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Putin non vuole la pace, forse non gli conviene

di Alberto Scafella


C’è un’immagine che racconta più di mille comunicati diplomatici: da una parte Volodymyr Zelensky che chiede un incontro diretto, faccia a faccia, per discutere una tregua e aprire finalmente una prospettiva di pace. Dall’altra Vladimir Putin che declina, rinvia, delega, prende tempo. La domanda è semplice: se davvero si vuole la pace, perché evitare il confronto?

Da oltre quattro anni il Cremlino ripete che la Russia è pronta a negoziare. Eppure, ogni volta che si presenta l’occasione di sedersi al tavolo con il presidente ucraino, emerge una nuova condizione, un nuovo ostacolo, una nuova ragione per non farlo. È una contraddizione difficile da ignorare. Forse perché la guerra, per Putin, è diventata qualcosa di più di una guerra: è uno strumento politico, una leva economica, un elemento identitario. In altre parole, è il collante di un sistema che ha bisogno di una mobilitazione permanente per giustificare sacrifici, repressione e centralizzazione del potere.

La Russia ha convertito una parte significativa della propria economia in economia di guerra. Le industrie della difesa lavorano a pieno regime. Milioni di persone dipendono direttamente o indirettamente dallo sforzo bellico. Interrompere improvvisamente il conflitto significherebbe affrontare problemi economici e sociali che oggi vengono nascosti dietro la retorica patriottica. Ma c’è anche una questione territoriale. Una pace autentica presuppone compromessi. Significa discutere confini, occupazioni, garanzie di sicurezza. Significa accettare che la guerra non abbia prodotto tutti i risultati sperati. Per Putin questo sarebbe politicamente rischioso.

Dopo aver presentato l’Operazione speciale come una battaglia esistenziale per il destino della Russia, come spiegare ai cittadini che occorre trattare? Come giustificare centinaia di migliaia di vittime per poi accettare una soluzione negoziata che non coincida con una vittoria totale? Ecco perché il sospetto diventa legittimo. Forse il Cremlino non teme la guerra. Teme la pace.

Perché la pace impone trasparenza. La pace impone bilanci. La pace impone domande. La pace obbliga a spiegare cosa si è ottenuto e cosa si è perso. La guerra, invece, consente di rinviare tutto. Consente di attribuire ogni problema a un nemico esterno. Consente di mantenere il Paese in uno stato di mobilitazione permanente. Naturalmente nessuno può sostenere che Zelensky sia esente da responsabilità politiche o che una soluzione diplomatica dipenda esclusivamente da Mosca. Le guerre sono tragedie complesse e raramente esistono innocenti assoluti. Ma c’è un fatto che resta. Quando un leader chiede un incontro e l’altro lo rifiuta, chi deve spiegare le proprie ragioni non è chi si presenta al tavolo, ma chi lascia la sedia vuota. Se Putin è davvero convinto che la Russia stia combattendo per una pace giusta e duratura, dovrebbe essere il primo ad accettare un confronto diretto con Zelensky. Se invece continua a evitarlo, il dubbio cresce.

E il dubbio è che questa guerra, almeno per il Cremlino, non sia ancora diventata abbastanza costosa da rendere la pace più conveniente del conflitto.

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