OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 23 ore fa
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Il "pensiero magico" dei bambini
di Domenico Cravero

Il riconoscimento del debito radicale dell’Io verso l’Altro, unico modo per diventare se stessi, permette al bambino di riconoscersi figlio, venuto al mondo a opera di altri, reso umano dai legami vitali. Le scienze umane hanno illustrato, con un’evidenza prima sconosciuta, che la memoria dell’infanzia costituisce il programma di tutta la vita. Ciò che si riceve gratuitamente, nella donazione della vita, diventa la propria identità. Il dono riconosciuto rende possibile l’atto di volontà. Il paradosso umano stabilisce la possibilità della libertà nell’attaccamento dei legami vitali. Ricercatori importanti come C. G. Jung, J. Piaget, L. Lévy-Bruhl hanno descritto nelle loro ricerche la forma mentale che contraddistingue il funzionamento cognitivo infantile e l’hanno chiamata “pensiero magico”.
I genitori ricorrono sempre più spesso alla consulenza degli esperti, quasi avvertissero un vuoto di competenza, di fronte a un compito diventato improvvisamente troppo difficile. Si era pensato, in un primo momento, che questo funzionamento giudicato primitivo sarebbe scomparso con l’evoluzione mentale, per lasciare il posto al pensiero razionale, logico e calcolatore. Le attuali ricerche e acquisizioni sono più caute nel creare contrapposizioni. Il bambino non è solo un “immaturo”. È già, a suo modo, un “grande” (per le sue prodigiose capacità mentali, per la sua fantasia potente) e i grandi non smettono in realtà di essere piccoli, se conservano intatta la loro salute mentale. Per addomesticare la novità di ogni giorno, il bambino si affida al sapere dei suoi genitori. Sicuro del loro affetto, si avventura per esplorare il mondo. La forma più efficace di protezione umana, che sperimentiamo fin dalla prima infanzia, quindi è l’attaccamento genitoriale che fissa, in modo decisivo e indimenticabile, l’identità e la visione del mondo del figlio.
Nella scansione biologica e culturale delle età si esprime però, socialmente e ritualmente, una regola generale della vita, secondo la quale “per crescere bisogna separarsi”. Il taglio del cordone ombelicale, il distacco dalle braccia della madre, i primi passi da solo, la distanza che la parola stabilisce dai capricci, la partenza dalla casa dell’infanzia, la dipartita dal mondo, sono le tappe del percorso della vita. Non esiste separazione senza sofferenza. Senza l’attaccamento materno, il bambino non saprebbe neppure di esistere e rimarrebbe un infelice, ma senza la separazione paterna non saprebbe dove andare. Ogni piccola o grande tappa evolutiva è sempre un passaggio doloroso dall’attaccamento alla libertà.
La “base sicura” di cui ha bisogno il figlio non significa quindi solo certezza affettiva. Comporta anche la trasmissione di convinzioni profonde, di ideali essenziali, di speranze buone, per rendere la vita affidabile. La vita morale consiste nello scegliere la vita voluta e desiderata e nel porsi al suo servizio. Anche questo sentimento della generazione come missione è all’origine della coscienza morale: il dono atteso, riconosciuto, accolto è restituito. Questa esperienza s’impara praticando l’arte della separazione, accettando il prezzo di una momentanea sofferenza.
Oggi però, i processi di rottura della tradizione si sono compiuti. Il trionfo delle libertà individuali impedisce la rappresentazione di un destino collettivo e giusto. In tempi di paura e di perdita della speranza, anche i riferimenti morali si riducono a “schiuma” (Peter Sloterdijk). I legami senza consistenza e affidabilità non permettono l’integrazione sociale. Possono al contrario diventare una minaccia. Il pronome “noi” a volte appare pericoloso. Il rapporto tra donna e uomo può fare molto male, all’opposto di tutto il bene che quel rapporto prometteva al suo inizio. Anche il rapporto tra genitori e figli può corrompersi. L’attaccamento al figlio, che all’inizio è essenziale e vitale, può diventare possessivo e mortifero. Le proiezioni dei genitori sui figli possono essere soffocanti, le attese dei figli dai genitori esorbitanti e irrealistiche.
Oggi non c’è più bisogno di rinunce, il figlio (bambino o adolescente) è liberato dal sacrificio. Il godimento estetico libera dal dovere, che appare immediatamente noioso. Le esperienze hanno così valore più per la gratificazione istantanea che arrecano che per la loro consistenza e durata. Si cerca un’emotività a forte impatto e a rapida evanescenza. L’atteggiamento della pretesa sempre richiedente nasce precisamente dal non accettare il debito relazionale. Per crescere, infatti, occorre imparare a “meritare” quanto si è ricevuto e si riceve gratuitamente. I genitori ricorrono sempre più spesso alla consulenza degli esperti, quasi avvertissero un vuoto di competenza, di fronte a un compito diventato improvvisamente troppo difficile. Eppure la nascita del figlio è la novità più sorprendente che la vita abbia loro offerto. Non è un'occupazione e una preoccupazione in più: è l’apertura inimmaginata di un orizzonte nuovo.
Si sa dunque da dove possa scaturire la speranza, in questi tempi bui.













































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