Viaggio in Giappone. Tokyo, la città dai mille volti
Aggiornamento: 27 giu
Dai santuari shintoisti alle Gashapon, passando per Hachikō, i bagni hi-tech e il pachinko: itinerari dentro la capitale giapponese che riesce a tenere insieme mondi apparentemente inconciliabili
Seconda puntata
di Ivano Barbiero

Tokyo è una città che non si lascia riassumere facilmente. Con i suoi 37 milioni di abitanti nell’area metropolitana, quasi 300 stazioni della metro e oltre 800 stazioni ferroviarie è un continente urbano che funziona con la precisione di un orologio svizzero. Nella sola stazione di Shiniuku, considerata la più trafficata del mondo, ogni giorno transitano circa tre milioni di passeggeri. La zona urbanizzata continua si estende 90-100 chilometri da est a ovest e 50-60 chilometri da nord a sud. Più che una metropoli nel senso occidentale del termine, appare come una successione di mondi differenti che convivono uno accanto all’altro.
Dal 1943 la vecchia "Città di Tokyo" è stata abolita. Oggi esiste la Metropoli di Tokyo, amministrata dal Governo Metropolitano, che comprende 23 quartieri speciali centrali, 26 città dell'area occidentale, alcuni piccoli centri e perfino isole nel Pacifico.

Tokyo Metropoli ha circa 14 milioni di abitanti. Nei 23 quartieri speciali (Tokyo centrale), circa 9,8 milioni di abitanti. Nella Grande area metropolitana di Tokyo (con Yokohama, Kawasaki, Chiba, Saitama ecc.) vivono circa 37-41 milioni di abitanti, la più grande concentrazione urbana del pianeta con una varietà che rasenta l’incredibile. Infatti, basta attraversare pochi isolati per cambiare completamente atmosfera.
In giro per i quartieri

A Omotesando, il grande viale elegante della città, si susseguono edifici e grattacieli progettati da architetti famosi, boutique di lusso e caffetterie minimaliste dove tutto sembra studiato nei minimi dettagli.
Poco più in là si entra invece ad Harajuku, quartiere giovanile e creativo diventato famoso per le sue mode eccentriche e per una libertà estetica che nel resto della città appare molto più controllata. Qui si incontrano ragazzi e ragazze con capelli colorati e abiti ispirati ai manga, al cosplay, alla cultura pop, ma basta uscire da quelle poche strade perché tutto torni immediatamente sobrio, composto, quasi uniforme. Anche questo fa parte del sistema giapponese: gli spazi dell’eccentricità esistono, ma restano delimitati, riconoscibili, quasi rituali.
E poi, improvvisamente, Tokyo cambia ancora volto. Attraversando un grande parco alberato si raggiunge il santuario Meiji, uno dei principali luoghi di culto dello shintoismo, la religione tradizionale giapponese. Si entra passando sotto enormi portali in legno, i torii, che segnano simbolicamente il confine tra il mondo quotidiano e quello sacro. I rumori della città si attenuano, il terreno diventa ghiaia, il ritmo rallenta.
Alcuni visitatori si fermano a compiere piccoli rituali di purificazione prima di entrare nell’area del santuario. Altri osservano in silenzio. Colpisce soprattutto il fatto che tutto questo non abbia nulla di turistico o artificiale. Il santuario non è un monumento trasformato in attrazione: è un luogo ancora vissuto, frequentato, rispettato. Ed è qui che emerge una delle chiavi più importanti per comprendere questa nazione: la modernità non ha cancellato la dimensione spirituale. Le due convivono senza contraddirsi. A pochi minuti da uno degli incroci più affollati del mondo esiste uno spazio dove il tempo sembra rallentare completamente.

Shibuya Crossing
Lo stesso senso di ordine quasi invisibile si percepisce anche a Shibuya Crossing, l’incrocio simbolo di Tokyo. A ogni cambio di semaforo centinaia di persone attraversano contemporaneamente la strada da direzioni diverse. A prima vista sembra caos. In realtà è una forma di coordinazione spontanea perfetta. Nessuno si urta, nessuno blocca il passaggio, nessuno cerca di prevalere sugli altri. Per chi arriva dall’Italia, dove ogni attraversamento è una sorta di negoziazione implicita, l’effetto è sorprendente.

