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A Torino il jazz non è racconto, ma anima: note e... note di un festival a cielo aperto

a cura del Baccelliere


Torino città del jazz, una New Orleans in sedicesimo, con il suo fiume, solo un poco più aristocratico. Nello scorso fine settimana è tornato il Torino Jazz Festival, giunto alla sua quattordicesima edizione, con un programma che si apre a tutta la città. Ad anticiparlo sono stati tre giorni di eventi nei jazz club cittadini (dal 22 al 24 aprile), mentre il cuore della manifestazione ha preso il via simbolicamente nel giorno della Liberazione, rafforzando il legame tra musica, memoria e partecipazione civile.

Il filo conduttore di quest’anno è The Sound of Surprise, espressione coniata dal critico Whitney Balliett [1] per descrivere l’essenza sorprendente del jazz. Un tema che punta a valorizzare l’imprevedibilità, la libertà espressiva e la capacità del jazz di creare connessioni nuove tra artisti e pubblico.

Secondo tradizione, il festival trasforma Torino in un palcoscenico a cielo aperto e conta, oltre ai concerti, conferenze, dibattiti e proiezioni. Dal 2023 il direttore artistico è Stefano Zenni, che aveva ricoperto lo stesso incarico dal 2013 al 2017. Musicologo, docente al Conservatorio di Bologna, Zenni ha dato al festival l’impronta di evento culturale, aperto alle contaminazioni e alle nuove proposte.

Negli anni il Torino Jazz Festival si è affermato come uno degli eventi più rilevanti in Europa, capace di attirare grandi nomi della scena internazionale accanto ai protagonisti italiani e ai nuovi talenti. La vocazione internazionale del festival è confermata da alcuni dei musicisti dell’attuale edizione. Due dei chitarristi più importanti della generazione post rock saranno fra i protagonisti più attesi. Si tratta di John Scofield e di Bill Frisell. Scofield suonerà in duo, nel giorno di chiusura, il 2 maggio, al Teatro Colosseo, accompagnato da Gerald Clayton, uno dei pianisti più creativi e versatili della nuova generazione. Frisell presenterà il progetto The Great Flood il 1 maggio all’Auditorium del Lingotto, evento che prevede la proiezione del film di Bill Morrison sull’inondazione del Mississippi del 1927 corredata dall’esecuzione di musiche dal vivo.

Scofield e Frisell rappresentano due vie della poetica a sei corde. Funky, blues ed energia il primo. Folk, country e paesaggi rupestri il secondo. Due approcci differenti. La loro presenza nello stesso cartellone sottolinea la capacità del Torino Jazz Festival di raccontare il jazz nella sua pluralità, tra tradizione e innovazione.

Dopo quasi tre lustri il TJF non è più un episodio isolato, ma un appuntamento che si è sedimentato nel pubblico. Peraltro il jazz a Torino ha radici vere. È il centro che ha attratto Gianni Basso e Dino Piana, in cui si è formato Enrico Rava. Torino non è diventata jazz, lo è sempre stata. Sessant’anni fa era un città diversa. Che a chi non c’era potrebbe apparire prigioniera dello smog e dell’industria pesante. Ma ricca di fermenti, che avrebbero trasformato le sue strade lunghe in quelle che ora sono percorse dalle spensierate fanfare delle marching band. Città del jazz, si diceva, forse in sedicesimo ma comunque a pieno titolo.


Note

[1] Whitney Balliett (1926–2007) è stato uno dei più importanti critici di jazz del Novecento, storico collaboratore del New Yorker. Narratore di grande efficacia, sapeva raccontare i musicisti, le loro esistenze, e trasformare la musica in racconto.

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