Dialoghi delle Carmelitane ovvero "Scegliere il proprio destino"
- Stefano Maria Cavalitto
- 1 giorno fa
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di Stefano Maria Cavalitto

Non da molto sul palco del teatro Regio di Torino[1] è andata in scena l’opera Dialoghi delle Carmelitane, composta nel 1953 da Francis Poulenc, nella foto con on la clavicembalista Wanda Landowska. L’opera si basa sul testo di un dramma di Georges Bernanos, a sua volta tratto dal romanzo in lingua tedesca Die Letze am Schafott di Gertrud Von le Fort del 1931. La successiva rappresentazione teatrale francese di Bernanos che risale al 1948 ebbe un grande successo. Forse su tale spinta Poulenc decise di renderla anche opera lirica. La vicenda narra di 16 monache carmelitane di Compiègne, nel dipartimento dell’Oise, nella regione dell’alta Francia -dove peraltro nel 1430 i borgognoni catturarono Giovanna d’Arco- che vennero giustiziate con ghigliottina durante il cosiddetto periodo del Terrore, nel 1794. La prima rappresentazione italiana avvenne a Milano nel 1957, alla Scala, con il maestro Sanzogno sul podio.
Fin da subito il lavoro di Poulenc, visto il tema trattato e soprattutto vista la scrittura musicale utilizzata che si avvale del sistema tonale tradizionale e non si spinge sulle vie della ricerca musicale contemporanea, viene tacciato di alimentare una posizione reazionaria ed anti-storicistica, rispetto ai fermenti che già dai primi anni ‘50 si presentavano nella cultura europea, per poi sfociare a più livelli ed in più ambiti nel decennio successivo.
Il libretto adattato da Emmet Lavery al di là delle prime vicende di contesto legate al prendere piede della rivoluzione francese e le conseguenti dinamiche conflittuali storiche, si sofferma soprattutto nella parte centrale dell’opera sulle riflessioni esistenziali delle monache e fatalmente sul rapporto con il possibile avvicinarsi della morte come conseguenza dei moti rivoluzionari. Cosa che effettivamente e fatalmente avverrà.
La mirabile storica regia di Robert Carsen, scelta dal Regio di Torino, lo testimonierà con poesia e lirismo; valga per tutto la potente e toccante scena finale delle esecuzioni, trattata quasi come una coreografia che dona pathos vibrante, con il quale si chiude l’opera. Durante il periodo del Terrore, infatti, la veemente carica rivoluzionaria porterà ad abbondanti esecuzioni con lo scopo dichiarato di recidere la testa al vecchio regime e transitare verso i territori dell’uguaglianza tra i cittadini. Sappiamo bene oggi quanto questo transitare verso luoghi sociali egualitari in quel periodo si nutrisse tuttavia di paura e sospetto (paranoideo?) tanto da istituire tribunali più o meno improvvisati e conseguenti esecuzioni sommarie degne del più duro dei regimi. Naturalmente tutto ciò meriterebbe tuttavia un’analisi maggiormente critica e riflessiva che qui non ci possiamo permettere.
Ci basta comunque per poter azzardare un pensiero: visto e sentito oggi, il lavoro di Poulenc, diventa innanzi tutto una riflessione sui totalitarismi, sugli integralismi. L’integralismo per sua definizione, pur nutrendosi di violenta opposizione al diverso, teme il conflitto, non lo ammette, lo elimina alla radice. Lo elimina dichiarandogli guerra. Questa è la differenza tra guerra e conflitto: quest’ultimo crea le condizioni per poter essere esperito, si spera nel modo meno distruttivo e maligno possibile. La prima distrugge la possibilità del conflitto mirando all’annientamento dell’altro. Senza due poli non c’è conflitto, non c’è dinamica (potremmo dire non c’è vita…) ma solo unilateralità. Ecco il totalitarismo, l’assolutismo.
Deformazione professionale mi fa immaginare la cosa non soltanto nello spazio sociale delle comunità e del vivere collettivo, ma anche nel mondo interno psichico, peraltro sempre in compartecipazione con il cosiddetto mondo esterno. Ebbene la psiche unilaterale è una psiche “assolutista” che non contempla conflitti, dinamiche interne graduali e modulate, ma si nutre di posizioni univoche, non ammette sfumature e per ciò può essere fonte di profonda sofferenza per il soggetto. E aggiungiamo per ogni individuo che gli è vicino. Polemos per Eraclito era il motore della vita, non già della morte, concependo in questo modo il mondo come un complessità di opposti in continua tensione, in rapporto reciprocamente con il loro contrario[2]
Torniamo ora alla trama del libretto.
Un passaggio cruciale, dal punto di vista che vorrei sottolineare qui, avviene quando le monache ormai pressoché certe del loro tragico destino, decidono collegialmente di non rifiutare i voti religiosi ed andare così incontro al giudizio del tribunale rivoluzionario. Una di loro tuttavia, Blanche de la Force, di nobile lignaggio, tratteggiata come personaggio piuttosto fragile, presa dall’angoscia della questione ci ripensa e fugge. Fugge dalla comunità delle consorelle e ritorna nel “mondo”, aiutata da alcuni complici. Per poco però, poiché a seguito di riflessioni individuali raggiungerà nuovamente le altre monache e con loro condividerà la condanna alla ghigliottina.
