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Cop 27: l'ambiente non reclama solo parole


di Mercedes Bresso


“Senza un patto per il clima rischiamo il suicidio collettivo”. Le parole di Antonio Guterrez, segretario generale dell'Onu, in apertura del nuovo summit sul clima, sono arrivate come un pugno nello stomaco ai capi di governo e ai rappresentanti di paesi, organizzazioni non governative, militanti per il pianeta. E ancora più pesanti sono stati gli appelli dei paesi che a causa delle loro condizioni geografiche si trovano in prima fila a subire gli effetti del cambiamento climatico: il Pakistan, che finisce ormai continuamente sott’acqua, o le Barbados, che come moltissime isole rischiano di essere cancellate dal salire delle acque del mare.


La "tassa" per i paesi a basso sviluppo

E poi è arrivata la fattura per i paesi ricchi, ritenuti i maggiori responsabili del surriscaldamento del pianeta per il dissennato uso dei combustibili fossili nell’ultimo secolo e ancora prima per molti: la richiesta è di 2000 miliardi all’anno nei prossimi 20 anni, per aiutare i paesi a basso sviluppo ad affrontare gli imponenti investimenti necessari per riuscire a coniugare uscita dalla povertà e decarbonizzazione.

A questi devono esserne aggiunti altrettanti e forse più per gli investimenti nelle nazioni più sviluppate: una mole imponente di risorse da trovare da parte di paesi già piegati dalla guerra in Ucraina, dalla pandemia e da una globalizzazione per molti versi sbagliata, le cui opinioni pubbliche non sembrano certo propense a comportamenti di generosità e che sempre più spesso votano a destra per nascondere la testa sotto la sabbia e non affrontare queste sfide terribili.


L'impegno statunitense... a parole e il silenzio di Cina, Russia e India

Forse l’unico aspetto positivo di questo summit che si tiene in un momento veramente difficile è la crescente consapevolezza da parte dei governi della necessità di agire e presto, di mantenere gli impegni assunti a Parigi. Tuttavia, per ora almeno, questi sembrano essere stati presi sul serio solo dall’Unione Europea, che ha confermato la determinazione a ridurre le emissioni del 55% entro il 2030 e a decarbonizzare del tutto entro il 2050 ( naturalmente ciò si può raggiungere in parte grazie anche alle compensazioni dovute alla captazione di CO2).

Ma anche l’UE per ora non ha preso impegni precisi sull’ entità degli aiuti, sia al proprio interno, dove però è in corso il PNRR che ha una forte componente ambientale, sia soprattutto verso i paesi più poveri. E l’Europa è il principale donatore nel mondo, quindi una parte consistente di quei 2000 miliardi richiesti, peserebbe sulle sue spalle. Per ora gli Stati Uniti si impegnano soprattutto a parole e molto blandamente nei fatti, anche al proprio interno. A questo si è aggiunta la totale assenza di impegni degli altri giganti mondiali: Cina, Russia, India, senza i quali gli obiettivi non sarebbero comunque raggiungibili.

Rischiamo un altro summit pieno di parole, alla fine del quale tutti tornano a casa a continuare come prima? Il che significa, per pochi, comportamenti abbastanza virtuosi, per altri usando anche la scusa della guerra, un nuovo accento sulla ricerca di gas e petrolio, oltre al rinvio dell’uscita dal nucleare, per garantirsi l’autonomia strategica? Sarebbe opportuno ricordare che oggi, dati i costi di smantellamento, il nucleare è probabilmente la fonte più costosa e che il continuo prolungamento della vita delle centrali in funzione aumenta i rischi di incidente. Certo a breve il nucleare non produce CO2 ma quid degli immani rischi per il futuro in caso di incidenti? E il nucleare sicuro per ora esiste solo nelle parole dei politici.


L'Unione Europea assuma la leadership sull'ambiente

Che fare allora? Anzitutto per una volta, l’Europa dovrebbe assumere la leadership dei paesi che vogliono impegnarsi sul serio a rispettare gli obiettivi di Parigi, sviluppando tecnologie pulite e puntando sul dono non di soldi ma di aiuti tecnologici, in una sorta di patto di co-sviluppo green fra noi e i paesi africani, che sono fra quelli più a rischio, e quelli dell’America Latina, con i quali abbiamo legami storici. Ma questo patto non può essere solo di vertice, deve essere condiviso dalle comunità locali di tutti i paesi, che dovranno essere coinvolte negli aiuti con le loro esperienze e capacità. E che sono le sole a potere a loro volta coinvolgere le proprie popolazioni.

Dopo Rio 1992, il primo summit sull’ambiente in cui si lanciò il principio della sostenibilità dello sviluppo, migliaia di comuni e regioni del mondo approvarono delle Agende 21, finalizzate a indirizzare le proprie collettività su un percorso di sviluppo sostenibile. Quella cultura è ancora presente e ha spesso prodotto buoni risultati. Perché non riattivare i loro impegni, affidando una parte delle risorse alla cooperazione decentrata per sviluppare comunità energetiche sostenibili al tempo stesso in Europa e negli enti locali di questi paesi?

Si tratta solo di un'ipotesi tra le tante possibili per una cosa assolutamente necessaria: il coinvolgimento di cittadini e enti locali nello sforzo collettivo. Senza di loro non potremmo mai riuscire.

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