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Dieci anni dopo, soltanto Gipo

Aggiornamento: 30 dic 2023

di Michele Ruggiero



Una sala a Palazzo Lascaris a lui dedicata e una serata di spettacolo il 19 dicembre scorso al Conservatorio "Verdi" di piazza Bodoni con le sue musiche e le sue poesie: è l'omaggio che il Consiglio regionale ha riservato nel decennale della scomparsa a Gipo Farassino, parlamentare ed europarlamentare, consigliere regionale nella V (1990-1995) e VI consiliatura (1995-2000), ed assessore regionale dal 2004 al 2005 nella Giunta di centro-destra guidata da Enzo Ghigo.

Ma è stato il "Varietà di Natale" a innescare una serie di ricordi ed amarcord nel pubblico presente al Conservatorio sulla figura a tutto tondo di Gipo Farassino, personaggio dalle mille sfaccettature e con le contraddizioni cui si va inevitabilmente incontro quando si percorrono i sentieri della politica. Un uomo, la memoria potrà anche tradire, che con le note e i copioni teatrali ha comunque più unito che diviso, senza ricorrere a espedienti sentimentali, ma cercando di rimanere fedele alla sua ricerca artistica, pur nella evoluzione dei tempi, delle mode, dei gusti e delle consonanze emotive. Nella serata che si è avvalsa della regia di Giulio Graglia ed è stata presentata da Sabrina Gonzatto, gli sono stati vicini gli amici e i compagni di scena di una vita: gli attori Mario Brusa e Rosalba Bongiovanni e il musicista Mario Congiu (nella foto in basso con Marcello Spinetta) che hanno offerto l'occasione di ripensare all'artista che ha riservato sempre uno spazio profondo per la sua regione, il Piemonte. E a noi di scrivere un ricordo anche di Farassino politico.



La prima volta che si realizzò chi fosse Gipo Farassino si ebbe modo di realizzare che nel torrente Sangone insieme all'acqua scorreva anche la poesia in musica e in turineis...



Al venner i smôntô,

al saba fas festa,

i vad con la vespa al Sangon

l'è pien ad gôrine

'n po' serie 'n po' mine

che vedô sempre a balé.

Perciò cosa import

se sai nen nôé

mi devô carié

e perciò: Sangon Blues...

[...]J fazô la squadra

ai tôrn a revolver

ma vadô 'n palestra

a dôi bot

perché c'è John Vigna

che il muscolo insegna

anche ai pi brut tracagnòt

e peui a la festa mè cari giôvnot

mi gônfiô 'l cassiòt

e poi: Sangon Blues.




Correva l'anno 1965 e Gipo dava lustro a John Vigna, nome d'arte di Giovanni Vignarelli, pioniere del culturismo a Torino e in Italia, di cui si vedevano foto e pubblicità sulle riviste di fumetti Intrepido e Il Monello, che appartenevano alla stessa casa editrice Universo. La palestra, in corso Dante, era frequentata dagli epigoni sopravvissuti al tramonto dei peplum girati a Cinecittà, i film mitologici che animavano le sale oratoriane e di periferia con i muscolari Mark Forest, Gordon Scott e con il più grande di tutti, Steve Reeves. Ma il declino cinematografico non colpiva i gusti della società. Anzi. L'estetica fisica che si richiamava a corpi scultorei come il discobolo di Mirone era pronta al decollo di massa. Non si sarebbe registrato però in spartane e grigie palestre, ma in luoghi arredati di tutto punto chiamati fitness o centri benessere che premiavano più l'offerta di socialità che il sudore, a parte quello di saune e bagni turchi, mentre il cinema hollywoodiano avrebbe reinventato l'epica nostrana dei peplum agli inizi degli anni Ottanta con il geniale reazionario e maschilista regista John Milius e il suo alter ego, il cimmero, al secolo mister Universo Arnold Schwarzenegger. E' il decennio che segna la rivincita dei neoliberisti sull'entusiasmo egualitario e della rivoluzione a portata di mano del '68. Lo stesso anno in cui Farassino dà voce in Avere un amico, emozioni introspettive che misurano a livello nazionale la caratura dell'eclettismo dell'artista che lo porterà a calcare palcoscenici, in apparizioni cinematografiche e televisive.


