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Ebola, i morti, il silenzio degli indignati e la sfiducia che "uccide" la speranza

di Alberto Scafella

Ci risiamo. L’Africa torna nelle cronache quando il numero dei morti supera la soglia della distrazione occidentale. Duecento vittime di Ebola, centri sanitari assaltati, operatori sotto minaccia, paura che corre più veloce del virus. E puntualmente parte il copione dell’indignazione automatica: ignoranza, superstizione, violenza tribale. Fine dell’analisi.

Peccato che la realtà sia molto meno comoda. Per capire perché un centro sanitario venga assaltato non basta una laurea in epidemiologia. Serve memoria. E serve conoscere l’Africa non dalle conferenze climatizzate o dai panel umanitari, ma dalla polvere delle piste, dai mercati, dai villaggi e da quel rapporto spesso spezzato tra popolazioni e potere.

Ebola non arriva mai da sola. Arriva insieme alla paura, ai posti di blocco, ai divieti sui funerali, alle tute protettive che trasformano il medico in una figura irriconoscibile e talvolta inquietante. Arriva in territori dove lo Stato è stato per anni assente, predatorio o semplicemente incapace. E allora accade qualcosa che in Europa fatichiamo a comprendere: il presidio sanitario, anziché apparire come salvezza, viene percepito da alcuni come l’ennesima imposizione venuta da fuori.

Non è una giustificazione. È una spiegazione. E confondere le due cose è uno dei grandi vizi dell’Occidente morale. Perché se per anni una comunità non ha visto un dispensario, un medico o una strada, ma improvvisamente vede arrivare convogli, fondi, ONG e misure coercitive nel momento dell’epidemia, la domanda che nasce è brutale e comprensibile: dove eravate prima?

Qui si annida il nodo che molti preferiscono ignorare

Esiste un’industria dell’emergenza che comunica moltissimo e ascolta troppo poco. Un sistema capace di produrre campagne, summit, slogan e fotografie impeccabili, ma spesso meno efficace nel costruire fiducia duratura. E senza fiducia la sanità diventa sospetto.

L’Africa, del resto, conserva una memoria lunga. Ricorda promesse non mantenute, interventi episodici, attenzioni intermittenti. Ricorda quando il dolore diventa notizia e quando smette improvvisamente di esserlo. Per questo gli assalti ai centri sanitari sono il segnale di una frattura profonda. Non soltanto sanitaria. Politica, culturale, sociale.

E forse la domanda scomoda da porsi non è perché alcune persone arrivino ad attaccare un presidio medico. La

domanda è un’altra: come si è potuti arrivare al punto che un luogo di cura venga percepito come qualcosa da temere?

Ebola resta un virus feroce. Ma accanto al contagio biologico ne corre un altro, meno visibile e forse più difficile da curare: quello della sfiducia. Su questo, i professionisti dell’indignazione seriale hanno ancora poco da dire. E forse è proprio questo il problema.

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