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Due volte W nel destino sportivo, e non solo, dell’Italia

di Menandro|

Domenica 11 luglio, Wimbledon e Wembley, tennis e calcio, avranno come denominatore comune l’azzurro dell’Italia sportiva guardato in mondovisione. Che singolare destino si consumerà a Londra. Sull’erba di Wimbledon Matteo Berrettini contende al serbo Novak Djokovic la coppa del torneo più importante del mondo; poche ore dopo, Wembley sarà teatro della sfida tra Inghilterra e Italia per il primato calcistico in Europa. Ci ritroviamo a risalire la china attraverso lo sport. Non è la prima volta. La consideriamo una nostra caratteristica ed è oggettivamente è nelle nostre corde: siamo talentuosi e se ci applichiamo diventiamo insuperabili. L’elenco di vittorie in momenti difficili, se non drammatici, è lungo. Su tutte, la vittoria di Gino Bartali al Tour de France nel luglio del 1948, con il Paese che rischiava di sprofondare nella guerra civile, dopo l’attentato al capo del Pci, Palmiro Togliatti. Adesso abbiamo problemi meno cruenti, ma altrettanto seri, dal debito pubblico alle riforme per le quali proviamo più di una idiosincrasia, alla ripresa produttiva dopo la pandemia per ridurre la disoccupazione che sta creando più delle fisiologiche sacche di povertà contemperate dal sistema di mercato. Berrettini 61 anni dopo la semifinale perduta di Pietrangeli

Non era mai accaduto nell’arco di 144 anni del torneo di Wimbledon, vedere un tennista italiano accedere alla finale del singolare maschile nel tempio numero uno dello Slam. Si era sfiorata la finale nel 1960 con Nicola Pietrangeli, un fuoriclasse nato a Tunisi da padre italiano e madre con ascendenze danesi e russe, il cui nome venne storpiato dallo speaker con la tipica inflessione anglosassone che rese almeno più dolce la sua uscita di scena.

Domenica, invece, la scena sarà tutta per un romano di 25 anni, fisico da corazziere, determinazione di chi, tra molti stupori, negli ultimi due anni ha preso l’ascensore sociale di uno sport milionario. Berrettini ha la grande occasione di entrare nella storia. Si tratta di capire in quale. In quella nazionale comunque c’è già e ci resterà a lungo. Ora, ha l’occasione di scrivere anche una pagina indelebile della storia del tennis mondiale battendo il numero 1 del ranking, il dominatore su qualunque superficie, cemento, terra rossa, erba: Djokovic, l’onnivoro. La nazionale di calcio per riprovare le emozioni del 1968

La nazionale di calcio, alla sua quarta finale negli Europei, ci riprova 9 anni dopo l’ultima finale perduta contro la Spagna. Abbiamo vinto la terza edizione degli Europei nel 1968, dopo quelle vinte da Urss e Spagna. All’Olimpico di Roma, chiudemmo la pratica di una fortissima Jugoslavia con due goal, uno di “Rombo di tuono” Gigi Riva, l’altro del compianto Pietro Anastasi. Si era alla seconda gara di un torneo rocambolesco in cui avevamo superato in semifinale l’Urss con il lancio della monetina al secondo tentativo, dopo che al primo la moneta, un franco francese, si era incastrata in una fessura del pavimento. A scegliere la faccia della medaglia era stato il nostro capitano, il mitico Giacinto Facchetti. La prima partita, in cui gli slavi ci avevano in alcuni momenti surclassati, ma da cui non saremmo comunque mai usciti sconfitti, fu la sensazione di chi era in campo quella sera, era terminata 1 a 1; all’epoca la questione non si risolveva ai rigori, ma con un’altra sfida. A Wembley, invece, in caso di parità con gli inglesi si andrà come è noto ai supplementari e poi ai rigori. Nel nostro caso, dopo il filotto vincente contro gli spagnoli, sarebbe igienico evitarli, anche per scaramanzia. Abbiamo già dato e bene, non roviniamoci quel senso di imbattibilità.

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