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Ucraina e ingresso nella Ue: valutiamo a mente fredda

Aggiornamento: 26 gen 2023

di Stefano Marengo


Negli ultimi diciotto anni è stato ripetuto un’infinità di volte che l’allargamento a est dell’UE è stato un errore, una scelta che ha impedito di compiere sostanziali passi in avanti nel processo di integrazione europea e nel rafforzamento politico dell’Unione. La ragione per cui le cose sono andate così non è infatti riconducibile a un deficit di buona volontà, ma al fatto che i nuovi membri, quasi tutti paesi dell’ex sfera di influenza sovietica, avevano e hanno storie, modelli di sviluppo e interessi strategici molto diversi rispetto ai paesi dell’Europa occidentale. Non è affatto un caso che, per provare a ovviare a questa inerzia, da diversi anni si sia iniziato a parlare di “Europa a due velocità”, con un nucleo di paesi (essenzialmente i fondatori, con in più qualche aggiunta come Spagna e Portogallo) che dovrebbe marciare più speditamente verso l’integrazione comunitaria: gli altri, se lo vorranno e se ce la faranno, si aggregheranno nel corso del tempo. Al momento, purtroppo, si è trattato soltanto di un’ipotesi, e in effetti gli ostacoli tecnici e politici per tradurla in pratica sono apparsi finora non oltrepassabili. Se così stanno le cose, alla luce di tutte le difficoltà che abbiamo riscontrato nel corso degli anni, c’è davvero da chiedersi perché mai gli attuali vertici dell’UE caldeggino un ulteriore allargamento dell’Unione, segnatamente a Ucraina, Moldavia e Georgia, ossia a paesi che per storia, economia, politica e interessi strategici sono ancora più distanti dall’Europa occidentale di quanto non lo fossero (siano) gli stati ammessi dal 2004 a oggi. Nella fase che stiamo attraversando è anche comprensibile che l’UE voglia dimostrare attenzione ai paesi che subiscono le politiche di potenza e violenza del Cremlino, ma forse la decisione di aprire loro le porte dell’Unione andrebbe ponderata meglio, a mente fredda, e non sulle ali dell’emozione temporanea. L’Ucraina, ad esempio, è oggi vittima di una brutale aggressione militare e per questo riscuote tutta la nostra solidarietà autentica, ma sarebbe scorretto per un’informazione corretta negare che il paese nel suo complesso ha davvero pochissimo a che fare con quello che intendiamo quando parliamo di “democrazia europea”. Per rimanere solo al dato politico, tralasciando quindi tutte le questioni economiche, storiche e strategiche, l’Ucraina odierna sarà anche uno stato formalmente democratico, ma nella sostanza si tratta di un sistema cleptocratico dominato da oligarchi, con livelli stellari di corruzione (è al 122mo posto nel mondo, secondo in Europa soltanto alla Russia) e nel quale, non da oggi, i partiti di opposizione vengono messi al bando e gli oppositori politici mandati sotto processo. Tutti questi elementi, peraltro facilmente verificabili con una breve ricerca in rete, ci dicono che è politicamente sconsigliabile, pur sull’onda dell’indignazione morale, assimilare quel paese a una democrazia avanzata come la Francia o la Germania e, sulla base di questa illusione ottica, aprirgli senz’altro le porte dell’Unione europea.

Il punto, in effetti, non è l’Ucraina o gli altri paesi che vorrebbero entrare nell’UE, ma che cosa l’UE vuole essere. Si parla molto, in questi giorni, di rafforzamento dell’Unione. Alcuni, illusoriamente, lo intendono come un dato quasi acquisito (“l’UE uscirà più forte da questa fase”); altri, più realisticamente, lo pongono come un obiettivo da raggiungere proprio per evitare il ripetersi di fasi come questa. Il fatto, in ogni caso, è che, come la storia recente ci ha insegnato, l’esigenza di rafforzare l’Unione è in patente contraddizione con il proposito di allargarla ulteriormente. L’UE, quindi, è a un bivio. O decide di puntare davvero sul rilancio dell’integrazione politica (e, aggiungo, sociale), auspicabilmente dando corso all’ipotesi di “Europa a due velocità”; oppure si aprono le porte a nuovi stati membri, consapevoli tuttavia che ciò quasi sicuramente comprometterà le già esigue possibilità di creazione di una vera soggettività politica europea e, anzi, potrebbe definitivamente minare i fragili equilibri comunitari odierni. Mi pare abbastanza evidente che l’UE saprà garantirsi un futuro solo se sceglierà la prima strada. Il suo rafforzamento politico, d’altronde, potrebbe riflettersi positivamente anche su quei paesi che oggi non fanno parte dell’Unione: Ucraina, Georgia e Moldavia, per rimanere ai casi citati, potrebbero ricavare diversi benefici se intrattenessero relazioni con una UE capace di maggiore protagonismo e autonomia a livello internazionale. Non accoglierli nel perimetro comunitario, quindi, non significherebbe affatto abbandonarli a loro stessi. Il problema che oggi abbiamo di fronte è che, al momento, l’orientamento prevalente a livello comunitario, stando alle dichiarazioni di von der Leyen e di Michel, è proprio quello di procedere in tempi spediti all’allargamento dell’Unione, di fatto subordinando a questo obiettivo ogni altra prospettiva politica. Qualora si decidesse davvero di intraprendere questa strada, sarà inevitabile sollevare alcune questioni radicali sulla natura, la sostenibilità e la sensatezza stessa del progetto europeo. Così, ad esempio, occorrerà chiedersi senza ambiguità e distanti da ogni forma polemica, se la costruzione dell’Unione europea, nel corso degli ultimi decenni, non sia stata modellata e ridotta alle esigenze della Nato e, quindi, degli Stati Uniti, che a conti fatti, mentre l’integrazione europea è ferma al palo, sono l’unico soggetto – è innegabile – ad aver acquisito un vantaggio strategico attraverso il rafforzamento delle proprie relazioni politiche e militari con l’Europa dell’est.


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