Piemonte: il "buco" della sanità è diventato una malattia endemica che Cirio non cura
- Anna Paschero
- 4 giorni fa
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Aggiornamento: 4 giorni fa
di Anna Paschero

Sono di pochi giorni fa le informazioni sul drenaggio di risorse finanziarie avvenuto da vari settori di spesa del bilancio regionale del Piemonte dirette a colmare “il buco” dei conti della sanità. Le notizie rimbalzano dai quotidiani nazionali e locali ai social, provocando un allarme generale, questa volta condiviso anche da alcuni componenti dello stesso esecutivo regionale guidato da Alberto Cirio. La situazione dei conti in rosso della sanità è nota e non stupisce più di tanto perché più volte denunciata, non solo anche da parte dell’Organo di Controllo (Revisori) che, si ricorda, ha espresso un parere non favorevole sul bilancio previsionale 2026, ma anche dalla Corte dei Conti. Ma ora che alcuni assessori si sono trovati pressoché “senza portafoglio” la situazione ha allarmato anche loro.
I deficit delle Asl
Non ultimi a soffrirne sono i cittadini piemontesi, che continuano a pagare all’aliquota massima l’addizionale IRPEF regionale (3,33% che serve principalmente per finanziare la sanità) e ciononostante devono provvedere alle loro cure sanitarie rivolgendosi a strutture private, subendo contemporaneamente il razionamento delle prescrizioni farmaceutiche dai loro medici di base. La colpa, se così si può chiamare, è delle Aziende Sanitarie Regionali che, quasi tutte, hanno chiuso i loro bilanci del 2025 in perdita; perdita da ripianare, ovviamente, dall’Ente Regione.
Non è ancora chiaro il quantum, ma già sono stati destinati allo scopo 240 milioni di euro, a cui si aggiungono le integrazioni di risorse che le stesse Aziende hanno chiesto per il 2026. Sembra che il conto complessivo arrivi a sfiorare il miliardo di Euro. Una situazione abbastanza consueta negli ultimi anni, che sta mettendo in affanno il Presidente e la Giunta piemontese e sollecita le opposizioni a intervenire a difesa dei diritti dei cittadini.
Situazione che chi scrive conosce molto bene per essersi trovata a sua volta e per un paio di decenni, a fare i conti con una “coperta” che si dimostrava molto spesso troppo corta per coprire tutti i bisogni della propria comunità. Già, il governo di una Istituzione – grande o piccola che sia – richiede una cura maggiore di quella comunemente prestata al proprio ambito personale: questo è il compito di chi “fa politica”, che impone di fare le scelte in base a priorità da condividere con la comunità di riferimento, così come avviene normalmente in una famiglia.
Servono interventi strutturati
La riforma in senso federale avvenuta nel nostro Paese, purtroppo ancora oggi incompiuta, ha messo in primo piano il principio di responsabilità nel governo delle risorse finanziarie che appartengono a tutti i cittadini. La contribuzione diretta della comunità locale al finanziamento dei servizi richiede che i cittadini valutino gli effetti, anche finanziari, delle politiche adottate per scegliere, più consapevolmente, chi dovrà essere eletto, in base ai risultati conseguiti, al governo dell’istituzione. Purtroppo questa correlazione non sussiste quasi mai nelle scelte degli elettori.
Anziché affannarsi a tamponare le perdite con un’operazione idraulica di scarsa efficacia, dando spesso la colpa a chi “c’era prima”, raramente i nostri amministratori regionali corrono ai ripari con analisi fondate su dati oggettivi di contesto e interventi strutturati per redistribuire le risorse finanziarie in base agli effettivi bisogni di servizi. Nel quinquennio 2005-2009 vennero attribuite maggiori risorse alla sanita, come fondi extra LEA per 1 miliardo e 700 milioni di Euro; operazione consentita da bilanci in ordine e con modesti avanzi di gestione; sempre nello stesso periodo, i bilanci delle Aziende vennero monitorati periodicamente da un gruppo di tecnici, che dipendeva direttamente dall’allora Presidente della Regione Piemonte, per poter intervenire rapidamente nel caso di fabbisogno straordinario o surplus di risorse attribuite. Non si verificarono situazioni così gravi come quelle di oggi.
