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Detto in pochissime parole. Il generale colpisce nel giorno di Sant'Antonio, il castigatore degli "eretici"...

di Indiscreto controcorrente


Roberto Vannacci, un tempo, neppure così lontano, comandante di un reggimento della Folgore - e qui l'aura schizza verso l'alto dell'emozione e del sentimento patriottico - ha realizzato ieri, sabato 13 giugno, il suo ingresso nella politica organizzata e strutturata con la presentazione del suo partito (personale) Futuro Nazionale. Non ultimo, un ingresso simbolico. Infatti, l'esordio con gli "anfibi" piantati bene a terra nello scontro politico a destra e dintorni ha coinciso con la ricorrenza di un santo tra i più amati nel nostro Paese: Sant'Antonio da Padova. Un santo che nel Medioevo fece della lotta agli eretici il suo tratto distintivo. E il generale, che rimane tale sempre e comunque per le donne e uomini delle Forze Armate, indipendentemente dalla condivisione delle sue idee - in proposito, fa sorridere chi si ostina ad anteporre "ex" o "già" all'attributo, alla ricerca (inutile) di una diminutio - ha nella sua missione politica - dichiarata, senza infingimenti - un unico obiettivo: disgregare l'attuale destra - in cui non si riconosce - in primis di Meloni, e poi della Lega, partito quest'ultimo cui deve il suo praticantato politico, considerato poco meno di un agglomerato un po' confuso e clientelare di luoghi comuni per conservarsi al Potere.

Il generale, che ha il fisico del ruolo e lo charme del combattente autentico in tuta mimetica, con quel berretto di para portato con eleganza maschia ad evocare coraggio e fierezza che non cedono mai alle umane debolezze, sa dove attingere per reclutare nuovi adepti alla sua causa e cercare voti. E sa che nel cuore di chi ha indossato una divisa, le stellette non si cancellano, restano attaccate alla pelle. Con tutto quello che ne consegue in fatto di cameratismo, solidarietà e vicinanza. E sa dunque che anche nella "caserma" Italia sopravvive quel fascino per la gloria militare (modesta, ma solo e sempre per responsabilità degli alti comandi e della politica) che da ottant'anni e più si nutre di ritirate sacrificali e mitiche ad un tempo, da El Alamein alla Russia. Vero, coincidono con il periodo fascista, ma per chi ha combattuto in nome della Patria, è del tutto irrilevante. Ciò che conta è l'idea di non arretrare dinanzi al "nemico", costi quel che costi.

Di qui, i richiami alla X Mas del principe nero, Junio Valerio Borghese, che fece la città della Spezia, che ha dato i natali a Roberto Vannacci, la sede operativa di un corpo d'élite, feroce e antipartigiano durante la Repubblica di Salò, ma che con parole d'ordine suadenti sedusse migliaia di giovani che credevano nell'amore di Patria. La città della Spezia, negli anni Sessanta, tra l'altro, divenne epicentro di sodalizi antidemocratici, reazionari, crogiuolo di avventurieri e terroristi neofascisti, capitanati sempre dal principe Borghese alla ricerca di un golpe, sotto l'occhio benevolo di apparati segreti dello Stato.

Vannacci sa tutto di quella storia e di tante altre ancora, attorno alle quali sa vellicare con frasi scelte ad effetto - siamo "feccia", per esempio - gli istinti primordiali che albergano nell'essere umano, magari in sonno, ma che se risvegliati al momento giusto sono impareggiabili per realizzare il fanatismo che avvelena la mente, senza mai uccidere il corpo. L'anticamera dell'accettazione del Capo supremo.



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