Avere un amico vuol dire sentirsi qualcuno

Vuol dire trovarsi la sera in un certo caffè

Ricordare una strada, un bagno nel fiume

Due occhi sgranati sulla grande città

Avere un amico vuol dire fermare un po' il tempo

Vuol dire trovar la risposta a tanti perché

Ricordare un cortile, un nome, Mari

Due occhi smarriti che cercano te

Un giorno tu scopri che il cielo ha tanti color

E dietro il traguardo nessuno ti porge dei fiori

Allora tu scopri di avere sprecato una vita

Pedalando in salita e ti spieghi perché

Avere un amico vuol dire sentirsi qualcuno

Vuol dire trovarsi la sera in un certo caffè

Ritrovare una strada, una casa sparita

E una goccia di vita che ritorna da te

Allora tu scopri di avere sprecato una vita

Pedalando in salita e ti spieghi perché

Avere un amico vuol dire sentirsi qualcuno

Vuol dire trovarsi la sera in un certo caffè

Ritrovare una strada, una casa sparita

E una goccia di vita che ritorna da te

Quell'amico, melanconico, ma non rassegnato, smise di guardare il cielo in un giorno freddo di un sole pieno a Torino, la sua città, cantata, descritta, raccontata, vissuta fino all'ultimo respiro. Era l'11 dicembre del 2013, un mercoledì, l'ultimo dello chansonnier nato in una casa di Barriera di Milano, tra gente di ringhiera e uomini che uscivano al mattino presto con l'orgoglio di andare a lavorare e il baracchino nella borsa.

Il giorno prima, al di là dell'oceano, a New York le note si erano fermate anche per un altro musicista di talento, Jim Hall, all'anagrafe James Stanley, chitarrista jazz che aveva duettato con i più importanti mostri sacri della musica americana, da Ella Fitzgerald a Chat Baker, Paul Desmond, Michel Petrucciani.

Nel giorno dell'addio a Gipo Farassino, mentre si preparava la camera ardente al teatro Carignano, i quotidiani salutavano l'uscita di scena di Rossana Podestà, brava attrice dai lineamenti sensuali che rimandava al pubblico il fascino del proibito con una bellezza erotica amplificata dall'immaginazione di un nudo a metà. Rossana Podestà, compagna del grande amore della sua vita, l'alpinista Walter Bonatti, era nata nello stesso anno di Farassino, il 1934, ma qualche chilometro soltanto più in là di Torino, a Tripoli, la quarta sponda dell'Italia fascista.

Un'Italia, per la verità, che di fascismo puzzava un po' in quei giorni di violenza politica montante dalle piazze e dalle strade per l'invasione di strani figuri esagitati. Erano i cosiddetti "forconi", sigla di un movimento anarcoide, rabbioso e nichilista, su cui soffiavano sincronici sia il vaffa della smorfia volgare a bocca aperta di Beppe Grillo, che ricordava molto da vicina quella di Eli Wallach sui cartelloni ne "Il buono, il brutto ed il cattivo", sia l'accidiosa rivalsa del Cavalier Silvio Berlusconi, messo alla porta soltanto due anni prima da un gelido King George Napolitano.

Con i poteri che gli conferisce la Costituzione Italiana (gli stessi che oggi vorrebbe picconare il presidente del Senato Ignazio Benito La Russa), il Capo dello Stato non era rimasto insensibile alle preoccupazioni, all'inquietudine e all'irritazione che si percepiva nel mondo per l'italico spread spinto ai suoi massimi storici e per la scia di pruriginose e piccanti storie di letto e di lenzuola che l'allora Presidente del Consiglio lasciava fiero dietro di sé, definendole burlesque nei giorni pari feriali, bunga-bunga in quelli dispari, l'uno e l'altro per santificare la domenica dei suoi sempre numerosi estimatori. La cultura di Gipo Farassino era altro, se non altro per discrezione e senso del privato, ma non l'alleanza politica. Del resto arte e politica non sono come le trasfusioni che pretendono lo stesso gruppo sanguigno.


Nato l'11 marzo sotto il Segno dei Pesci, aveva vissuto quasi ottant'anni, resistendo negli ultimi alla malattia maligna che lo tormentava anche nell'animo per la morte a soli 28 anni dell'adorata figlia Caterina, avvenuta a causa di un incidente stradale nella notte del 4 ottobre del 2005. Ma Gipo non era pronto ad andarsene. Caterina era nel suo cuore e il suo nome viveva nella fondazione fondata per sostenere giovani artisti e musicisti. Sognava ancora in grande, come sempre aveva fatto nella sua vita, giocando a confondere finzione e realtà con quegli atteggiamenti teatrali che davano l'impressione di essere sempre di nuovo conio. Ma del Gipo artista si apprezzava tutto: dalle commedie alle canzoni che avevano reso torinese anche chi non lo era, o chi lo era diventato d'adozione e per devozione, con uno sforzo immenso per cancellare l'inflessione dialettale d'origine.

