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PIANETA SICUREZZA. Guardare e costruire: ripensare il controllo di vicinato

di Nicola Rossiello


C'è qualcosa che non torna, nel modo in cui il controllo di vicinato viene raccontato e praticato nella maggior parte delle città italiane. L'idea di partenza è nobile: i cittadini si organizzano, tengono gli occhi aperti, segnalano anomalie, ma la direzione in cui questa pratica si è evoluta rivela una distorsione profonda, trasformando la prossimità geografica in sorveglianza reciproca, e i vicini in potenziali soggetti da monitorare.

Il modello dominante ruota intorno all'allerta con app dedicate, gruppi WhatsApp di quartiere, referenti che raccolgono segnalazioni e le girano alle forze dell'ordine. Il presupposto implicito è che il pericolo venga dall'esterno, dallo sconosciuto, dal passante, da chi non si riconosce immediatamente come "uno di noi". È una logica difensiva che, portata alle sue conseguenze, produce il contrario di quello che promette, non una comunità più sicura, ma una più chiusa, più diffidente, più divisa per linee invisibili di appartenenza.


Gli indicatori della sicurezza urbana

Il paradosso è lampante. Il controllo di vicinato nasce per rispondere a un deficit di coesione sociale, la sensazione che nessuno si conosca più, che ci si ignori sulle scale, che il palazzo sia un agglomerato di solitudini, ma invece di affrontare questo deficit alla radice, lo gestisce moltiplicando i meccanismi di distanza: ci si osserva senza parlarsi, ci si segnala senza incontrarsi. La sorveglianza diventa il surrogato della relazione.

Chi ha studiato la sicurezza urbana da vicino sa che gli indicatori più affidabili di un quartiere sicuro non sono le telecamere né la frequenza delle pattuglie. Sono la conoscenza reciproca tra residenti, la presenza di spazi condivisi vissuti, la disponibilità a intervenire di persona quando qualcosa non va. Jane Jacobs lo aveva capito già negli anni Sessanta, osservando le strade di New York: la sicurezza vera emerge dagli "occhi sulla strada" di chi abita e frequenta un luogo con continuità, non da sistemi di controllo sovrapposti a un tessuto sociale già logoro.

Il problema, quindi, non è strumentale, ma concettuale. Non si tratta di rendere il controllo di vicinato più efficiente o meglio organizzato, si tratta di chiedersi se quella non sia la direzione giusta. E la risposta, guardando ai dati sulla percezione della sicurezza nelle aree urbane italiane, è abbastanza scomoda: i quartieri dove i residenti si conoscono per nome, si prestano cose, si aiutano nei momenti difficili, presentano tassi di criminalità percepita e reale significativamente più bassi, non perché sorveglino di più, ma perché abitano davvero lo spazio comune.


La sicurezza non si delega

Far virare questa pratica verso la coesione significherebbe spostare l'energia organizzativa dai gruppi di segnalazione alle iniziative di incontro. Significa che il referente di quartiere non coordina allerte d'allarme, ma promuove momenti in cui i vicini si vedono per ragioni positive, una cena di condominio, un mercatino, la cura collettiva di un'aiuola. Significa progettare quegli spazi come luoghi dove ci si ferma, non solo come corridoi di transito. Significa che le risorse, spesso limitate, dei Comuni vengono investite in mediazione comunitaria, non solo in hardware di sorveglianza.

Non è utopismo, ma pragmatismo di lungo periodo. Un vicino che conosce il tuo nome e sa che hai un anziano solo in casa è un presidio di sicurezza molto più robusto di una telecamera angolare. Una piazza frequentata da persone di età diverse che si parlano è più sicura di una piazza sorvegliata ma deserta.

Il cambiamento richiede però di accettare una verità scomoda: la sicurezza non si delega e non si ottiene stando dietro a uno schermo a segnalare movimenti sospetti. Si costruisce con la presenza, con la fatica relazionale, con la disponibilità a incontrare l'altro prima di classificarlo. Il controllo di vicinato, nella sua forma attuale, offre l'illusione di partecipare senza il rischio di relazionarsi. Trasformarlo in coesione di vicinato significa rinunciare a quell'illusione e accettare che vivere insieme è un'impresa collettiva, non un sistema di allerta.

Le città che ci riescono, e ce ne sono, in Europa come in Italia, non lo fanno grazie a tecnologie migliori, ma lo fanno perché qualcuno, a un certo punto, ha deciso che i vicini erano una risorsa da attivare, non un rischio da gestire.

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