che l’Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia senza avvisarla, di rimanere neutrale allo scoppio del conflitto, optando in un secondo tempo per l’alleanza con l’Intesa contro gli Imperi centrali (Austria-Ungheria, Germania e Impero Ottomano). In caso di vittoria l’accordo avrebbe garantito all’Italia il Trentino e il Sud Tirolo, con il confine al Brennero; Trieste e l’Istria fino al Quarnaro, ma senza Fiume; la Dalmazia, una sorta di protettorato sull’Albania e compensi indefiniti in caso di disgregazione dell’Impero Ottomano e di guadagni coloniali da parte inglese e francese.

L'Isonzo fronte principale

Il comando supremo delle operazioni venne affidato al generale Luigi Cadorna. Tre erano le zone del teatro di guerra italiano: Trentino, Cadore e la valle dell’Isonzo, nella Carnia. Un compito piuttosto difficile dal momento che il confine italiano era lungo oltre 600 chilometri ed era molto vulnerabile. Il confine col Trentino era decisamente montuoso, favorevole alle posizioni austriache, ben fortificate in quei territori come pure in Cadore e in Carnia, dove il fronte correva lungo la displuviale delle Alpi. Diversa era la situazione sull’Isonzo. Da Tolmino al mare Adriatico, le Alpi presentavano una serie di bassi altopiani che favorivano sì la difesa ma al tempo stesso avrebbero consentito anche di attaccare in forze, aprendo la via verso obiettivi strategici di grandissimo interesse come Trieste, la pianura di Lubiana e Vienna.

Delle 35 divisioni a disposizione, Cadorna decise di destinarne sei alla I° armata che si trova verso il Trentino, cinque alla IV° armata in Cadore, due al corpo d’armata della Carnia e quindici alle armate II° e III° , destinate a sferrare l’attacco decisivo da Tolmino al mare ( dispiegando sulle stesse linee le rimanenti sette). Il grosso delle forze era dunque concentrato sul fronte dell’Isonzo che diventò presto un simbolo della difficile guerra di logoramento italiana. Una realtà successivamente impressa nel fuoco della storia con un nome tragicamente noto: Caporetto!

Fatto sta che quel giorno iniziava il conflitto che sarebbe costato al mondo milioni di morti in quella l’allora pontefice Benedetto XV, in una lettera ai “capi dei popoli belligeranti” che porta la data del 1° agosto 1917, definì “l’inutile strage”. Un’espressione la cui carica profetica risuonerà per tutto il XX secolo e che anche oggi risulta drammaticamente attuale.

38 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti

ความคิดเห็น