Trump in Cina: ritorno alla classica geopolitica, ma Taiwan e Iran restano nodi complicati
- Alberto Scafella
- 2 giorni fa
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di Alberto Scafella

La visita di Donald Trump in Cina non è un viaggio diplomatico qualunque. È il ritorno della politica di potenza nuda, senza veli ideologici, senza l’ipocrisia universalista che aveva accompagnato per decenni il lessico occidentale. Trump arriva a Pechino come un mercante imperiale: non porta dottrine, porta interessi. E dall’altra parte trova Xi Jinping, il mandarino del capitalismo autoritario, deciso a trattare con gli Stati Uniti non da vassallo del mercato globale ma da pari strategico. Il cuore del confronto resta commerciale. Washington sa che il proprio primato industriale è stato eroso da vent’anni di delocalizzazioni, dipendenza tecnologica e squilibrio manifatturiero. Trump interpreta questo trauma storico in maniera brutale ma efficace: riportare negli Stati Uniti catene produttive, tecnologia e occupazione. I dazi non sono più uno strumento tattico: diventano una forma di politica estera. La Casa Bianca vuole costringere Pechino a comprare più beni americani, ridurre la penetrazione cinese nei settori strategici e allentare la dipendenza statunitense dalle terre rare e dai semiconduttori cinesi. Le discussioni del summit ruotano infatti attorno a tariffe, esportazioni, AI e grandi accordi industriali. Ma dietro il commercio si muove la vera questione geopolitica: Taiwan. L’isola rappresenta il punto dove l’equilibrio mondiale può saltare. Per Pechino, Taiwan non è soltanto una provincia ribelle: è il simbolo dell’unità nazionale incompiuta, la ferita lasciata aperta dal Novecento, il secolo delle umiliazioni: dalla ribellione dei Boxer e alla potenza delle cannoniere all'invasione giapponese, e nel secolo precedente, alla guerra dell'oppio.
La strategia per il Pacifico
Per Washington, invece, Taiwan è la chiave strategica del Pacifico e il centro nevralgico della produzione globale di semiconduttori avanzati. Chi controlla Taiwan controlla una parte decisiva dell’economia del XXI secolo. Trump affronta il dossier taiwanese con il suo tipico approccio transazionale. Ed è precisamente questo che inquieta Taipei. L’intelligence taiwanese teme che il presidente americano possa usare l’isola come moneta di scambio nei negoziati commerciali con Xi Jinping. Non sarebbe una novità nella storia delle grandi potenze: le alleanze valgono finché coincidono con l’interesse nazionale. Trump non ragiona in termini ideologici; valuta costi, vantaggi e leve negoziali. Taiwan rischia dunque di trovarsi stretta tra la pressione militare cinese e il pragmatismo americano.
Infine c’è l’Iran, il convitato di pietra del summit. La guerra mediorientale e il controllo energetico globale hanno trasformato Teheran in un nodo centrale della trattativa sino-americana. La Casa Bianca vuole che la Cina riduca il sostegno economico all’Iran e limiti l’acquisto di petrolio iraniano, vero ossigeno finanziario del regime. Trump ha perfino dichiarato di non avere bisogno dell’aiuto cinese per “vincere” il confronto con Teheran, ma il messaggio reale è diverso: gli Stati Uniti sanno che senza Pechino nessun isolamento dell’Iran può funzionare davvero. La Cina, però, non intende sacrificare l’Iran sull’altare della distensione con Washington. Per Pechino, Teheran è un tassello essenziale della sicurezza energetica e della proiezione asiatica. Xi Jinping cercherà quindi di guadagnare tempo, mantenendo relazioni economiche con gli iraniani senza arrivare a uno scontro frontale con gli Stati Uniti. È la classica strategia cinese: evitare il conflitto diretto, assorbire pressione, attendere che l’avversario si logori o si "stanchi".
In fondo, il viaggio di Trump a Pechino racconta questo: il ritorno della geopolitica classica. Non esistono più globalizzazione felice, libero mercato salvifico o “fine della storia”. Esistono potenze che contrattano forza, tecnologia, energia e sicurezza. Gli Stati Uniti cercano di rallentare l’ascesa cinese senza precipitare in guerra in una situazione internazionale multipolare rispetto allo scontro in Corea degli anni Cinquanta. La Cina punta a consolidare il proprio spazio imperiale senza interrompere i flussi economici che alimentano la sua crescita. Taiwan è il detonatore potenziale. L’Iran è la periferia dove i due sistemi misurano la rispettiva influenza. Il commercio è soltanto il linguaggio attraverso cui si combatte una partita molto più profonda: quella per l’ordine del mondo.













































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