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A quarant'anni dalla sua morte: la visione politico-religiosa di Enrico Berlinguer

di Piera Egidi Bouchard



Quarant'anni fa si spegnava a Padova Enrico Berlinguer, segretario del Pci dal 1972. Si è scritto e parlato molto nei giorni scorsi di Enrico Berlinguer e, forse, questo può spiegare il silenzio di oggi sui quotidiani, l'assenza della puntualità del ricordo, di un ritorno sulla dimensione politica e umana di uno dei più grandi protagonisti del Novecento.[1]  

Enrico Berlinguer è stato il politico del compromesso storico che, insieme con il democristiano Aldo Moro, credeva all'incontro con le forze cattoliche nell'interesse dell'Italia e del suo sviluppo; era l'uomo che aveva concepito l'austerità dei consumi come modello per rispettare l'ambiente e combattere il consumismo nelle sue forme più bieche e dannose; era il comunista che aveva cominciato a rompere con fermezza, a rischio della propria vita, con la tradizione internazionalista e leninista dell'Urss, rivendicando, sulla scia di Palmiro Togliatti del Memoriale di Yalta e della condanna pronunciata dall'allora segretario del Pci Luigi Longo dell'invasione sovietica di Praga, di una via nazionale al socialismo.

Ma di Berlinguer c'è anche una sfera intima di politica religiosa poco conosciuta, effetto paradossale della "questione cattolica" sfociata nel compromesso storico e nella competizione con la Democrazia Cristiana, che fin dalle sue origini si è posta come “il partito unico dei cattolici”.


In un paese storicamente dominato dal cattolicesimo, la DC aveva una forza predominante, anche a causa della capillare presenza sul territorio delle parrocchie, e della possibilità quindi dei parroci di orientare e influenzare la popolazione nel voto. Questo fu evidente nei risultati delle elezioni del 18 aprile 1948, quando il “Fronte popolare” di sinistra formato dal Pci e dal Psi fu battuto, e il partito cattolico guidato da Alcide De Gasperi ottenne la maggioranza assoluta in Parlamento.

Ma la politica del Pci verso il mondo cattolico - e genericamente dei credenti - ebbe negli anni seguenti alcune importanti evoluzioni. Innanzitutto, ci fu lo “strappo” dal marxismo-leninismo, nel XV Congresso del Pci di Roma, nel 1979 (Berlinguer ne era già da sette anni segretario generale), che approvò due tesi, la 14 e la 68 riguardanti la posizione del partito sulla religione e la questione cattolica, dalle quali scaturì la modifica dello Statuto, e l’abolizione “dell’obbligo per i militanti di conoscere e applicare il marxismo-leninismo” e il riconoscimento di compatibilità tra il programma politico del partito e la propria fede religiosa.

Bisogna notare che l’elaborazione del XV Congresso avveniva dopo l’esperienza degli anni del “compromesso storico”, strategia elaborata da Aldo Moro e  da Berlinguer, strategia proposta da Berlinguer nell’autunno del 1973 in tre articoli su Rinascita successivamente al golpe in Cile (11 settembre 1973) che prevedeva la necessità di una collaborazione tra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista e quelle di ispirazione cattolico- democratica per dare vita a uno schieramento capace di realizzare un programma di profondo risanamento e  rinnovamento dell’Italia in un contesto internazionale bloccato dallo scontro tra Est e Ovest.

Di qui, prima l’astensione del PCI sul governo Andreotti (1976-77), e poi l’esperienza dei governi “di solidarietà nazionale “(1978- 79), interrotta dal tragico assassinio di Aldo Moro (9 maggio 1978) da parte delle Brigate rosse. Nel 1976, inoltre, erano stati eletti dal PCI in Parlamento – come “indipendenti”- i primi credenti: i cattolici Anderlini, Gozzini, La Valle, Ossicini e il pastore valdese Tullio Vinay, reduce dalle sue battaglie per la pace e contro la guerra in Vietnam.

