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Netanyahu e Trump: "C'eravamo tanto spiati..."

  • Menandro
  • 11 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

di Menandro


Ne avranno da scrivere quando, cacciati dal potere a furore di popolo, perché avverrà ne siamo certi, si ritroveranno a scaricare reciprocamente l'uno sull'altro le colpe per la loro caduta in disgrazia, ripensando anche alle azioni di spionaggio e controspionaggio che Usa e Israele non si sono lesinate in questo periodo e, da "grandi alleati" nel corso dei decenni. E sarà soprattutto sul "pazzo", cioè Netanyahu, che il canuto Trump affonderà tutto il suo livore con più di una ragione, perché le spie, fatto salvo James Bond, agente al servizio di Sua Maestà britannica, non sono mai o quasi simpatiche. Figuriamoci Netanyahu che è ultra antipatico di suo. Oltre ad avere deciso motu proprio di genocidiare i palestinesi della Striscia di Gaza, eliminare come tanti piccoli indiani gli agricoltori della Cisgiordania e costringere all'esodo i meridionali libanesi.

Ma non saranno certo questi "piccoli" dettagli ad avere un posto di prima pagina nelle memorie di Trump, noto insensibile per sospensione di coscienza e assoluto menefreghista per interessi economici. Il bolo che fin da oggi va su è giù in gola, senza che riesca a scendere nell'esofago del presidente americano, provocandogli una fastidiosa disfagia, infatti, è lo spionaggio. Esercizio, praticato con spregiudicatezza dall'intelligence israeliana sui movimenti della Casa Bianca nelle complesse trattative con l'Iran, diventato pubblico con le rivelazioni del New York Times. Una pratica che ha costretto il Pentagono ad aumentare i livelli di sicurezza e inforcare lenti più spesse sugli 007 israeliani. Amici miei...

Ora, al netto della curiosità sui software usati da Tel Aviv (Pegasus e Graphite) che circola tra gli amanti delle operazioni clandestine, ciò che conta nell'opinione pubblica è il carattere intrusivo e destabilizzante delle azioni israeliane. Tutt'altro che casuali ed estemporanee. Anzi, recidive. Dal passato riemerge in tutta la sua interezza il caso di Jonathan Pollard, l'analista di intelligence della Marina Militare statunitense scoperto a trafugare segreti militari per cederli al Mossad, di cui i secondini hanno gettato via la chiave nel 1987.

Insomma, Israele è affetto da una sorta di cleptomania da spy story, cioè non riesce fare a meno di rubare informazioni e segreti; la sua deriva di intromissioni nella vita degli altri Stati è costituzionale. Deriva (verbo e sostantivo si equivalgono) almeno in parte giustificata dalla necessità di sopravvivenza. E, com'è noto, la sopravvivenza dipende dall'eliminazione dell'altro. Non c'è scampo: è la storia dell'umanità e del popolo di Israele. Se l'altro è visto come un nemico o si propone come tale, il Vecchio Testamento non è avaro di soluzioni. Ultima, quella del Deuteronomio (19,21): «Non mostrarti pietoso: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente»

In proposito, Netanyahu, massimo interprete della dottrina, anche senza i suggerimenti di quel sadico di Ben Gvir, ha dimostrato di non essere sfiorato dal benché minimo dubbio. Nella Striscia di Gaza non ha esitato a riscrivere quella pagina con una valenza a dir poco esponenziale: se qualcuno attenta alla sopravvivenza di Israele non soltanto è spacciato, ma un intero popolo rischia di essere soffocato, anche nella culla, sull'esempio di Erode il Grande, re della Giudea (Vangelo secondo Matteo 2,1-16).

Non rimane da domandarsi se la dottrina Netanyahu valga anche per Trump e gli Usa.






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