I suoi LP riportavano nel presente una Torino d'altri tempi, nostalgicamente condivisa alle prime note di tutte le sue canzoni. Note che bussavano e bussano al cuore con quel timbro di voce unico, ricercatamente quel tanto roco per essere charmant. Sul palcoscenico, Gipo, gigione o ironico sotto quella luce di accennata malinconia, divorava la scena e si esaltava rimettendosi sempre in gioco per il suo pubblico che amava stupire. Come nel giugno del 1973, quando un mostro sacro del teatro italiano, Tino Buazzelli gli aveva affidato la parte di Flaminio nella riduzione televisiva de La Bottega del caffè, di Carlo Goldoni, in cui recitava anche un'altra attrice amata dai torinesi, Silvana Lombarda. Era stato un importante riconoscimento dopo anni di dura gavetta in una normale alternanza, per quei tempi, di speranze e di paludate delusioni. Infine, di soddisfazioni raggiunte da profeta in patria con il Teatro Popolare.

Nel 1978 era nato all'Erba di Torino, "il salotto torinese sul rive del Po", la Scuola di Teatro piemontese. In cattedra, ad insegnare la grammatica e la sintassi, la pronuncia e la grafia del teatro dialettale, in compagnia dell'inseparabile amico e regista Massimo Scaglione e dello studioso Camillo Brero, non poteva che esserci lui, Gipo, oramai ambasciatore riconosciuto e interprete della torinesità messa in scena. Intervistato insieme con un altro mito torinese doc dello spettacolo , Erminio Macario, si era mostrato ancora una volta generoso nel condividere i meriti. Anzi. In quella circostanza aveva riconosciuto ai coniugi Mesturino, storici imprenditori teatrali di Torino l'idea di impiantare la scuola "visto il successo ottenuto dai corsi di formazione teatrale da loro organizzati presso il Teatro Nuovo".


Al giornalista che lo incalzava sugli obiettivi della scuola teatrale aveva ribadito un concetto per lui intramontabile: "Va bandito il macchiettismo. Cercherò di fare capire come ogni figura debba avere la sua fisionomia, aderendo alla varietà del tessuto sociale: l'operaio parla e gestisce in modo diverso dall'impiegato o dal bottegaio. Le diversità si possono trovare entro il medesimo nucleo familiare, con il padre operaio che chiamerà "pietosa" la minestra, la madre casalinga che dirà 'mnestre?', ed il figlio, che frequentando il bar, avrà imparato a definirla 'sboba'".

Il teatro popolare era e rimarrà fino alla morte la sua bussola, il suo zenit, il suo insaziabile desiderio di sfide costruttive. Lo è al ritorno da quattro anni di "latitanza" televisiva e un film per la Tv tratto da un romanzo di Giovanni Arpino Una nuvola d'ira con la regia di Massimo Scaglione, quando proprio in questi giorni del 1986, si ripresenta ai torinesi al Teatro Massaua con Trope spose per monsù Poret , una commedia in due tempi di Dino Belmondo, pseudonimo di Tino Casalegno. E' il suo "ricominciare anche lui da tre", racconta ai cronisti, naturalmente vicino a Massimo Scaglione, un collaudato sodalizio, e con la volontà dichiarata, mista forse a preoccupazione di "convogliare in uno spazio teatrale nuovo e un po' periferico il mio tradizionale pubblico".



Scommessa vinta, se due anni dopo, ritorna al Massaua e trascina sul palcoscenico un vecchio e dimenticato copione francese dell'Ottocento, riesumato all'uopo per il classico Premiata ditta Moschin e Mescen, spettacolo dai gustosi e spassosi equivoci con la partecipazione di Renzo Lori, Vittoria Lotterò e Rosalba Bongiovanni.

