Regime change: arroganza e miopia Usa nell'attacco all'Iran
- Stefano Marengo
- 2 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 2 mar
di Stefano Marengo

Diciamolo in modo chiaro: è da sciocchi pensare che un sistema politico-istituzionale complesso e strutturato possa essere portato al collasso semplicemente eliminando il suo leader più visibile. E questo è vero soprattutto nel caso iraniano, dove il leader in questione era un 86enne piuttosto cagionevole di salute.
Le istituzioni iraniane erano preparate da tempo ad affrontare la transizione al post-Khamenei, qualunque ne fosse stata la causa della morte. Ma soprattutto nella Repubblica Islamica il potere è multicentrico, distribuito appunti tra più centri - la Guida Suprema, il Presidente della repubblica, il Governo, il Parlamento, il Consiglio dei guardiani, il Consiglio di sicurezza nazionale... - e questo rende molto difficile il verificarsi di vuoti di potere incolmabili, ossia tali da mettere a rischio il sistema nella sua interezza.
Nella vulgata occidentale predomina invece una visione immaginaria dell'Iran. Lo si considera alla stregua dell'Ancien Régime, per cui basterebbe "decapitare il re" per far collassare tutta l'architettura istituzionale. La realtà è proprio l'opposto di quello che qui da noi per lo più ci si immagina, utilizzando il termine sempre più à la page di Regime change.
Ma c'è dell'altro. Il potere in Iran non è soltanto articolato a livello di élites dirigenti, ma profondamente radicato nella società civile, nelle sue organizzazioni e corpi intermedi. In questo la società iraniana, mutatis mutandis, non è così diversa da quelle europee. Alcuni stimano che un quarto circa della popolazione sia attivamente solidale con la Repubblica Islamica, mentre una percentuale analoga (comprensiva anche della diaspora) le sia attivamente ostile. Nel mezzo vi è la zona grigia di chi vive in Iran senza avversare, né esaltare il sistema politico vigente, come in qualunque altro Paese del mondo. E l'Iran non fa eccezione. In qualunque caso, è comunque arduo stabilire percentuali in una situazione di guerra in cui l'Iran è l'aggredito e non l'aggressore, ed è pericolosamente incongruo arrivare, come ascoltato ieri a fine serata su RAI Tre, che il favore verso gli ayatollah sia sceso ai minimi storici dell'8 per cento. Su quali basi si reggono queste affermazioni da tavolone?
La Repubblica Islamica, quindi, provoca sicuramente dissenso, ma gode anche di un innegabile consenso, esplicito o implicito che sia. Per farsene un'idea basta guardare l'immagine che accompagna questo articolo. Si tratta di una fotografia della folla che ieri mattina ha riempito la piazza centrale di Isfahan (oltre 80mila metri quadrati, tra le piazze storiche più grandi del mondo) in segno di lutto per Khamenei e di protesta per l'aggressione criminale sionista e americana. Ma analoghe manifestazioni oceaniche hanno avuto luogo in tutti i principali centri del paese. E anche all'estero.
Tutto questo per dire che, in una società complessa con istituzioni articolate, pensare di cambiare il potere assassinando un leader è puro pensiero magico. Se molti di quelli che stanno commentando le notizie sui media si fossero presi la briga di leggere Gramsci lo avrebbero già capito ed eviterebbero di proporre analisi incongrue, per non dire fantasiose.
In questo tipo di scenario le rivoluzioni (leggi: un cambiamento politico e sociale radicale) si possono fare solo costruendo egemonia tra le masse e conquistando una ad una le casematte del potere, in una lunga guerra di posizione. E questo, nel caso di specie, lo possono fare soltanto gli iraniani, senza ingerenze esterne. L'alternativa a tale lavoro di costruzione è il caos totale di una infinita e devastante guerra per bande.
Si possono anche comprendere le reazioni di giubilo di alcuni iraniani, soprattutto tra i residenti all'estero. Rimane tuttavia il fatto che alla base dei cambiamenti politici devono esserci analisi realistiche, capacità organizzativa e una nuova classe dirigente pronta a prendere le redini del paese. Tutte cose che oggi, in Iran, non esistono.
D'altra parte la storia dovrebbe essere maestra. Chiunque avesse già raggiunto l'età della ragione a inizio secolo si ricorderà bene come alcuni iracheni applaudissero l'invasione americana del 2003. E tuttavia dovrebbe anche ricordarsi come un paio d'anni più tardi - e con qualche centinaia di migliaia di morti accumulati nei cimiteri - nessuno avesse più voglia di festeggiare. Fu il caos, e quindi la catastrofe, esattamente come in Afghanistan e, successivamente, in Siria e in Libia, come è stato ricordato ieri nell'Editoriale della Domenica.[1] Ed è proprio il caos ciò che USA e Israele vogliono per l'Iran, secondo la classica dottrina imperialista del "destabilizzare per dominare" oggi riproposta con il marchio neocon-sionista e con la "spinta propulsiva" del delirio di onnipotenza del presidente americano.
Cerchiamo inoltre di essere seri: ritenere che uno stato come Israele possa avere a cuore i diritti umani degli iraniani nel momento stesso in cui conduce una campagna di sterminio e pulizia etnica del popolo palestinese è, di nuovo, una favola mal scritta. E lo stesso vale, ovviamente, per gli sponsor americani di Tel Aviv, sostenitori della progressiva colonizzazione della Cisgiordania, che hanno evidentemente scelto di gestire nel modo più violento immaginabile il declino del loro impero. Al riguardo, la distruzione delle basi militari USA nel Golfo Persico non è soltanto l'effetto tangibile del sacrosanto diritto dell'Iran a rispondere all'aggressione militare. Quelle strutture in fiamme sono anche la metafora più evidente di un potere imperiale ormai privo del lume della ragione e sempre più screditato al cospetto dell'opinione pubblica mondiale.
Anche in questo caso sarebbe utile tornare a studiare Gramsci. Forse non risolverebbe i problemi, ma di certo ci aiuterebbe a capire la realtà per quella che è e a non farci menare per il naso dai sensazionalismi e dalle falsità di una propaganda politico-mediatica tanto pericolosa quanto grossolana.
Note













































Commenti