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PIANETA SICUREZZA. La trappola della videosorveglianza: come il Viminale usa i Comuni

di Nicola Rossiello


Vale la pena di proporre un riflessione di estrema importanza a proposito della sicurezza pubblica, un dato che molti ignorano. C'è un meccanismo che si ripete da anni, silenzioso e conveniente per chi lo ha progettato. Il Ministero dell'Interno finanzia la sicurezza sul territorio, e non lo fa assumendo operatori di polizia locale nei Comuni, potenziando gli organici delle forze dell'ordine, investendo in personale, ma lo fa attraverso i bandi per la videosorveglianza: telecamere, sistemi di riconoscimento targhe, reti di monitoraggio urbano, insomma, ferro e software, non persone.

Per il triennio 2024-2026, il Fondo per la sicurezza urbana ha previsto uno stanziamento nazionale di 25 milioni di euro annui. A questo si aggiungono i fondi stanziati dalle Regioni e da altri soggetti, anche privati. I Comuni partecipano a questi bandi con grande entusiasmo e convinzione. E qui sta il problema, perché ogni sindaco-sceriffo ha limiti oggettivi che sottovaluta. Ogni amministratore locale vuole apparire forte sulla sicurezza. È comprensibile, giacché i cittadini chiedono presidio, visibilità, risposta. E il bando del Ministero arriva come una manna e dà l'opportunità al sindaco di annunciare, tagliare nastri, pubblicare foto sui social. Rimane sospesa però la domanda: che cosa ha davvero firmato?

Ha firmato un accordo per cui il suo Comune diventa terminale operativo di una rete di sorveglianza le cui immagini e i cui dati devono essere messi a disposizione delle forze di polizia statali. Il Comune raccoglie, il Comune gestisce, il Comune archivia, il Comune spende in gestione dell'infrastruttura. E soprattutto: il Comune appare come soggetto che sorveglia i propri cittadini, pertanto è il soggetto che risponde davanti alla legge. Qui entra in gioco la questione della privacy, e non è un dettaglio tecnico. Il GDPR e il Codice della Privacy italiano sono chiari: chi tratta dati personali, chi gestisce immagini di persone in spazi pubblici, risponde delle modalità di raccolta, conservazione e accesso a quei dati. Il titolare del trattamento non è il Ministero dell'Interno, ma è il Comune, per conto dell'autorità statale, però. Quindi, se c'è un abuso, un accesso non autorizzato, una conservazione oltre i termini, una comunicazione impropria delle immagini, a rispondere è il Sindaco, non il Prefetto, non il Ministro.

Il Ministero ottiene una rete capillare di sorveglianza diffusa su tutto il territorio nazionale, finanziata in parte con fondi pubblici gestiti attraverso bandi competitivi, senza doversi assumere le responsabilità giuridiche che quella rete comporta e anche gli oneri economici di gestione. Una soluzione elegante, per chi l'ha pensata. Il nodo vero, però, restano gli organici.


La sicurezza sul territorio si fa, soprattutto con le persone, non con le telecamere. Un operatore di polizia locale presente, formato, che conosce il quartiere, che interviene, che previene, vale più di mille ore di riprese che nessuno guarda in tempo reale, fa prevenzione autentica. I Comuni italiani hanno organici di polizia locale cronicamente sotto-dimensionati. Mancano agenti, mancano funzionari, mancano risorse per le assunzioni. I bandi del Ministero non risolvono questo problema: lo aggirano. Danno l'apparenza della sicurezza senza costruirne la sostanza.

Se il Ministero dell'Interno volesse davvero rafforzare la sicurezza urbana, finanzierebbe i Comuni per assumere personale; stabilirebbe piani pluriennali di potenziamento degli organici; investirebbe in formazione. Invece, preferisce finanziare hardware, delegare responsabilità e mantenere il controllo politico delle informazioni raccolte.

Allora chiamiamola con il suo nome: è una forma di manipolazione istituzionale. Il Ministero ottiene un presidio del territorio diffuso, una rete di dati e immagini preziosa per le forze di polizia statali, prioritariamente senza pagare il costo politico e giuridico della sorveglianza di massa. Quel costo lo paga il Primo cittadino del comune che si ritrova esposto davanti al Garante della Privacy, davanti alla sua comunità e ai tribunali, con strumenti giuridici limitati e responsabilità illimitate.

I sindaci che partecipano a questi bandi pensano di acquisire potere. In realtà cedono autonomia e si caricano di responsabilità altrui. La definizione di "manipolazione istituzionale" potrà sembrare una lettura politica forte, ma è basata su una asimmetria reale tra chi finanzia l'opera e chi ne gestisce gli oneri giuridici.

Su questo modello va aperta una discussione seria perché serve trasparenza sui protocolli di accesso alle immagini da parte delle forze di polizia statali. È necessario che i Comuni siano pienamente consapevoli delle implicazioni giuridiche prima di firmare qualsiasi accordo. E, soprattutto, serve che le risorse destinate alla sicurezza urbana tornino a essere investite nelle persone. Tra l'altro, l'efficacia della deterrenza è sovrastimata perché risulta irrilevante per chi agisce d'impulso, perché viene facilmente aggirata dai professionisti o perché causa semplicemente lo spostamento del reato verso aree non sorvegliate.

La telecamera è un testimone oculare digitale, spesso utile solo dopo il fatto. Per avere una vera sicurezza, questa deve essere parte di un ecosistema che includa difese fisiche e una risposta immediata all'allarme, quella che si fa solo con gli operatori sul territorio.

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