A proposito di Blanche de la Force e della sua debolezza possiamo proporre alcune riflessioni. In effetti avendo avuto paura del destino scritto dal voto assoluto a cui sarebbe andata incontro se ne sottrae, almeno momentaneamente, in scia al personaggio fragile e timoroso che la trama le cuce addosso, già ben prima del tragico finale: Blanche entra in convento perché spaventata dal mondo, dalle sue dinamiche e nel claustrum della vita monastica spera di trovarne riparo. Ma come per ironia della sorte, o meglio del destino, sarà il mondo a fare irruzione nel chiuso del convento e la metterà di fronte al tema esistenziale per eccellenza, il confronto con la morte.
Ora, compare a mio avviso un motivo fondamentale, quello della “scelta” del proprio destino. Questa espressione, da un certo punto di vista, è un ossimoro, o meglio un paradosso, da cui le virgolette alla parola scelta. Se scegliamo potremmo dire che non è più destino. Eventualmente possiamo più o meno assecondarlo. Qui il discorso si fa complesso, e vorrei declinarlo sul rapporto che ognuno può avere con la dimensione destinale (se mai esistesse, ovviamente…). In questo senso Blanche fa un gesto a mio modo di vedere, importantissimo: non convinta del destino comune scelto dalla dimensione collettiva delle monache, ormai prigioniere del corso dei fatti, fugge (verso il suo opposto potremmo dire, facendo riferimento a ciò che si diceva prima sulla dinamica degli opposti). Fugge in un luogo in cui possa prendere quella scelta da sola, in coscienza e non confusa con una dimensione collettiva che (forse) avvertiva come risucchiante, confusiva appunto. Si separa e sceglie. Per poi unirsi nuovamente con le consorelle ed accettare “il destino”.[3]
Come non ricordare in queste parole il pionieristico lavoro di Magaret Mahler (1897-1985) che descrivendo quello che lei chiama proprio processo di separazione ed individuazione ci offre il percorso di crescita dell’individualità del bambino, verso l’autonomia dalla figura materna.[4]
Più ancora proprio il termine individuazione ci porta nell’alveo della psicologia di Carl Gustav Jung. In maniera sommaria potremmo tradurre tale espressione con la frase “divieni ciò che sei”, frase non semplice tuttavia, e non scevra da fraintendimenti. Lo stesso Jung fin dal 1921 cerca di essere un po’ più circostanziato e nel glossario in post-fazione al testo Tipi psicologici parla di individuazione come del “processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale” […] “distinto dalla generalità”, dalla collettività che può essere fatalmente più o meno in contrasto con la dimensione individuale.
Il concetto di individuazione è peraltro uno dei maggiormente fraintesi della psicologia junghiana e confuso con un generico individualismo solipsistico. Val perciò la pena citare alcune righe precedenti a quelle richiamate qui sopra che recitano in sintesi che l’individuazione non può certo essere l’unico obiettivo evolutivo e prima di poter parlare tout-court di individuazione occorre raggiungere un minimum di adattamento alle norme collettive necessario all’esistenza comune.[5]
Come si pone dunque il personaggio di Blanche in quest’ottica? Una possibile conseguente lettura diventa che sottraendosi ad una scelta collettiva – quella del martirio - parrebbe decidere con la “propria testa”, non assoggettandosi ad una “norma collettiva”, anzi si oppone ad essa. In solitudine “sceglie” poi di ri-unirsi al gruppo e con esso seguire il “proprio destino”...
La debolezza con cui è dipinta in realtà quindi, dal punto di vista sopra descritto, diventa forza, proprio come segnato nel suo nome, quasi irridente rispetto ai tratti di pavidità con cui sembra essere presentata. Ha la forza di sottrarsi ad un destino scritto non da lei, per poi sceglierlo con una certa dose di coscienza.
Non mi fermo qui tuttavia e provo a ribaltare ancora i termini.
Henry Laborit fu il neurofisiologo che per primo negli anni ‘50 del Novecento, quasi contemporaneamente alla scrittura dell’opera di cui stiamo parlando, sintetizzò la clorpromazina, il capostipite dei neurolettici che aprirono ad una clinica sostanzialmente diversa nei confronti dei disturbi dello spettro psicotico. Scrisse anche nella seconda parte della sua vita un testo dal titolo eloquente: “Elogio della fuga”[6] in cui descrive e riflette sulle necessarie libertà ricercate dall’uomo, il piacere, i necessari cambiamenti, le necessarie fughe. Stringatamente possiamo riassumere che in questa visione la fuga non diventa così solo un abbandono del campo, una sconfitta, ma anche uno nuovo potenziale inizio. Ebbene, chissà Blanche se lo avesse letto, avrebbe fatto forse la stessa scelta?
Note
[1] Seguirà nel cartellone del teatro I Puritani di Vincenzo Bellini, già in scena per chi leggerà.
[2] Eraclito, Frammenti, Bur, Milano, 2013
[3] Fondamentale è a tal proposito aggiungere che il voto di martirio espresso dalla madre superiora del convento, non era un obbligo per le monache, ma ognuna poteva scegliere liberamente se aderirvi o meno. Tutte le monache aderirono, con qualche riluttanza iniziale delle più anziane. In tale ottica sappiamo quanto potenti siano le dinamiche di gruppo e come possano influenzare la coscienza del singolo. In più occorre dire che il martirio proposto dalla madre superiora non doveva essere “cercato” poiché così sarebbe diventata una ricerca di gloria personale e non adesione al disegno divino, ma accettato se si fosse presentato, come gesto di redenzione e di contrasto al male...
[4] Mahler M., cura di Paul E. Stepansky, Memorie, Astrolabio, Roma, 1990
[5] Jung C.G. Tipi psicologici, in Opere Bollati Boringhieri, Torino, 1988, pagg. 462 e segg.
[6] Laborit H., Elogio della fuga, Mondadori, Milano, 2025





