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Ecce Italia: si vuole ancora discutere lo sciopero del 16?

di Dunia Astrologo|

Quasi tutti i rappresentanti della maggioranza di governo, l’opposizione di destra, naturalmente, e lo stesso capo del governo, oltre a giornalisti e opinionisti vari, hanno stigmatizzato lo sciopero generale di giovedì 16 dicembre che ha avuto alte adesioni, con punte del 90 e 100 per cento in alcune realtà. Ma i critici lo hanno definito inopportuno, inutile, fuori contesto, autoreferenziale e chi più ne ha più ne metta. Di fatto è stato proclamato per protestare contro la manovra fiscale dell’esecutivo, secondo una parte del sindacato per nulla favorevole ai ceti più poveri o svantaggiati, incapace di raddrizzare le distorsioni del nostro sistema fiscale, avvantaggiando ancora i più ricchi1 e mantenendo sempre lontana quell’armonia sociale di cui lo stesso Mario Draghi spesso parla. Ma questo era solo l’elemento scatenante della protesta, che ha radici ben più profonde. Si può dire che finalmente, dopo anni di “pace sociale” o di resa del sindacato alla deriva neocapitalistica, i gravi problemi che contraddistinguono il mercato del lavoro italiano non siano più minimizzabili o ignorabili. Negli stessi giorni in cui veniva proclamato lo sciopero, il numero di morti sul lavoro subiva un’impennata, i posti di lavoro che sembrano crescere, mentre l’economia italiana corre in salita del 6 e più per cento, si rivelano al 70 per cento precari, quando non in nero, le aziende chiudono e si spostano (ultimo caso la Maserati di Grugliasco, tanto per dire) o si liberano del personale con un tweet. Non solo: scopriamo (è un eufemismo) che i salari medi degli ultimi 30 anni nel nostro Paese sono diminuiti del 3% mentre in tutti gli altri paesi europei sono aumentati (+ 33,7% in Germania, + 31,1% in Francia, + 6,2 in Spagna ecc.).2 Aggiungo che si continua a discutere col sopracciglio alzato sull’opportunità o meno di mantenere il Reddito di cittadinanza con la scusa che circa 500€ al mese pro capite (quando va bene e se non c’è una famiglia numerosa) possano indurre i percettori alla pigrizia, tanto invisa ai sostenitori del libero mercato quanto – probabilmente – ai disperati che per 4€ l’ora si spaccano la schiena per 12-14 ore al giorno nei campi del sud Italia senza nessuna protezione, senza nessun rispetto, senza nessuna umanità. Questi i temi all’ordine del giorno sul versante delle condizioni del lavoro e salariali. Ma c’è un tema che neppure i “perfidi” sindacalisti della Cgil e della Uil hanno toccato. Ed è quello della capacità delle nostre imprese di stare al passo con il livello di produttività e innovazione che le renderebbe competitive a livello internazionale. Gli imprenditori italiani o non sono capaci di fare profitti o non li ri-investono, non li redistribuiscono, o più probabilmente preferiscono continuare a sfruttare le condizioni salariali da paese arretrato, mantenendo basse le retribuzioni e precarie le condizioni di lavoro, invece di sfidarsi innovando, sia sul piano tecnologico che su quello organizzativo. La produttività delle imprese italiane è disastrosamente indietro rispetto a quella dei competitor europei e la sua crescita è debole (+0,3% negli ultimi 21 anni). Vi sono settori più deboli (servizi) e settori che lo sono meno (industria manifatturiera), ma tutti si collocano al di sotto in assoluto e in relativo rispetto ai livelli di ciò che accade alle imprese di Germania, Francia, Finlandia, Regno Unito ed altre ancora. Vi sono ben note cause di questo stato di cose: il numero preponderante di aziende piccole e piccolissime sul totale delle imprese italiane, che non ha eguali negli altri paesi, la scarsa efficacia di molte delle poche misure di politica economica prese negli ultimi venti anni dai governi che si sono susseguiti, la crisi finanziaria che ci ha accompagnati, assieme alla grande crisi, dagli anni ’10 di questo secolo. E non poco hanno contribuito, in maniera distorta rispetto alle intenzioni dichiarate, le policies relative al mercato del lavoro che hanno mirato a rendere meno rigide le norme che lo regolavano e che venivano deplorate dalla politica e dagli attori economici, assieme al costo del lavoro, come cause del mancato sviluppo dell’economia italiana. Ma alla rigidità dello Statuto dei lavoratori ha fatto seguito il “tutti a casa” del Jobs Act di renziana memoria, la riforma del lavoro che ha reso possibile, nell’attuazione reale, una flessibilità senza regole (flex-insecurity) a tutto danno dei soggetti più deboli, i lavoratori, senza che ne venisse un beneficio generale per il sistema produttivo. Anzi, abituando molte imprese (e anche le Pubbliche Amministrazioni) a risparmiare sul lavoro invece di sforzarsi di investire in tecnologia e innovazione a tutti i livelli. Non sappiamo quanto i provvedimenti inseriti nel PNRR saranno efficaci e in grado di imprimere una svolta duratura al nostro traballante modello di sviluppo, ma sappiamo quali sono i prezzi pagati dai lavoratori in termini di diseguaglianze sociali, alti livelli di disoccupazione giovanile e femminile, scarsi strumenti di controllo sulla sicurezza e la decenza delle condizioni di lavoro, assurde disparità salariali di settore e di genere, presenza di sistemi di contrattazione “pirata” per il mancato ripensamento generale delle relazioni sindacali. E di fronte a tutto ciò, credo che sia stato giusto scendere in piazza per dire: è ora di cambiare nell’interesse del Paese! _______

1Rocco Artifoni, Il trionfo del comunismo fiscale a vantaggio più ricchi in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/12/model_-artifoni.pdf 2Anna Paschero, Bassi salari e precarietà bloccano crescita e dignita del Paese in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2021/12/model_-pas-1.pdf

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