Anche il XVI congresso del PCI  (Milano, marzo 1983) si occuperà di “questione cattolica” nella strategia della “Alternativa democratica”, che non è una strategia “laicista”. Nel documento preparatorio si ribadisce la necessaria distinzione tra la questione cattolica e la questione democristiana, pur rilevandone l’intreccio, ma “Non si può parlare del mondo cattolico come di un blocco compatto e omogeneo (...) la discriminante è nella dialettica tra coloro che accettano e coloro che non accettano un programma di risanamento e di rinnovamento “

In una importante intervista rilasciata all’agenzia stampa “Adista”, si ricordano in apertura le tappe del dialogo tra PCI e mondo cattolico, a partire dalla famosa lettera aperta a Berlinguer del Vescovo di Ivrea e presidente di Pax Christi mons. Luigi  Bettazzi, del 6 luglio 1976, sul settimanale diocesano, e riprodotta su “ Rinascita “del 14 ottobre 1977, in cui il presule invitava a “una più matura riflessione, favorita da verifiche culturali e sociali di trent’anni di democrazia parlamentare” che “potrebbe portare a un atteggiamento che (...) sapesse accantonare gli aspetti superflui delle ideologie.”

Nella sua lunga e articolata lettera di risposta - che qui possiamo riportare solo per accenni - Berlinguer parlava chiaro anche sulle responsabilità di politici ed ecclesiastici “Non esenti da costantinismo e temporalismo e da vecchie spinte integralistiche” e rivendicava la “piena laicità” del PCI. Ricordava, poi, come in Italia ci fosse ancora “il Concordato del 1929, che regola i rapporti tra Chiesa e Stato, e di cui non si è ancora riusciti ad attuare la necessaria e profonda revisione e considera la religione cattolica religione di Stato.” 

In seguito al seminario del PCI alle Frattocchie (luglio 1982) su “Orientamenti dell’area cattolica“ Berlinguer rilasciò un’intervista esclusiva all’agenzia Adista (16 dicembre 1982), in cui tra l’altro valutava positivamente, soprattutto nei movimenti giovanili di ispirazione cristiana (n.d.r. qui si nota il termine più inclusivo di “cristiani”, comprensivo anche delle minoranze, rispetto a “cattolici”) “un desiderio che si affermino una maggiore pulizia e coerenza morale nella vita pubblica e privata, una esigenza di risanamento  dello Stato, delle istituzioni, dei partiti, ma soprattutto un rifiuto intransigente della corsa al riarmo, una rivendicazione della pace e della giustizia fra i popoli”

E Berlinguer così distingueva tra “questione democristiana“ e “questione cattolica”: "Perfino in campo cattolico si è ormai riconosciuto da molti l’errore compiuto dalla gerarchia ecclesiastica negli anni ’50 di voler perseguire ad ogni costo l’unità politica di cattolici nel partito della DC. Quel grave errore che ha portato poi molti - con grave danno del Paese e io penso della stessa Chiesa - a identificare Chiesa e partito politico democristiano".

Riguardo al Concordato, Berlinguer afferma: “Noi siamo per la riforma del Concordato, non per la sua abolizione. Quanto all’insegnamento della religione nella scuola pubblica, anche noi in Parlamento ci stiamo battendo per l’abolizione della sua obbligatorietà. Il PCI è nettamente schierato per la laicità dello Stato e per garantire la sua piena sovranità nell’ordine che gli è proprio.”

Per ciò che concerne poi il rapporto con le Chiese evangeliche, Berlinguer dice: “Ricordo che nell’estate scorsa ho avuto un cordiale e positivo incontro con rappresentanti delle Chiese Valdesi e Metodiste integrate: il dottor Sergio Aquilante, Presidente dell’Opera Metodista integrata, e il dottor Giorgio Bouchard, Moderatore della Tavola Valdese. (Berlinguer usa il termine “laico”, in quanto laureati, e non quello “ecclesiastico” di pastori; l’intervista è del 1982, quindi non era stata ancora firmata l’Intesa, che è del  21 febbraio 1984, e quindi non c’era ancora il reciproco riconoscimento tra Stato e Chiese n.d.r.).[2] In quel colloquio  abbiamo affrontato la questione dei rapporti dello Stato italiano con queste chiese, facendo specifico riferimento al problema della nuova regolamentazione di tali rapporti secondo il testo di quella Intesa, siglata da anni ma non ancora firmata dal governo né presentata alle Camere, che il PCI  appoggia e seguiterà ad appoggiare. Infatti noi comunisti  abbiamo attivamente contribuito all’elaborazione dell.art. 8 della Costituzione (lo fece in particolare il compagno Umberto Terracini), in cui si riconosce a tutte le confessioni religiose non solo piena uguaglianza nella libertà ma anche il diritto di stabilire i loro rapporti con lo Stato sulla base di accordi bilaterali: le Intese, appunto. Il nostro partito si batte da decenni per la completa attuazione della Costituzione.”[3]

