PIANETA SICUREZZA. Il Primo Maggio appartiene anche a chi veste la divisa
- Nicola Rossiello
- 22 ore fa
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di Nicola Rossiello

C'è qualcosa di strano, ogni anno, nel festeggiare il Primo Maggio quando indossi una divisa. Gli altri si fermano, le piazze si riempiono di bandiere e striscioni. I poliziotti, in servizio, a garantire che quella festa si possa fare.
Qualcuno sostiene che questo ci esclude, che il Primo Maggio non è roba nostra, che noi siamo "dall'altra parte". Ho sentito questa frase molte volte, anche nei corridoi delle Questure, da parte degli stessi colleghi. E ogni volta mi ha fatto lo stesso effetto: quello di una menzogna ripetuta così spesso da sembrare vera. Riaffiora alla memoria un episodio emblematico del mio percorso sindacale, quando un prefetto pose il veto all'utilizzo di una mensa aziendale dell'aeroporto di Caselle da parte dei poliziotti in servizio. La motivazione era quasi paradossale: si voleva evitare che gli agenti fraternizzassero con le maestranze di una nota azienda aerospaziale, spesso protagoniste di aspre proteste di piazza.
Era il tentativo deliberato e pietoso di negare una realtà evidente, ovvero che fossimo tutti lavoratori, accomunati dalle stesse fatiche, dalle medesime preoccupazioni per le famiglie e da bisogni condivisi. Impedire quel momento di convivialità non era solo un atto di separazione sociale, ma rappresentava una profonda sfiducia nella dignità e nella maturità professionale dei poliziotti. Quel dirigente dello Stato sceglieva di alimentare e legittimare la contrapposizione anziché riconoscere l'appartenenza a un unico tessuto sociale.
Siamo lavoratrici e lavoratori. Punto. Lo sostengo dopo anni passati a fare questo lavoro sindacale, dopo centinaia di assemblee, dopo aver ascoltato colleghi in difficoltà, dopo aver trattato al tavolo con le amministrazioni. Lo dico con la certezza di chi sa che cosa significa stare in mezzo alle persone, non sopra di loro.
Abbiamo famiglie che aspettano a casa. Abbiamo stipendi che non bastano mai quanto dovrebbero. Abbiamo turni che si allungano, riposi saltati, straordinari non sempre riconosciuti. Paghiamo il mutuo, accompagniamo i figli a scuola, ci ammaliamo, ci stanchiamo. Invecchiamo dentro un lavoro che logora il corpo e logora anche l'anima.
Il Primo Maggio è nato esattamente per questo: per ricordare che nessun lavoratore è solo una funzione. Che dietro ogni mansione c'è una persona intera, con dignità, con bisogni, con diritti che nessuna divisa può cancellare.
Per troppo tempo si è coltivata l'idea che rivendicare significasse tradire. Che parlare di condizioni di lavoro, di salute psicologica, di orari, di sicurezza fosse in qualche modo incompatibile con l'etica del servizio. È una bugia comoda, che ha fatto comodo a chi preferisce lavoratori silenziosi a lavoratori consapevoli.
Ma un poliziotto stanco è meno sicuro. Per sé, per i colleghi, per i cittadini che è chiamato a proteggere. Un poliziotto che non riesce a parlare del proprio disagio finisce per portarlo a casa, scaricarlo sui propri cari, o peggio, tenerlo dentro fino a spezzarsi. I numeri sui suicidi nelle forze di polizia parlano chiaro, e fanno male. Non possiamo far finta che non esistano, e come dirigente sindacale e come persona lo ho mai fatto, perché le scelte dell'uno e dell'altro combaciano: stare dentro il mondo del lavoro con e come tutti gli altri. Non in una torre separata, non con l'idea che la nostra categoria sia al di sopra del confronto. Ma con la convinzione che i valori che muovono il movimento dei lavoratori, solidarietà, giustizia, dignità, siano gli stessi valori che dovrebbero muovere chi fa questo mestiere ogni giorno.
Non è contraddittorio credere nello stato di diritto e allo stesso tempo chiedere contratti più giusti. Non è contraddittorio rispettare le istituzioni e pretendere che quelle stesse istituzioni rispettino chi le serve.
Ma non è peregrina neanche la prospettiva di prendere posizione contro le ingiustizie del nostro tempo, contro la precarizzazione dell’esistenza, contro l’illusione di un algoritmo possa sostituirsi alla giustizia sociale, contro un ordine mondiale che privilegia la forza bruta alla diplomazia.
Nel giorno del Primo Maggio, vorrei che ognuno dei nostri colleghi si prendesse un momento per riconoscersi lavoratore. Per sentire che quella festa è anche sua. Che la storia di chi è sceso in piazza a chiedere dignità parla anche a lui, anche a lei.
Come sindacalista ho il dovere di continuare a dirlo, ad alta voce e senza imbarazzo. Come persona a ricordare a tutti che il lavoro cambia, le uniformi cambiano, i luoghi cambiano, ma la fatica umana è sempre la stessa, e merita sempre rispetto.













































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