La Stanza del pensiero Critico. Perché l'Intelligenza Artificiale è un terreno di conflitto sociale
- Savino Pezzotta
- 11 mag
- Tempo di lettura: 4 min
di Savino Pezzotta

Quando ero un giovane militante sindacale e lavoravo in fabbrica, nei corsi di formazione sindacale della Cisl mi veniva ripetuto che, per capire cosa sarebbe accaduto in Italia e in Europa, dovevo osservare ciò che stava cambiando nell’organizzazione del lavoro e del potere negli Stati Uniti. Perché, prima o poi, quei cambiamenti sarebbero arrivati anche da noi. Mi sembra che questo criterio valga ancora oggi. È ciò che cerco di fare con questo scritto.
La trasformazione in corso negli USA
Negli Stati Uniti sta maturando una trasformazione che non riguarda solo la tecnologia, ma la struttura stessa del capitalismo. Da tempo abbiamo smesso di osservare questi mutamenti, anche perché la parola capitalismo viene spesso relegata a un lessico ideologico più che economico. Eppure ciò che sta accadendo con l’uso produttivo dell’intelligenza artificiale non è un semplice salto innovativo: è un processo di concentrazione del potere economico e politico nelle mani di pochissime corporation, le “Grandi Case dell’IA”, che stanno ridisegnando il metabolismo sociale. Gli investimenti colossali nei data center — sostenuti da un sistema finanziario che anticipa profitti futuri e socializza i rischi — hanno inaugurato un nuovo regime di accumulazione: un capitalismo computazionale che assorbe ricchezza sociale e la riconverte in potere privato.
La nuova materia prima: la vita
La materia prima di questo ciclo non è più il carbone o l’acciaio, ma la vita stessa: dati, comportamenti, immagini, voci, emozioni. L’IA generativa si nutre di tutto ciò che gli esseri umani producono, trasformando ogni gesto in informazione da elaborare e monetizzare. Questo processo promette automazione del lavoro d’ufficio, sorveglianza capillare e un controllo sociale senza precedenti. Chi possiede le infrastrutture computazionali possiede la capacità di osservare, prevedere e orientare intere popolazioni.
Il trasferimento di ricchezza
Dietro la retorica dell’innovazione si nasconde un gigantesco trasferimento di ricchezza verso un’élite tecnologica e finanziaria. La costruzione di data center sempre più grandi — strutture che consumano energia e acqua come interi Stati — è resa possibile da politiche pubbliche che hanno abdicato al loro ruolo di regolazione. La popolazione paga, pochi incassano. E mentre si celebra la “rivoluzione dell’IA”, si ignorano i suoi costi: ambientali, sociali, democratici.
Il lavoro fantasma
Il lavoro umano non scompare: si sposta nell’ombra. Milioni di persone nel Sud del mondo etichettano immagini, filtrano contenuti violenti, addestrano modelli linguistici per pochi dollari l’ora. È il lavoro fantasma che smonta il mito dell’autonomia delle macchine. Allo stesso tempo, nei magazzini e nelle fabbriche, algoritmi e robot impongono ritmi disumani, realizzando quella sussunzione totale del lavoro al capitale che avevamo intravisto nella fase industriale. L’IA non libera il lavoro come qualcheduno sostiene : lo disciplina in modo diverso, ma con la stessa logica di fondo del modello tayloristico.
L’assenza di neutralità...
Le categorie con cui l’IA classifica il mondo — razza, genere, comportamento — riproducono pregiudizi storici e gerarchie sociali. Le piattaforme raccolgono dati biometrici, psicometrici, comportamentali, trasformando la vita quotidiana in un flusso continuo di materia prima per l’accumulazione. Lo Stato non contrasta questo processo: spesso lo amplifica. Le tecnologie di sorveglianza vengono integrate nelle politiche di polizia, nelle operazioni militari, nei sistemi di controllo delle migrazioni. L’IA diventa così un’estensione dell’apparato securitario, uno strumento di guerra esterna e interna.
La contraddizione ecologica
La contraddizione più profonda è quella ecologica. L’IA consuma minerali, energia e acqua in quantità insostenibili. L’estrazione di litio e cobalto devasta territori e comunità; i data center drenano risorse idriche e producono emissioni crescenti; l’intero ciclo dell’IA riproduce una logica estrattiva che consuma più di quanto la natura possa rigenerare. A ciò si aggiunge una frattura interna: l’autofagia dell’IA, il collasso dei modelli saturati da dati sintetici prodotti da altre IA. Un sistema che divora se stesso mentre divora il mondo.
Le domande decisive
Di fronte a questo scenario, la domanda non è se l’IA sia buona o cattiva. La domanda è: a chi serve? Chi la controlla? Chi paga i costi? Chi ne trae beneficio? L’IA non è destino. È il prodotto di rapporti sociali, scelte politiche, interessi economici. Smontare il feticismo tecnologico significa riconoscere che il futuro non è scritto nei codici delle reti neurali, ma nella capacità collettiva di contestare un modello di sviluppo che concentra potere, distrugge risorse, genera guerre e disuguaglianze.
Un approccio umanista
Un approccio umanista all’IA non rifiuta la tecnologia: rifiuta la sua subordinazione agli imperativi del profitto. Propone di restituire alla società ciò che la società produce, di democratizzare l’infrastruttura digitale, di sottrarre la conoscenza al monopolio privato, di ricostruire un metabolismo sostenibile tra umanità e natura.
Un nuovo impegno sociale e sindacale
Per questo è necessario aprire un confronto che non si concentri solo sulla tecnica — come spesso fanno i sindacati — ma che scavi nelle radici economiche e politiche. Serve un nuovo impegno sociale e sindacale che si collochi con chiarezza nel tempo del potere computazionale. E riguarda tutti: lavoratori, cittadini, comunità, territori. Perché la sfida che l’IA ci pone non è evitabile: è un nuovo campo di impegno sociale che va oltre il sindacalismo e la necessaria contrattualizzazione , ma che deve coinvolgere l’intera società. La scelta che ci riguarda tutti è semplice e radicale: lasciare ciò che la tecnica produce nelle mani di pochi, o trasformarlo in un bene comune.








































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