Un anno senza Papa Francesco e l'eredità lasciata al magistero di Papa Leone XIV
- Luca Rolandi
- 20 apr
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di Luca Rolandi

Francesco, un anno dopo, una profezia che non si è spenta. Sono trascorsi dodici mesi dalla morte di Jorge Mario Bergoglio, scomparso il 21 aprile 2025, lunedì dell'Angelo, per 12 anni Papa Francesco, un argentino di origini piemontesi che nel suo pontificato ha dato una impronta indelebile alla testimonianza cristiana e alla testimonianza del Vangelo nella storia, la nostra. Un anno si diceva in cui si è ricordato molto il suo magistero ma con altrettanto vigore si è cercato di dimenticare o sopravanzare i grandi interrogativi che il Papa venuto dalla fine del mondo aveva suscitato. L’enigma Bergoglio per i suoi detrattori ad intra e ad extra della chiesa, la profezia di Francesco per i suoi fedeli, soprattutto i poveri e gli umili, i movimenti popolari e le persone e le comunità più dimenticate e inascoltate della Terra. Vero è che Francesco ha cercato continuamente il dialogo anche con il pensiero e i pensatori laici, la dimensione dell’ascolto, la centralità del pellegrinaggio come modus vivendi dell’umano ancora prima del cristiano.
“Il già e non ancora” “nel mondo e del mondo” richiamato dai brani evangelici che fanno del cristiano un viandante che cammina con l’intera umanità. Si è detto che Francesco fosse tutto sociale, la sua pastorale debole, infarcita di sociologismi e venature antropologiche, in realtà è tutto il contrario: da gesuita si è posto l’interrogativo ultimo e misterioso del senso del vivere, del dono della fede, della morte, le gioie e i dolori di una umanità redenta da Cristo sulla croce e Risorto dopo tre giorni, ma che cammina nella storia e con essa si confronta.
Sono belle e profonde, sincere e segno di una vicinanza spirituale e umana davvero importante quelle del confratello gesuita padre Antonio Spadaro che ha redatto per il quotidiano Repubblica che meritano di essere in parte riportate: “L’eredità di Bergoglio è enorme. Per parlarne dopo appena 365 giorni bisogna scegliere un fil rouge, dunque. Mi pare che due intuizioni, in particolare, attraversino il suo magistero e ne illuminino l’attualità: la Chiesa come «ospedale da campo» e la «terza guerra mondiale a pezzi». Due formule entrate nel linguaggio comune. Vale la pena scavare in profondità, perché sono una diagnosi del nostro tempo e contengono una proposta di cura”. Non a caso in una intervista per Civiltà Cattolica, di cui Spadaro fu direttore al tempo di Francesco, il Papa rispose con queste profetiche parole: “Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. Si devono curare le ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto”.
Nelle encicliche “Laudato Si”, "Evangelii Gaudium”, nei viaggi, nei discorsi nelle telefonate ai cristiani feriali, anonimi, normali e non autorevoli e potenti, risuona il messaggio di Gesù che parte dai bambini, dagli umili, dagli ultimi, dai poveri. La piramide rovesciata, in cui si spengono il consumo, la violenza, la sete di potere e di ricchezza, la solitudine e l’indifferenza, la cultura dello scarto e il nichilismo distruttore, e si riaccendono il bene e il buono, il bello e i volti delle moltitudini di uomini e donne alla ricerca di un senso del vivere. Perché l’intensità di una missione, forse il senso stesso del suo pontificato, lo si percepì in modo assoluto, durante il dramma della Pasqua della pandemia. Francesco, vecchio Papa da solo in una piazza San Pietro vuota, pioggia torrenziale. Il pontefice bagnato e indifeso che avanza con la croce in mano e si ferma in silenzio, un silenzio irreale. Guarda l’infinito, Dio, il destino del mondo, quello che ora vive in un altrove da lui sempre indicato come il compimento. Un anno dopo il suo successore Leone XIV ricalca quella missione, diverso carattere e formazione, ma un’unica grande bussola il Vangelo di Cristo e il dialogo con il mondo e le sue plurali voci.











































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