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Campioni d’Europa nel calcio. Adesso tocca al Paese

di Menandro|

Una lunga attesa: cinquantatre anni sono davvero tanti per riscoprire il piacere di essere sul tetto d’Europa. Ma questa notte, Roberto Mancini e il suo gruppo sono riusciti ad accorciare magicamente quello spazio temporale colmato ad ogni appuntamento degli Europei da vecchie immagini televisive in bianco e nero, dall’orgoglio dei protagonisti dell’epoca e dalla memoria di poche generazioni. Ma a Wembley, l’Italia calcistica non ha battuto soltanto l’Inghilterra ai rigori, quanto la paura di non riuscire più a ritrovare se stessa, di aver perduto il suo spunto vincente. Una paura diventata concreta con l’estromissione dai Mondiali del 2018. Roberto Mancini ha avuto il merito di ricominciare da zero, proprio per battere quella paura. E non soltanto per esorcizzarla. Voleva di più. E stasera c’è riuscito. L’impresa di Wembley ha il sigillo. di un capolavoro. Sul piano tecnico, lo ha fatto costruendo uno staff (Evani, Vialli, Lombardo) con chi gli assicurava un lavoro contrassegnato dall’amicizia e affetto, fattori questi ultimi che non equivalgono a cortigianeria, piaggeria, adulazione perenne, ma che sono le basi della lealtà. Rispetto alle scelte dei calciatori, si è garantito la presenza di un gruppo di senatori con la voglia ancora intatta di conquistare nuovi traguardi, al di là della carta anagrafica, in primis capitan Chiellini e Bonucci. Attorno a quel nucleo, ha inserito di partita in partita e con estremo coraggio gli elementi giovani che il nostro campionato, inflazionato da calciatori stranieri non sempre di reale valore, gli ha offerto con discutibile generosità, puntando anche su squadre che – inevitabilmente – non sono di vertice. Dalle “grandi” ha prelevato a piccole dosi, e non poteva essere altrimenti, i fuoriclasse per talento e fantasia: Donnarumma dal Milan, Insigne dal Napoli, Immobile dalla Lazio, Bernardeschi e Chiesa dalla Juventus, Barella dall’Inter. La famiglia Italia allevata da Mancini è nata così, vivificando lo spirito della coesione che le ha garantito l’imbattibilità da 35 partite. Ma i record sono fatti per essere battuti. I trofei, all’opposto, come il Campionato d’Europa, servono per entrare nella storia da cui nessuno ti può sfrattare.

Rivincere gli Europei cinquantatre anni dopo, è un record. E Mancini se l’è preso, a dispetto anche dell’Inghilterra che gli Europei non li ha mai vinti, alleggerendo in una sola notte la nostra valigia dei ricordi che in oltre mezzo secolo si era riempita soltanto di amarezze e rimpianti. Da quel giugno del 1968, con migliaia di fiaccole accese all’Olimpico per festeggiare la vittoria della Nazionale guidata all’epoca, la lista delle occasioni mancate si era allungata. Enzo Bearzot, che aveva forgiato una stupenda nazionale per i mondiali del ’78 in Argentina, aveva accarezzato più di una certezza per gli Europei del 1980 assegnati all’Italia. Invece, il commissario tecnico si ritrovò a misurarsi con gli effetti del calcio scommesse, con le squalifiche dei suoi migliori attaccanti, Paolo Rossi e Bruno Giordano. Andò male, infatti. L’Italia ci riprovò nel 2000 con la nazionale guidata da Dino Zoff, ma un golden gol di Trezeguet decise la finale contro la Francia. Nel 2012 gli azzurri con Cesare Prandelli in panchina si ritrovarono di fronte una Spagna stellare, che non lasciò spazio neppure ai sogni. Stanotte, invece, “Mancio” Mancini e il suo gruppo, dopo averci fatto sognare per sei partite, alla settima ci hanno resi anche campioni. Adesso, tocca al Paese essere all’altezza di questa vittoria, che è anche identitaria, con il dare sostanza al presente e fiducia per il futuro con le riforme che l’Europa ci chiede.

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