I "lati" di un triangolo ossessivo Trump, Vance e Thiel
- Marcello Croce
- 18 mar
- Tempo di lettura: 5 min
Alle radici della guerra scatenata contro l'Iran
di Marcello Croce

Dicendo dell’America, nel 1913 Ezra Pound scriveva da Londra: “Non si può sensatamente ritenerla più vecchia del 1870”.[1] Era il preannuncio del secolo americano, il XX.
Ma oggi il secolo americano, saturo di mondialità, si scopre improvvisamente vecchio. come se la fuga vertiginosa del suo orizzonte ne avesse teso allo spasimo la forza vitale, avvicinandolo al punto di collasso. Questo punto di morte è il nichilismo, che percorre sia la Sinistra che la Destra americane. Non si tratta più, a ben vedere, del nostro nichilismo europeo, così profondamente legato alla malattia mortale della disperazione nei confronti dell’essere (Kierkegaard).
Il segreto dell'antistoria
Il nichilismo americano piuttosto rappresenta l’implosione di un vitalismo spaziale, è l’America-mondo che resta schiacciata dal suo stesso accumulo e dalla tensione inarrestabile di questa voracità, che produce e divora miliardi di dollari senza fine. La moneta è la sua immagine rappresentativa, come per l’Italia lo è poniamo la Cappella Sistina o la cupola di Santa Maria del Fiore. Misura suprema del valore, o se vogliamo di Dio.
A mostrare tutto questo, forse non c’è immagine più eloquente che quella della distopia, il cui spazio invertito è la Silicon Valley. Un degrado dell’utopia, infine. Tra il volto di adolescente di Alexander Supertramp, alias Christopher McCandless (ricordate Into the Wild, o i romanzi del grande Jack London?), e il mascherone di Trump corre una continuità che il tempo da solo non può spiegare. Il segreto legame è l’antistoria.
Si è fatta frequente l’osservazione che se Trump avesse studiato la storia delle civiltà del passato ci avrebbe pensato su prima di muovere questa guerra all’Iran. Gli eredi – non diciamo degli imperi degli Achemenidi o dei Sassanidi – ma semplicemente delle grandi epoche islamiche successive, progenitrici dell’Iran contemporaneo, serbarono sempre la lingua e l’identità culturale (laddove il mondo cristiano arabizzato si squagliò in breve tempo come neve al sole). E vi ebbe origine la dottrina shi’a, il partito che dopo la morte di Maometto aveva sostenuto i diritti del suo genero Alì quale capo della comunità musulmana (imâm in persiano, califfo in arabo).
Maometto, Husain, lo sciismo
La Persia mantenne il suo volto originario sotto gli Ommyadi arabi, rinascendo poi con gli Abbassidi. Resistette nei secoli di dominazione turco-selgiukide e dette al pensiero umano figure come al-Ghazali e Avicenna. Al tempo di Rashid al‑Din (età di Dante) impose ai dominatori mongoli la propria superiore civiltà. Risorse politicamente nel 1500 con i Safavidi e lo stato sciita. Reagì nel XX secolo ai tentativi di occidentalizzazione e dipendenza semicoloniale programmato dai Pahlavi, e nel 1979 ristabilì la propria indipendenza politica ed economica con la rivoluzione di Khomeini.
Vorrei soffermarmi su un punto particolare dell’anima persiana. Il grande studioso Alessandro Bausani scrive: “Nello sciismo… il dolore e la sofferenza sono venuti assumendo, col tempo, una importanza che per molti punti di vista si avvicina a quella data loro dal cristianesimo o da altre religioni precristiane… Come vedemmo, lo sciismo è religione di perseguitati e di sconfitti. Tutti gli imâm, a cominciare dal primo e massimo, Alì (cugino e genero del profeta), furono, secondo gli sciiti, martirizzati, uccisi ingiustamente”.[2]
Bausani aggiunge che la concezione della sofferenza redentrice è cosa praticamente ignota all’Islàm normale; e gli è ignoto perché, se lo si ammettesse, si verrebbe a condizionare Dio, e questo varrebbe a limitare il teocentrismo assoluto della fede islamica. L’Islàm, in sé, è una religione di vittoria.
Il valore speciale del sangue, del dolore, della morte violenta che rappresentano il senso della pietas sciita risale non solo alla figura di Alì: ma soprattutto al “giovane germoglio” della famiglia del profeta Maometto, al nipote Husain, figlio di sua figlia Fatima, che trovò la morte in una impari battaglia presso l’Eufrate, in una località divenuta mitica per gli sciiti, Karbalâ. Era l’anno 680 della nostra era.
