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Nei luoghi storici del confine orientale: I prigionieri dell’isola Calva/8

Aggiornamento: 26 dic 2022

di Marco Travaglini

“L’isola prese il nome di Goli Otok (isola nuda o calva) proprio perché è una massa di pietra deserta. I venti che soffiano con insistenza non permettevano ad alcuna pianta di sopravvivere a lungo. Questa isola priva di vita e con il suo aspetto che evocava la morte, era ideale per un carcere dove nessuna legge umana sarebbe più esistita. Nessuno avrebbe potuto avere accesso al carcere, avrebbe potuto fuggire. Nessuno al mondo avrebbe saputo delle atrocità che i detenuti avrebbero dovuto subire!”.

Il diario di Claudia Sonia Colussi Corte, diventato un libro intitolato “Il segreto dell’Isola nuda”, racconta la storia di quest’isola di tre chilometri per tre che divenne, tra il 1949 e il 1956 il lager per gli oppositori del maresciallo Tito, uno dei “buchi neri” della storia del ‘900. Pubblicato nella collana Autografie dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, il diario rimanda a quella pagina drammatica della storia. Goli Otok, l’isola Calva, si trova a poca distanza dal litorale croato, sul confine con l’arcipelago dalmata. Questa piccola isola rocciosa, battuta dalla bora e quasi del tutto priva di vegetazione, diventò tristemente famosa nel Secondo dopoguerra ospitando uno dei più feroci campi di detenzione della Jugoslavia, destinato a ospitare gli oppositori al regime comunista. Un’arida pietraia in mezzo al mare dove finirono gli avversari politici di Tito, compreso quelli sfiorati soltanto dal minimo sospetto di esserlo, tra i quali molti erano suoi ex partigiani, combattenti antifascisti, ufficiali dell’esercito di liberazione nazionale. E gran parte dell’intellighenzia della nazione: studenti, intellettuali, giornalisti, professori, scrittori. Sono tanti a passare in questo inferno come accadde ad Ante Zemljar, poeta e comandante partigiano che racconterà ciò che accadde in un libro, “L’inferno della speranza”, pubblicato quarant’anni dopo. Lo scontro tra titini e stalinisti

In particolare, dopo la rottura tra Stalin e Tito del 1948 quando il Cominform (l’organizzazione che riuniva i partiti comunisti europei, guidata dall’Urss) espelle Belgrado per insanabili divergenze ideologiche, sull’isola vennero deportati molti comunisti, jugoslavi e non, vicini alle posizioni staliniste, i cosiddetti “cominformisti”. Tra di loro ci furono anche circa trecento italiani, per lo più immigrati dal monfalconese nel 1946 per vivere e lavorare nel confinante paese socialista. La gestione dell’isola venne affidata alla UDBA, la polizia segreta jugoslava.


Goli Otok

Grazie alle accurate ricerche compiute da una commissione dell’associazione croata degli ex deportati “Ante Zemljar”, oggi si sa che furono oltre 16 mila i detenuti a subire le più sadiche sevizie e quasi cinquecento coloro che vi persero la vita. L’isola cessò di essere un campo di “rieducazione politica” nel 1956, ma la colonia penale fu chiusa definitivamente solo nel 1988. Ora ciò che resta è ancora là, dal piazzale dove avveniva il rituale dello stroj, il benvenuto, con i detenuti veterani costretti a picchiare i nuovi arrivati, agli edifici abbandonati. La storia di Cherubini Colussi

Tornando al diario di Claudia Sonia Colussi Corte si comprende come lei sia stata testimone silenziosa di un sogno infranto: quello del padre, Cherubino Colussi, affascinato dal comunismo sovietico, alla ricerca di una terra ideale che accogliesse lui e la famiglia. Nel 1946, Claudia e i genitori lasciarono Monfalcone e si trasferirono a Lussimpiccolo, paese d’origine del padre, dove l’uomo credette di poter concretizzare le sue speranze di uguaglianza. La Russia era troppo lontana e “allora perché non andare a vivere al paese natio, Lussimpiccolo, che è il più bel paese del mondo? […]. La Jugoslavia non era lontana. […] Così la grande, incomparabile madre Russia, protettrice di tutti i paesi socialisti, gli sarebbe stata più vicino”. Ma le speranze vennero presto vanificate: la Jugoslavia, come già ricordato, ruppe i rapporti con l’Unione Sovietica e perseguitò chi – secondo Tito – era rimasto legato all’ideologia e ai principi dello stalinismo. Fu così che il Tribunale Supremo di Spalato arrestò Colussi, condannandolo a quattro anni di reclusione e a un anno di libertà condizionata per attività sovversiva. Come prigioniero politico venne deportato a Goli Otok, l’Isola Nuda. Claudia e la madre, sfrattate da casa e senza fonti di reddito, terrorizzate da possibili rappresaglie, tornarono in Italia nell’attesa di ricevere notizie. L’anno successivo il rientro in Jugoslavia per quella bambina di quasi dieci anni coincise con il ricordo indelebile di Goli Otok, l’isola che “divenne la tomba per tanti innocenti, e per tantissimi fu il luogo dove le mostruosità commesse dagli uomini agli uomini arrivarono al loro apice”. La conservazione dell’utopia

Nel gennaio del 1954, dopo molte ore di viaggio, lei e la madre incontrarono per soli quindici minuti un uomo irriconoscibile, provato. Per le feste natalizie di quell’anno, grazie a un’amnistia, Cherubino Colussi poté riabbracciare la sua famiglia. Claudia rammenta il giorno in cui ”un bussare quasi timido turbò la quiete della casa” e rivide suo padre “con le guance scarne […] vestito poco e male […] con la testa rasata”. Dal febbraio 1951 alla fine del 1954 Colussi condivise la sorte di altre migliaia di carcerati, molti dei quali “sono deceduti per estenuazione, torture, malnutrizione e malattie”. Un ricordo ingombrante che accompagnerà Claudia e i suoi genitori per tutta la vita. Claudia è stata testimone sino all’ultimo della sorte del padre, morto senza ripudiare i suoi ideali, pensando ad un futuro migliore nel quale ci sarebbe stata giustizia, fratellanza, benessere per tutti i popoli. Nonostante l’orrore vissuto mantenne nel cuore “quell’immagine incancellabile che ebbe della Russia, leggendo i libri dei suoi grandi scrittori”. E non poté nemmeno dimenticare il trattamento inumano che gli riservò il regime di Tito solo perché era un dissidente. In un’intervista in cui venne domandato a Claudia se non pensasse che il padre avesse sbagliato tutto, risposte: “Io penso che ha sbagliato tutto, sì. Però lo vedo pure come un grand’uomo, perché per me è un grand’uomo uno che subisce quello che lui ha subito e rimane attaccato a un’idea nella quale credeva. Anche se quella idea è solo un’utopia”.Ottava e ultima puntata I precedenti articoli Trieste in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/02/model_-trava-1.pdf La Risiera di San Sabba in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava.pdf L’Adriatisches Küstenlande in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava-3.pdf Il pozzo di Basovizza e le foibe in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/03/model_-trava3.pdf Il Magazzino 18 e le sue memorie in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-trava3.pdf I centomila di Redipuglia in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-trava3-1.pdf Le memorie del museo di Caporetto in https://www.laportadivetro.org/wp-content/uploads/2022/05/model_-trava3-3.pdf

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