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Conte e la sindrome di Rocky Balboa

di Menandro |

Il “Duello al sole” tra Conte e Grillo, dal titolo in prima pagina de il manifesto di ieri, 29 giugno, si è surriscaldato ed è pronto a mietere vittime, complici anche le temperature che si registrano nella penisola. Al di là del sarcasmo tipico del quotidiano che evoca il romanzo di Manuel Marsol, diventato un bestseller con la trasposizione cinematografica (Duel in the Sun) del 1946, film diretto da King Vidor con una sensuale Jennifer Jones, Joseph Cotten e un giovane Gregory Peck, il titolo ha prospettato i rischi incombenti per il governo Draghi nel caso di scontro fratricida tra i pasdaran dell’avvocato del popolo Giuseppe Conte e i fedelissimi del tribuno del popolo Beppe Grillo, cioè tra l’affittuario del Movimento Cinquestelle e il proprietario del movimento stesso. In fondo, se non si trattasse di politica, con tutte le gravi conseguenze del caso, saremmo di fronte ad un banale sfratto. In questo caso, però, con l’inquilino intenzionato a procedere con una ristrutturazione a spese del locatore, e per di più seriamente intenzionato a mettere una serie di clausole accessorie per diventare a sua volta il proprietario dell’immobile al termine dei lavori. Irreale e allucinante, se vogliamo, ma siamo in Italia, dove può accadere tutto e il contrario di tutto. Paese il cui popolo attraversa periodicamente stati di confusione o di amnesia e altrettanto periodicamente è suggestionato dal “praticone” di turno che gli garantisce intrugli miracolosi per uscire dalla sua crisi. Beppe Grillo, volgare (per il lessico usato) imbonitore di professione, non fa eccezione. Stanco di prendere in giro i politici, si è impossessato di un parolaccia (il “vaffa”) è l’ha trasformata in un marchio doc con cui ha girato l’Italia, un po’ come quei cialtroni venditori di lozioni e pozioni salvavita giravano il Far West. Operazione scaltra in un paese frustrato da scandali e inefficienze, facile preda del virus dell’antipolitica che ha dato al grillismo una dote del 32 per cento dei consensi alle elezioni del 2018. Di qui, l’entrata in scena dell’avvocato del popolo Conte, un onesto signor nessuno al quale il tribuno del popolo Grillo ha offerto la chance di diventare qualcuno. Un copione già visto su più cartelloni artistici, cui Sly Stallone deve la sua fortuna con il film Rocky, protagonista un pugile di quarta serie pescato come alla lotteria dal campione mondiale dei pesi massimi Apollo Creed desideroso offrire una chance ad un perdente di professione. La favola è nota, quanto inverosimile. Appunto una favola. Nella fiction, Rocky si trasforma in un vero pugile e diventa campione del mondo; nella realtà politica, l’immagine di Conte assume progressivamente quella di uno statista. Nulla di vero, lo sappiamo, nell’uno e nell’altro caso. Tutto è finto. Del resto, provate ad immaginare come si sarebbero rigirati nelle tombe campioni come Jack Dempsy, Joe Louis, Cassius Clay alias Muhammad Ali o Joe Frazier, o statisti della levatura di Giovanni Giolitti, Alcide De Gasperi, presidenti della Repubblica come Luigi Einaudi o Sandro Pertini… Rocky Balboa almeno non ha fatto guasti. Lo spirito di emulazione nella boxe non è a costo zero: chi sale sul ring, al primo scambio di colpi, lo riconosce a sue spese, perché i pugni fanno male. Nella politica italiana, invece, le spese sono sempre a carico di terzi, a carico del popolo che l’uomo della Provvidenza di turno vuole salvare e che trasforma l’illusione in Spe, in servizio permanente effettivo. Così il narciso (quanto ingenuo) Conte, dopo l’apprendistato a palazzo Chigi (sempre a nostre spese) si è convinto di essere maturo per assumere la leadership di un partito personale, il permaloso Grillo si sente in diritto di continuare ad ammorbare il Paese con i suoi isterismi (l’intervento a favore del figlio) e i suoi giudizi di pura fantasia (l’ultimo – “Di Maio è il miglior ministro degli Esteri della storia italiana” – suona come un’autentica eresia) e, soprattutto, la sua patologica visione dell’esercizio del potere. E il popolo? Vorrebbe provare a crescere, ma con questi “pedagoghi” è persino vietato sperare.

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