Vicini allo spirito del Cristianesimo
La narrazione di questo avvenimento è una specie di evangelo per gli sciiti. Così ancora Bausani: “È il prototipo archetipale del Dio che Muore”. La tomba di Husain divenne il simbolo più venerato e il suo nome invocato al pari di Maometto come mediatore e intercessore presso Dio.
Ciò che sorprende è la prossimità allo spirito del Cristianesimo. Secondo Bausani, “nel caso di Husain, come è in fondo il caso per Gesù (che del resto la pietà sciita a lui paragona), l’Eroe è ucciso non da un popolo di miscredenti, ma dallo stesso popolo che di diritto almeno, e almeno in teoria, è il Popolo di Dio”.
È un tratto teologico che nella pietà sciita conferisce alla religione e al culto islamici il significato di una passione e morte come offerta di sé. Nulla che induca all’idea religiosa di potenza e elezione.
La differenza, certo, oggi sta invece nel diverso corso epocale fra un occidente secolarizzato e una nazione iranica in gran parte ancora retta da una élite religiosa. A incidere nella storia non sono certo le ibride e confuse teorie di Thiel e degli altri intellettuali miliardari di Trump.
Gli insegnamenti di René Girard
Peter Thiel, a differenza degli altri grandi investitori della Silicon Valley, scelse il circolo di Trump, rompendo quel fronte, perché emerse come ideologo di un modo differente di intendere il senso della rivoluzione tecnologica, opposto a quello delle utopie transumanistiche.
Studente a Stanford, una università che praticamente era il cervello della Silicon Valley; là aveva ricevuto le basi di un pensiero decisamente avverso ai miti dell’euforico conformismo multiculturale che predicava la globalizzazione.
A Stanford Thiel si legò al filosofo francese René Girard, che vi insegnava dal 1981, e divenuto celebre dopo la pubblicazione di La violenza e il sacro (1972). Li univa un analogo giudizio negativo sull’orientamento appoggiato dall’intellighenzia finanziaria e tecnologica californiana al seguito, per esempio, di Steve Jobs, il creatore di Apple, ansiosa di staccarsi nel futuro in vista di una nuova rivoluzione antropologica.
Si era alle soglie di un cambiamento epocale clamoroso. La dissoluzione del sistema sovietico aveva aperto gli spazi del tempo perché ora il tempo non era più vincolato a un assetto costringente e definito dalla politica dei due blocchi. L’Europa ora non contava più. L’enorme accumulo di energia immobilizzato per mantenere fermo il coperchio del mondo ora poteva sprigionarsi con una libertà sconfinata, e creatrice di nuovi e impensabili orizzonti.
Alla conquista delle fonti d'energia
A differenza del progressismo utopistico, egli divideva con Girard un pessimismo antropologico. Con Girard, Thiel vide roteare intorno all’asse dell’epoca non palingenetiche risoluzioni operate dalle tecnologie più avanzate, ma il ritorno di forze cieche ancestrali, quelle che il filosofo francese aveva snidato nella sua esplorazione delle forme religiose precristiane. Il rischio di una catastrofe globale.
Rigettava l’ottimismo del capitalismo originario – la famosa mano invisibile. Sosteneva perciò la necessità di segregare i processi innovativi delle tecnologie mediante la creazione di monopoli, al fine di garantire una indefinita differenziazione dei prodotti innovativi. Se il conflitto terrestre sorge a causa della competizione mimetica (la concorrenza economica predicata dal liberismo), occorre sottrarre i campi di produzione dall’imitazione, anche attraverso il controllo dell’informazione, e giungere a una governance autoritaria dell’intero mondo dell’innovazione.
Il punto è che il mondo attuale è messo a soqquadro non solo per una guerra dei mercati, ma più ancora per il possesso delle fonti di energia. E dall’energia la tecnologia è assolutamente condizionata. Thiel questo lo sa bene, così che forse è l’anello che più lo lega al disegno politico di Trump e alle sue guerre. Torniamo perciò alla questione di fondo, nella quale più si gioca questa presidenza.
Le guerre di Trump sono guerre per il possesso o il controllo della terra per assicurarsene il fondo energetico, in vista di un mondo qual è quello immaginato dai grandi feudatari americani padroni della Silicon Valley. Il monopolio energetico necessario per il balzo in avanti di un sovramondo mai visto innanzi, prodotto dal denaro e dalla tirannia dell’innovazione,
Note
[1] E. Pound, Patria mia, in Dal naufragio di Europa, Vicenza 2016.
[2] A. Bausani, Persia religiosa, Milano 1959.













































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