PIANETA SICUREZZA. Se solo "all'improvviso" il potere scopre il rigore etico...
- Nicola Rossiello
- 24 ore fa
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Aggiornamento: 4 ore fa
Considerazioni sulla vicenda che coinvolge l'onorevole Delmastro
di Nicola Rossiello

C'è un passaggio, nella vicenda che investe, per l'ennesima volta, il Sottosegretario alla Giustizia con delega al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria) Andrea Delmastro, che suona come una sintesi perfetta dello sconcerto che questo caso dovrebbe suscitare in qualsiasi cittadino. La cronaca è nota: Il Fatto Quotidiano ha pubblicato la notizia della partecipazione del Sottosegretario, e di altri esponenti del suo partito, Fratelli d'Italia, compresa la vicepresidente della Regione Piemonte, Elena Chiorino, a una società di ristorazione, la cui amministratrice sarebbe la figlia di un uomo, Mauro Caroccia, attualmente detenuto e considerato un prestanome del clan Senese, un clan di caratura criminale, al di là dei distinguo giudiziari.
Delmastro dichiara di essere uscito dalla società – l'attività romana finita nell'inchiesta de Il Fatto Quotidiano – "nel momento in cui si scopre" chi fosse veramente la ragazza con cui era in affari. Traduzione, secondo il quotidiano: non quando ha saputo che la società faceva capo a un uomo legato a contesti malavitosi, non quando ha visto i nomi, non quando ha firmato, ma quando il caso è diventato pubblico. Proviamo a seguire il filo, perché è qui che la vicenda smette di essere un "caso politico" e diventa una questione delicata per il senso dello Stato.

Riassumiamo gli avvenimenti, nudi e crudi, così come emergono dall'inchiesta giornalistica. L'onorevole Delmastro era socio, fino a un mese fa, di una società che gestisce una bisteccheria a Roma. Sua socia era una ragazza di 18 anni, amministratrice unica. Persona che, secondo quanto ricostruito, non lo conoscerebbe nemmeno. Il padre di lei, Mauro Caroccia, si trova attualmente in carcere, dove sta scontando una condanna a 4 anni: sarebbe lui, secondo le indagini, il prestanome della famiglia Senese, storica realtà della malavita romana. Non è un dettaglio da poco. È il cuore della vicenda perché non si chiede all'onorevole Delmastro di essere un magistrato antimafia, ma gli si chiede – come rappresentante delle Istituzioni e Sottosegretario alla Giustizia – di a porsi un'unica domanda: "Con chi sto facendo affari? E perché una ragazza di 18 anni è titolare di una società con me?". Interrogatovi che, a quanto pare, non sarebbero state poste. O, a giudicare dai fatti, sarebbero state ignorate.
Oggi il Sottosegretario alla Giustizia si difende con il rigore etico. Dice che appena ha saputo che la ragazza era la figlia del presunto prestanome dei Senese, si è sfilato dalla società. Ma la domanda rimane un'altra: come è possibile che un Sottosegretario non abbia verificato con chi condivideva quote societarie in primis considerato il suo ruolo, non ultimo, il doveroso controllo dinanzi al livello di penetrazione della criminalità organizzata nell'economia legale nel nostro Paese, che ne fa un'emergenza nazionale?
C'è poi un altro elemento che colpisce l'opinione pubblica, più di ogni affermazione di circostanza: nelle sue dichiarazioni patrimoniali – quelle che i parlamentari depositano per trasparenza – l'onorevole Delmastro non avrebbe mai citato quella partecipazione. Vero? Non pienamente corrispondente al vero? Decisamente falso? Una dimenticanza? Un'omissione? Lo spiegherà il diretto interessato. Però... In un uomo dello Stato, in un uomo che ha fatto della lotta alla mafia un vessillo personale ("La mafia è una montagna di m...a", ha ridetto oggi, giovedì 19 marzo), la sua "dimenticanza" appare quanto meno sorprendente.

A questo punto, le reazioni delle opposizioni sono fin troppo scontate, quanto giuste e inevitabili: richiesta di dimissioni, audizioni in Antimafia, esigenza di chiarezza. Ma ciò che lascia veramente sconcertati è il clima che circonda queste rivelazioni. La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, apprendiamo, avrebbe chiesto spiegazioni. Bene, ma ciò non le evita domande dalle opposizioni per la serie "da quanto tempo sapeva?", e, in tal caso, "avrebbe coperto Delmastro?". Se così fosse, allora non saremmo di fronte a una semplice vicenda di malagestione, ma a una questione politica e morale di ben altra gravità. Perché non si tratta di un tesserato qualunque. Delmastro è il sottosegretario alla Giustizia. È l'uomo che, per ruolo, dovrebbe incarnare la severità dello Stato verso i fenomeni criminali. E scoprire che fino a trenta giorni fa era in affari – anche solo sulla carta – con una società legata a un contesto malavitoso, e che di questo non ha mai dato conto nelle sue dichiarazioni, è qualcosa che va oltre lo scandalo politico. È un vulnus per la credibilità delle Istituzioni.

Nella nostra esistenza oltre le parole, ci sono i fatti. Delmastro dice che la sua vita politica e la scorta che lo protegge testimoniano il suo impegno contro la mafia. Ma è quando si hanno le mani libere da sospetti che bisogna essere più rigorosi, più attenti, più trasparenti. Invece, qui il rigore è stato perlomeno una scoperta tardiva, nata sotto la luce dei riflettori. Ecco perché la vicenda lascia perplessi. Ecco perché ci si aspetta da chi governa, e da chi siede nella "stanza dei bottoni", una sensibilità diversa. Un automatismo etico che scatti prima, non dopo. Invece, ancora una volta, assistiamo alla solita litania: la buona fede, l'ignoranza dei fatti, la correzione di rotta una volta che "si scopre". Ma lo Stato non può funzionare a colpi di scoop giornalistici. Dovrebbe funzionare a prevenzione, a controllo, a coscienza. Forse, più che di spiegazioni, ci sarebbe bisogno di una riflessione collettiva, dentro e fuori la politica. E di un gesto che, al di là delle parole, restituisca dignità a un ruolo che oggi appare gravemente offuscato.
A questo punto non si può omettere la più ragionevole delle considerazioni, perché è la realtà che ne urla la legittimità. Oggi, dopo questa ennesima vicenda di cronaca che si abbatte su chi vuole indebolire la Giustizia, è di tutta evidenza la necessità di avere una Magistratura solida, indipendente, inattaccabile da qualsiasi potere. E il referendum sollecita proprio questo: fermare il potere politico dal sentirsi autorizzato a tutto.













































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