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Askatasuna: a leggere la delibera non si fa peccato...

Aggiornamento: 4 feb

di Pierino Crema*


Il 30 gennaio la Giunta Comunale, presieduta dal sindaco Stefano Lo Russo, ha approvato una delibera dal titolo: “Proposta di collaborazione presentata dal gruppo spontaneo di cittadine e cittadini per la cura e la rigenerazione dell’immobile sito in Corso Regina n. 47. Avvio della fase di co-progettazione ai sensi del Regolamento 391”. Quasi in tempo reale, i media, opposizioni di centro destra, siti, social, ministri più o meno noti o direttamente interessati, vicecapogruppo in Parlamento, ex di varia natura e alcuni sindacati di Polizia si sono scatenati al grido di battaglia formato pensiero unico.

Alcuni esempi: “Askatasuna: il progetto di Lo Russo per legalizzare il centro sociale…” (Quotidiano Piemontese); “Askatasuna, il piano di Lo Russo per legalizzare l’occupazione: ecco cosa prevede” (Torinotoday.it); “Torino legalizza Askatasuna” (La Stampa); “Lo Russo salva Aska: Vergogna” e “ Scandalo Askatasuna. Legalizzare lo stabile? Il caso in Parlamento” (Torino Cronaca Qui). Di qui conferenze stampa, proposte di raccolta firme, presidi, interrogazioni parlamentari, interventi di ministri in carica..., per non farsi mancare nulla. Insomma, un florilegio di dichiarazioni che accusavano il Sindaco e la sua maggioranza di legalizzare la violenza, di premiare i delinquenti, di trattare con persone sotto processo ed altro ancora. etc.

Però, come sempre in queste vicende trattate di pancia, vendendo all'incanto della polemica gli elementi cognitivi, le dichiarazioni dimostrano che la stragrande maggioranza non ha neanche fatto la fatica di leggere la delibera e i 7 allegati che ne fanno parte integrante.[1]

Provo a fare un riepilogo di quanto è accaduto.

L’11 dicembre scorso, su disposizione del Procuratore Aggiunto Vincenzo Pacileo del Tribunale di Torino, viene fatta una ispezione di Vigili del Fuoco (relazione in allegato 4 alla delibera), Dipartimento Prevenzione  Asl (allegato 3), Spresal  (allegato 5) insieme con la Digos di Torino. Ognuno per le proprie competenze rileva delle irregolarità edilizie, di sicurezza, di mancanza di adeguate condizioni igienico sanitarie, di impianti elettrici non a norma,  assenza di uscite di sicurezza, utilizzo di attrezzature per riscaldamento (stufe a legna e funghi a gas ) non in linea con le disposizioni normative. Tali relazioni raccomandano delle verifiche da fare sulla tenuta strutturale dello stabile “anche e al fine di ripristinare le condizioni di sicurezza richieste, provvedendo, nel frattempo, a disporre lo sgombero da persone dall’edificio a loro esclusiva tutela, costituendo un concreto pericolo per gli occupanti la prosecuzione del suo utilizzo” (Dipartimento di prevenzione). “A tutela della pubblica e privata incolumità, si ritiene necessario sospendere l’attività di pubblico spettacolo e rimuovere il materiale infiammabile/combustibile presente” (Vigili del Fuoco);

Dall’autunno 2023 un gruppo di 5 cittadini, coordinati da Ugo Zamburru (Psichiatra ed ex presidente Arci) e Max Casacci (Subsonica), sottopone alla città una proposta di collaborazione dove in merito all’immobile di Corso Regina, 47 propone “un percorso di collaborazione con l’amministrazione per la cura del bene e la gestione condivisa nell’interesse generale della collettività” (allegato 1).  Lo spazio individuato per ora è il piano terra dell’immobile e il giardino esterno. L’obiettivo è organizzare attività di tipo culturale, spettacoli, una palestra, camera oscura, biblioteca popolare, laboratorio artistico in collaborazione con scuole e cittadini del territorio che già in parte utilizzano quegli spazi.


Tale proposta è accompagnata da una nota firmata da diverse personalità che si “assumono l’impegno di svolgere attività di supporto alla cogestione del Bene Comune”. Tra i firmatari Giorgio Airaudo, segretario generale della Cgil Piemonte, Marco Revelli, storico e sociologo, l'ex magistrato Livio Pepino, Leopoldo Grosso, sociologo del Gruppo Abele, l'avvocato Roberto La Macchia, Alessandra Algostino docente universitaria.

Viene individuato per lo scopo il Regolamento per il Governo dei Beni Comuni Urbani della Città di Torino (reg. n. 391 del 2019), approvato dalla Giunta Appendino e dalla sua maggioranza. Tale regolamento prevede un percorso di coprogettazione che coinvolge i soggetti promotori e altri soggetti che siano interessati al progetto. Tale processo sarà gestito dagli uffici comunali che si occupano di Beni Comuni e avrà evidenza pubblica;

Nella delibera oggetto delle polemiche viene detto in chiaro per ben tre volte che l’avvio del percorso di coprogettazione avvenga con la piena disponibilità dei locali da parte della città; “che è imprescindibile e propedeutico all’avvio effettivo del percorso di coprogettazione e cogestione del bene con la Città il completo rilascio dell’immobile alla Città”. Inoltre, a tutela dell’Amministrazione e di chi oggi utilizza la struttura (occupandola), la città con i suoi uffici ha affidato un incarico di ingegneria a uno studio esterno per ottenere una certificazione di idoneità statica dell’intera struttura.

Da questa sommaria ricostruzione si capisce che non si sta legalizzando la violenza di cui si sono resi protagonisti alcuni esponenti di Aska, in alcune manifestazioni No Tav , cortei del 1° Maggio e in altre occasioni. In questo Paese le responsabilità penali sono individuali, alcuni di loro sono a giudizio, altri sono stati condannati e, secondo le leggi del nostro Stato, le delibere comunali non equivalgono ad assoluzioni o amnistia. L'unica amnistia politica, e qui mi permetto una digressione storica "a favore" di quanti strepitano dai banchi della destra, l'hanno ricevuto i fascisti con il provvedimento firmato dall'allora Guardasigilli Palmiro Togliatti nel 1946, con il proposito di una pacificazione nazionale, purtroppo male interpretata da chi, e non solo, avrebbe dovuto esercitare il giudizio penale con correttezza rispetto ai reati contestati.

In ultimo, ricordo che da 27 anni la struttura è occupata e i diversi tentativi di trovare una soluzione, modello Leoncavallo (occupato nel 1975, diventato "spazio pubblico autogestito" agli inizi del Duemila) a Milano, non sono andati in porto. Questo è un tentativo che per le sue caratteristiche ha forse più possibilità di riuscire. Non sarà semplice. Il sindaco Lo Russo con la sua maggioranza ha scelto una strada che dovrebbe portare a restituire i locali alla Città senza sgomberi, scontri e quant’altro pensando già a un possibile utilizzo dello spazio (ricordiamoci che cosa è successo quando è stata sgomberata via Alessandria, la cui struttura ancora oggi è inutilizzata). Si tratta di una modalità che ci differenzia dalla destra versione "chiacchiere e distintivo" e nessuna trattativa con i pregiudicati (quelli di Aska), anche se tra le sue file in Parlamento siede chi è stata condannata dalla Corte suprema e si sbraccia a chiedere un intervento urgente del Ministro dell'Interno. Se il progetto di coprogettazione non dovesse funzionare la strada è segnata ed è chiaramente contenuta negli allegati 3-4-5 della delibera. Leggerli, a differenza di pensare male, non si fa peccato.


*Consigliere comunale Pd Torino


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