Continua Berlinguer nella sua intervista ad Adista in un passaggio importantissimo : “La tutela delle minoranze in generale, e quindi anche delle minoranze religiose, è un punto di principio per noi irrinunciabile, un connotato essenziale, un compito obbligato dello stato democratico. Oltre alla questione di principio, c’è anche una questione di realismo storico, di attenzione alle diverse tradizioni culturali e religiose in Italia, oltre a quella cattolica. Senza voler risalire alla secolare vicenda della Chiesa valdese, mi sembra che la componente protestante abbia svolto un certo ruolo nel nostro Risorgimento, ed abbia continuato a svolgerlo in tutti i momenti cruciali della nostra storia recente: la lotta antifascista e antinazista in Europa, la battaglia per la Repubblica in Italia. Inoltre, non è stata davvero trascurabile la presenza di questa componente nelle stesse origini del movimento operaio italiano e soprattutto europeo. (...) Tra noi comunisti e i cittadini di fede cristiana evangelica c’è una naturale convergenza non solo sulla linea politica generale più utile al paese, ma una consonanza piena su punti importanti come la questione morale, il movimento per la pace, la liberazione ed emancipazione della donna.”

Il giorno dopo la morte di Berlinguer, ecco che cosa scrisse (su carta intestata) alla Segreteria del PCI il 12 giugno il Moderatore Giorgio Bouchard, assicurando la sua presenza al funerale:

“Vorrei esprimere la mia tristezza per la scomparsa di Enrico Berlinguer: ho avuto modo di conoscerlo personalmente due anni fa, quando la trattativa per L’Intesa tra la Repubblica italiana e le Chiese valdesi e metodiste sembrava giunta ad un punto morto. In quell’occasione l’on. Berlinguer ha ricevuto me e il pastore Sergio Aquilante, presidente dell’Opera metodista, per un ampio colloquio: credo che non dimenticheremo  mai la straordinaria intensità e la tensione morale con cui Enrico Berlinguer ascoltava le informazioni che gli davamo e i problemi che gli ponevamo.

La risposta a questo colloquio venne poi nell’intervista concessa da Berlinguer all’agenzia Adista nel dicembre ’82: un documento di alto livello,, nel quale la storicità e la teologia delle chiese evangeliche  era pienamente rispettata ed in un certo senso valorizzata. (..)

Come credenti, noi sappiamo che Dio non dimentica gli uomini ai quali ha affidato il compito di operare secondo giustizia: a motivo di questa certezza , che è anche speranza, domani sarò presente in piazza San Giovanni.”

 


Note

[2] Il 30 giugno 1984, la Camera approvò il testo dell’Intesa all’unanimità che il 2 agosto fu approvato dal Senato definitivamente. L’11 agosto, il presidente della Repubblica Sandro Pertini firmò la legge 449/84 che riportava i contenuti dell’Intesa (la ratifica dell’iter della revisione del Concordato avvenne nel maggio 1985). A fine agosto, il Sinodo valdese e metodista approvò all’unanimità l’operato della Tavola. La battaglia degli evangelici dal dopoguerra per l’attuazione dell’ Intesa, con l’art.8 della Costituzione, si era conclusa, aprendo la strada a un’altra decina di Intese con le chiese e comunità di minoranza, primi tra tutti gli ebrei, e a una maggiore laicità dello Stato, nel rispetto  del pluralismo religioso.

[3] Giorgio Bouchard a sua volta ricorda quell’incontro nel libro-intervista “Ragazzo valdese” (Claudiana, 2013, p.193): “Di Berlinguer ebbi la sensazione di una grande autorità morale, e anche di una notevole apertura: il Pci poi ci appoggiò, pur dall’opposizione.”



 

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