Dall’osservazione dei dati della distribuzione della spesa regionale nell’ultimo decennio 2016–2026 nelle materie di competenza, ovvero nelle cosiddette Missioni si possono trarre alcune importanti considerazioni a cominciare dalla Missione “Tutela della salute”:
- La spesa stanziata nel bilancio 2026, (10.115 milioni) deflazionata al 2016 ( 8.274 milioni) risulta inferiore a quella consuntivata in tale anno (8.458 milioni) per 184 milioni. Inoltre nel 2016 tale spesa rappresentava il 74,04% del totale delle risorse regionali impiegate; nel 2026 ne rappresenta solo il 72,23. Nel decennio considerato c’è stata una pandemia, i cui postumi richiedono ancora oggi maggiori interventi sanitari. La popolazione anziana del Piemonte (ultra 65 anni) negli ultimi 10 anni ha consolidato una crescita costante raggiungendo quest’anno il 26,5% del totale della popolazione. Il profondo cambiamento della struttura demografica – gli ultraottantenni sono raddoppiati arrivando a pesare l’8,8% - si riflette in modo marcato sul fabbisogno di servizi sanitari comportando un forte carico sociale ed economico che non può essere soddisfatto da quanto stanziato nel bilancio del 2026 che risulta peraltro inferiore, in termini monetari a quanto speso nel 2024 (Rendiconto) e a quanto stanziato definitivamente nel 2025. Senza contare i rincari delle risorse energetiche che incidono in maniera significativa, come del resto anche per le famiglie, sui costi delle strutture utilizzate per tale servizio.
- Quindi c’è da pensare che i disavanzi, ormai cronici delle Aziende siano indotti non solo da una inefficace programmazione delle attività, ma da una insufficiente dotazione di risorse finanziarie regionali utilizzate invece per altre spese. Lo stesso destino ha avuto la Missione Diritti sociali, politiche sociali e famiglia che in termini reali dovrebbe avere uno stanziamento di 305 milioni per essere almeno pari a quello di 10 anni prima, ma che nel 2026 è stato ridotto invece alla metà (160 milioni). Si tratta di funzioni garantite costituzionalmente che, come tali, dovrebbero fruire di una maggiore attenzione da parte di chi governa
- Anche la seconda funzione per ammontare di spesa, “Trasporti e diritto alla mobilità” solo per il recupero dell’inflazione avrebbe dovuto avere uno stanziamento di 877 milioni nel 2026: ne sono stati assegnati solo 728, ovvero 149 milioni in meno. Gli esempi potrebbero continuare, ma il senso è quello già ricordato: le scelte di allocazione delle risorse devono rispettare alcune priorità, ovvero il funzionamento di servizi da garantire costituzionalmente ai cittadini. La sanità, come sostiene l’art. 32 della Costituzione rappresenta un bene pubblico essenziale universalmente fruibile.
- Le entrate nette della Regione hanno recuperato nei 10 anni considerati solo il valore dell’inflazione, perché 11 miliardi 423 milioni del 2016 corrispondono a circa 14 miliardi del 2026. Quindi a parità di risorse acquisite dalla Regione la “Tutela della salute” e le “Politiche sociali” e il Diritto alla mobilità e trasporti hanno avuto assegnazioni di molto inferiori. Occorre per contro chiedersi se sono state adottate, nel corso degli anni, iniziative di controllo delle evasioni da tributi regionali, come il bollo auto, adottando strumenti di recupero.
Altre osservazioni potrebbero riguardare anche alcune modalità tecniche di gestione della spesa sanitaria: con il Governo Amato (Legge Delega 421/1992 le strutture pubbliche da Unità Sanitarie Locali (USL) vennero trasformate in aziende dotate di autonomia giuridica e finanziaria introducendo così nel settore sanitario logiche delle imprese private, i cui bilanci sono però finanziati prevalentemente con danaro pubblico. Una discrasia che occorre, ad avviso di chi scrive, correggere, ritornando alle vecchie Unità Sanitarie Locali.











































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