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Patrimoniale alla gogna: ma a chi giova davvero?

di Anna Paschero



Del disastroso stato della nostra finanza pubblica, noto a tutti, perché pubblicato sulle pagine web del Ministero del Tesoro e Finanza con i dati dell’ultima legge di bilancio, si è scritto su questo sito di recente[1]. Ma appare singolare che esponenti di spicco della coalizione che guida l’attuale governo abbaino alla Luna non appena qualcuno lo ricorda loro. Nei giorni scorsi, infatti, Lega e Fratelli d’Italia rispettivamente con il ministro ai Trasporti Matteo Salvini e il capogruppo alla Camera Tommaso Foti hanno esternato la loro contrarietà sulla proposta dell’ex ministro nel governo Monti di Elsa Fornero, accusandola di essere “mandata avanti dalla sinistra” (La Stampa del 14 gennaio scorso) per aprire la strada a una imposta sui patrimoni immobiliari perché, secondo i due parlamentari, causerebbe un aumento dell’iniquità a sfavore dei poveri.

Ma che cosa ha detto Elsa Fornero di così "eversivo" da scatenare tanto livore? Nulla. Se non essersi limitata a ricordare, in particolare, che l’Italia, contrariamente a quanto avviene in  molti paesi europei, tassa alla fonte  i redditi di lavoro piuttosto che colpire con una adeguata tassazione i patrimoni immobiliari, soprattutto in occasione della loro  trasmissione ereditaria. La revisione delle imposte ereditarie o dei valori imponibili degli immobili, con il proprio gettito potrebbe alleggerire l’imposizione sul lavoro o evitare un aumento della pressione fiscale in un momento come questo di serie difficoltà nella finanza pubblica, crescita economica bloccata e gravi iniquità sociali.

Si potrà aggiungere, con onestà intellettuale, che la proposta sia in linea con le considerazioni delle opposizioni, tra cui il Partito Democratico (la ventilò già nel 2021 Enrico Letta), ma ciò non toglie che, contrariamente a quando affermano Salvini e Foti, vada a tutto vantaggio di coloro non posseggono rilevanti patrimoni immobiliari e si sostengono con  il loro lavoro. Tra l'altro, l’indagine recente di Banca d’Italia - anche richiamata dall’ex ministro Fornero - mostra come il 5 per cento più ricco del Paese detenga circa il 47 per cento della ricchezza complessiva, mentre il 50 per cento più povero si ritrovi con l’8 per cento.

Ma andiamo per ordine. E' dimostrato numeri alla mano – e i numeri magari non dicono tutto, ma non mentono – che la tanto paventata e orgogliosamente rivendicata diminuzione delle tasse (ottenuta con la riduzione della spesa pubblica, come ha dichiarato la Presidente del Consiglio Meloni) nella realtà non esiste dal momento che il prelievo fiscale aumenterà nei prossimi tre anni – a partire dal 2024 - come risulta  scritto nei dati del bilancio dello Stato 2024/2026. Ma non solo: è notizia delle ultime ore che in alcune regioni del centro e sud d’Italia è in atto l’aumento dell’addizionale regionale IRPEF, sia per effetto della riduzione degli scaglioni dell’IRPEF nazionale, ma soprattutto per fronteggiare i crescenti e non coperti da risorse erariali, costi della sanità. E non è del tutto improbabile che anche a seguire l’esempio delle Regioni siano i Comuni, soprattutto quelli di maggiori dimensioni, con l’aumento della loro addizionale IRPEF comunale.

Considerare di spostare la tassazione dal lavoro al patrimonio immobiliare, anche agendo sulle attuali imposte di successione non aumenta le disparità, anzi le riduce. L’imposta di successione in Italia è una delle più basse al mondo, prima che Berlusconi nel 2001 la eliminasse del tutto e venisse poi reintrodotta nel 2006 da Prodi con l’aliquota tuttora vigente del 4% e l’esenzione totale del primo milione di Euro. L’attuale imposta di successione  italiana continua a rappresentare un notevole vantaggio per chi dispone di grandissimi ricchezze, come nel caso più recente della scomparsa di Silvio Berlusconi, che ha lasciato un patrimonio ai propri eredi stimato in oltre 6 miliardi di euro. 

La piccola proprietà immobiliare è molto diffusa in Italia, anche tra i redditi più bassi e  una eventuale proposta di revisione degli imponibili, compensata dalla riduzione delle imposte sul lavoro, sarebbe neutrale sulle fasce di reddito meno abbienti, ma non sulle grandi proprietà immobiliari e consentirebbe così di ritrarre maggiori risorse per fronteggiare parte della spesa pubblica destinata, come ben sappiamo ad essere sostenuta solo ed esclusivamente con ricorso a maggior debito.  

Nel bilancio 2024, il ricorso al mercato (risorse da reperire con emissione di nuovi titoli di Stato) per finanziare la spesa pubblica rappresenta il 43,41% del totale delle spese (527,5 mld di € su 1.215 mld di €) tra le quali sono stanziati 328,7 mld di restituzione del debito annuo in scadenza e 97 mld di interessi (il 34,9% del totale delle spese). Per la protezione sociale e le politiche del lavoro si spendono il 18,5% del totale delle spese e per l’istruzione pubblica e la cultura appena il 5,9%. 

Elsa Fornero ha fatto dunque bene a richiamare l’attenzione su quest’ultimo aspetto, quello del crescente debito, ma anche e soprattutto sull’evasione fiscale: sono due facce della stessa medaglia che insieme ai dati appena sopra accennati non ci fanno ben sperare per il prossimo futuro  del nostro Paese.

 

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