Dal teatro al teatrino, quello della politica. Sale quei gradini sul finire degli anni Ottanta, quando scopre la forza trascinante dei movimenti autonomisti come Piemont Autonomista. Di politica, Farassino è impregnato dalla nascita. La Barriera è per definizione politica, politica di classe, ancora più la Barriera di Milano che deve armonizzare negli anni Cinquanta la sua koiné che mescola l'operaismo torinese rigoroso nella sua dignità professionale agli immigrati dei "treni del Sole" che vivono in subaffitto e che sono la nuova forza lavoro, l'operaio-massa che si consuma nella fabbrica fordista. Sono fermenti forti di periferia che Gipo Farassino inspira a mette in musica, condivide, anche se non ha la tessera, con i compagni della sezione del Pci, gente che ancora discute in dialetto le posizioni di Togliatti e le strategie sindacali della Cgil, donne e uomini che ne hanno viste di tutti i colori, ma che ora devono tenere a bada la polemica di giovani massimalisti insoddisfatti della prudenza del partito, di giovani come Pietro Cavallero, predicatore rivoluzionario destinato a rapinare le banche con la sua banda dal grilletto purtroppo facile.


In anni successivi, a chi gli chiede dei suoi trascorsi nel Pci per strappargli qualche contraddizione e stringerlo all'angolo, Gipo rivela ciò che è noto e di dominio pubblico: le sue partecipazioni ai Festival dell'Unità, un giornale che per lui avrà sempre un occhio d'attenzione con gli articoli di Nino Ferrero, e una tessera con la falce e martello, regalo del non ancora sindaco Diego Novelli, cugino di un altro Novelli, di nome Piero, grande giornalista della Gazzetta del Popolo, uno dei primi a scoprire il suo talento. Questo, perché la storia personale non si cancella, anche se è storia passata, diranno i suoi sguardi e i rapporti con altri giornalisti di sinistra, insieme con i ricordi e gli apprezzamenti di chi gli aveva riconosciuto eclettismo artistico e genuinità poetica.

Doti che premiano la sua figura di cantante folk di successo ripresa in un ritratto tra il goliardico e l'ironico che Tango, l'allegato satirico dell'Unità del lunedì, dedica al "compagno Achille Occhetto", "nato casualmente a Torino nel 1936 e affidato dai genitori Bob Dylan e Joan Baez, costretti a tornare precipitosamente negli Stati Uniti, a un loro collega torinese: Gipo Farassino". Soddisfazioni e non piccole.

Che gli offre anche la Lega Nord di Bossi, che lo nomina suo plenipotenziario in Piemonte. Soddisfazioni con mezze delusioni o forse qualcosa di più che affiorano ad intermittenza. A febbraio del 1993, si principia la campagna elettorale per ridare un sindaco a Torino, dopo il commissariamento del prefetto Malpica, che anni dopo ritroveremo al centro della solita bufera sui servizi segreti. Si vota con il nuovo sistema diretto. Chi meglio allora può rappresentare l'anima di Torino per la Lega Nord? Risposta scontata. Invece no, non è Farassino. A febbraio, giorni vissuti tra polemiche ed espulsioni nella Lega Nord, discorso d'apertura della campagna elettorale, il Senatur fa capire che a comandare è lui soltanto e che Farassino sta bene dov'è, a Montecitorio, anche se lo ha promosso segretario regionale. Alle amministrative, il Carroccio punta sul giovane e di bell'aspetto Domenico Comino, cuneese di Morozzo, che di politica in quel momento sa ciò che Bossi ritiene di dovergli dire. Secondo logica tra chi comanda e chi esegue.

Una strana storia per la Lega Nord e Farassino. Ombre che si allungano, perché con Farassino, anche se non c'è la controprova, sarebbe stato più difficile per Valentino Castellani, il candidato della sinistra progressista non ancora Ulivo, ma sotto l'egida della Quercia di Achille Occhetto, finire al ballottaggio con Diego Novelli, sostenuto dalla sinistra radicale... Morale: in una sfida tra Farassino e Novelli, su chi sarebbero confluiti i voti di centro e di sinistra?

