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La sporca dozzina e la tentazione (solita) dell’uomo solo al comando

di Alberto Scafella


Sulla scia di quanto apparso stamane sul sito[1], provo ad argomentare alcune considerazioni sul fatto politico destinato ad occupare per lungo tempo spazio sui media: il manifesto di Futuro Nazionale il partito di cui Roberto Vannacci detiene il copyright assoluto.

Da ex ufficiale e giornalista che ha trascorso una vita nelle Forze Armate, conosco bene l’ambiente da cui proviene l'europarlamentare eletto nelle file della Lega. Ne conosco i valori migliori: disciplina, responsabilità, senso del dovere. Proprio per questo guardo con preoccupazione al fenomeno politico che oggi lo circonda.

La sua “sporca dozzina” richiama l’immaginario degli uomini chiamati a rompere gli schemi e a salvare la situazione. È una metafora efficace, ma la democrazia non è un film di guerra, per quanto di successo. Non ha bisogno di salvatori della patria, ma di istituzioni solide, regole e classi dirigenti capaci di governare la complessità.

Vannacci ha costruito il suo consenso parlando alla pancia del Paese: paure, rabbia e frustrazioni diventano slogan semplici e promesse spesso difficili da realizzare. È una strategia che funziona perché offre risposte facili a problemi complessi. Non una novità, dunque. Anzi, la ripetizione, per rimanere alla sua "sporca dozzina" di un film già visto.

Da militare, inoltre, diffido di chi trasforma l’uniforme e l’esperienza operativa in una sorta di patente politica. Pochissimi hanno conosciuto davvero il combattimento, la perdita di colleghi e amici, il peso della morte. Io sono tra quelli che hanno vissuto queste esperienze e proprio per questo non le considero un titolo da esibire. La guerra non è un curriculum. È una tragedia che insegna umiltà e prudenza.

Per questo guardo con sospetto alla retorica dell’uomo forte che si presenta come unico interprete della volontà popolare. La forza di una democrazia non risiede nel capo che si proclama indispensabile, ma nelle istituzioni che impediscono a chiunque di diventarlo. Quando la politica smette di parlare alla testa dei cittadini e si rivolge soltanto al loro stomaco, il rischio non è solo quello di scegliere cattivi governanti. È quello di sostituire il pensiero critico con la fede nel leader di turno. E la storia italiana ci insegna quanto quella strada possa essere pericolosa.


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