A giochi fatti e perduti, anche se pende un ricorso e una denuncia per brogli contro il prefetto Lessona, Farassino non raccoglie provocazioni. Il 10 giugno, dinanzi al taccuino di Giuseppe Sangiorgio, notista politico di razza de La Stampa di Torino, ammette e non ammette, poi nega di aver litigato con Bossi. Un passo avanti e uno indietro, compostamente, ma fedele alla linea del padre-padrone della Lega Nord, anche se la cicatrice sanguina. Eccome se sanguina. Sangiorgio annota come fosse un biglietto da visita la frase di Farassino: "Di fronte al nemico-giornalista non si può che tacere". Ma lascia capire che lui ce l'avrebbe fatta. Poi smentisce l'affermazione che un quotidiano gli ha attribuito: "Se ci fossi stato io avrei raccolto 50 mila voti in più". Osserva ancora: "Sarebbe come dire che Comino è un coglione. E non è vero". Poi Sangiorgio si fa sotto, prova a raddoppiare i colpi: "Gipo, dica la verità, la Lega sotto la Mole non ha testa: tanti voti, niente sindaco". Lui replica con la sicurezza di chi confida nell'incertezza: "Non è sicuro che il ballottaggio si svolga tra Novelli e Castellani. I brogli, voluti o no, ci sono stati. Ci rivolgeremo al Tar, se ne stanno occupando gli avvocati Brigandì e Trincheri". "Ma con Farassino questi problemi non ci sarebbero stati. Lo ammette?" prova a doppiare il colpo, Sangiorgio. Risposta: "Voglio bene a Comino. Non sono stato candidato, punto e basta. Non s'è mai visto un segretario appena eletto che si candidi a sindaco. Ed io sono stato riconfermato al vertice a febbraio. Rimpianti? Nessuno. Chi può dire che sarei arrivato al ballottaggio? Avrebbero attaccato anche me". Lo dice, ma la voce scivola loffia, stanca, come il muscolo di Sangon Blues.

Nel 1994, un'altra delusione ed è cocente: alle politiche con la bandiera del Polo delle Libertà viene battuto al Senato dal candidato progressista Franco Debenedetti. La sconfitta brucia. Racconta ai giornalisti che il primo a rincuorarlo è stato Silvio Berlusconi che gli ha anche offerto un posto. Ma lui rimane fedele a Bossi e lo dichiara pubblicamente nei mesi successivi, quando si profila un'altra incipiente crisi del Carroccio. Una fedeltà non premiata, perché a dicembre del 1996, il Senatur l'estromette dal vertice regionale.

La cronaca che ne fa l'Unità, forse l'unico quotidiano che prende posizione a favore di Farassino è una difesa che tende anche a denudare l'ingratitudine di Bossi:

Arriva puntuale a mezzogiorno l’Umbertone della Padania al teatro Colosseo di Torino. In tempo per stroncare sul più bello l’intervento del suo (ex) luogotenente Gipo Farassino con le note del «Va Pensiero» e spezzare indirettamente una lancia in favore del suo «delfino», il Comino da Morozzo, nella corsa per la poltrona di segretario regionale. Deglutisce amaro lo chansonnier prestato alla politica davanti alla platea di ottocento delegati del congresso regionale della Lega Nord Piemonte. Ma è ancora una cosuccia rispetto a ciò che l’aspetta, rispetto ai siluri velenosi sulla sua gestione che il Senatur gli scarica addosso qualche minuto dopo, per scaricarlo del tutto. Alla resa dei conti, è quasi un plebiscito per il capogruppo piemontese dei «lumbard» al Senato: 578 voti a Comino, 172 al segretario uscente. Si è chiusa l’era «prima» del Carroccio in Piemonte. Ora si cambia pagina con attori più fedeli, più disponibili a seguirlo nella strada della secessione di quanto non lo fosse il «tiepido» sceriffo Farassino. Almeno è quello che dice e non dice Bossi, tra un’incursione locale piemontese ed un «ukase» scagliato a Roma. Roma ladrona, secondo copione, l’Italia dei «marmiglioni» che perseguitano i patrioti italiani, secondo una libera e colorita derivazione da marmaglia.

Per Farassino è l'ora del Silenzio suonato con cinica freddezza nell'addio alla politica di partito. Il destino vuole che l'astro nascente Domenico Comino declini rapidamente. Polemizza con Bossi che gli scarica addosso l'anatema di traditore e lo insegue brandendo metaforicamente la spada di Alberto di Giussano. Non è che un'intima soddisfazione da condividere con i suoi affetti. Rimane uomo delle istituzioni, consigliere regionale fino al 2000 e nel 2004, per una breve parentesi, assessore nella giunta di centro-destra con il presidente di Forza Italia Enzo Ghigo. Nel mezzo, ritornerà l'uomo di sempre, cantautore, artista, attore poliedrico, personaggio unico e indimenticabile, il cui volto rivivrà nel film Gipo, lo zingaro di Barriera per la regia di Alessandro Castelletto, presentato nel 2016 al 34º Torino Film Festival.



Le foto sono state gentilmente concesse dal Consiglio regionale del Piemonte.

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