Hachikō, simbolo di fedeltà e perseveranza
A pochi passi dall'incrocio si trova un altro luogo che attira quotidianamente migliaia di persone e che è diventato uno dei punti più fotografati di Tokyo: la statua di Hachikō. Per molti visitatori rappresenta una tappa quasi obbligata, un po' come il celebre Binario 9¾ della stazione londinese di King's Cross per gli appassionati di Harry Potter, ma qui non si celebra un personaggio di fantasia.
Hachikō è esistito davvero. Era un cane di razza Akita che ogni giorno accompagnava il suo padrone alla stazione di Shibuya e ogni sera tornava ad aspettarne il rientro. Quando il proprietario morì improvvisamente nel 1925, il cane continuò a presentarsi nello stesso punto per quasi dieci anni, attendendo invano il suo ritorno. La sua storia commosse il Paese e trasformò Hachikō in un simbolo di fedeltà e perseveranza. Ancora oggi la sua statua è uno dei luoghi di incontro più frequentati della capitale e uno dei simboli più riconoscibili di Tokyo. In un Paese che attribuisce grande valore alla lealtà, alla costanza e al rispetto degli impegni, la vicenda di Hachikō continua ancora oggi a essere percepita come qualcosa di più di una semplice storia d'amore tra un uomo e il suo cane.[1]
La metropoli delle cose semplici
Se Shibuya rappresenta la Tokyo che corre verso il futuro, il quartiere Asakusa conserva ancora l'atmosfera della città popolare. Non è un caso che proprio qui Wim Wenders abbia ambientato alcune scene di Perfect Days, il film che racconta la vita di un addetto alla pulizia dei bagni pubblici di Tokyo e conduce una vita semplice, scandita da piccoli rituali quotidiani.
In una delle sequenze più note, il protagonista Hirayama, interpretato da Kōji Yakusho, si ferma a mangiare all’Asakusa Yakisoba Fukuchan, un piccolo chiosco nella galleria sotterranea che nel film compare più volte. Lontano dai grattacieli e dalle luci dei quartieri più moderni, questo luogo racconta una Tokyo diversa, fatta di gesti ripetuti, ritmi lenti e spazi che sembrano resistere al tempo.
I bagni tecnologici
Eppure, uno degli aspetti che colpiscono di più durante i primi giorni non riguarda né i templi né i grattacieli. Riguarda i bagni. Può sembrare una banalità, ma non lo è affatto. Nei servizi pubblici, negli hotel, nei ristoranti, perfino nelle aree più semplici, la tecnologia è ovunque. Sedili riscaldati, getti d’acqua regolabili, sistemi automatici, pannelli di controllo pieni di funzioni sconosciute al visitatore europeo. Ciò che altrove viene considerato marginale, qui è progettato con attenzione quasi maniacale. Non è lusso. È cultura del dettaglio. Anche nel gesto più quotidiano il Giappone sembra voler eliminare l’approssimazione. E forse è proprio questo che lentamente si comprende durante le prime giornate: il Paese non punta a stupire con effetti spettacolari, ma a costruire un sistema in cui ogni elemento, anche il più piccolo, contribuisce all’armonia generale.

Gashapon, il Giappone in miniatura
E tuttavia l’Impero del Crisantemo (il fiore simbolo della famiglia imperiale giapponese) non vive solo nel silenzio dei templi o nelle case di legno dei quartieri storici. Vive anche nelle sue piccole, modernissime ossessioni quotidiane. Una delle più curiose, e apparentemente più leggere, è quella delle Gashapon, le celebri macchinette che distribuiscono gadget in capsule. Il nome riproduce due suoni: quello della manovella che si gira, gacha, e quello della capsula che cade, pon. Non sono semplici distributori per bambini. Sono un piccolo rito del consumo giapponese, e raccontano bene il gusto locale per il dettaglio, la miniatura, la sorpresa controllata.
Il posto più famoso per trovarle è Akihabara, il quartiere di Tokyo legato all’elettronica, ai manga, agli anime e alla cultura pop, ma si incontrano anche a Ikebukuro, in aree commerciali enormi, e in tante altre città, dentro centri commerciali, nelle stazioni, accanto ai negozi, in spazi che da noi sarebbero occupati da tutt’altro. I prezzi sono in genere accessibili: si va di solito da 100 a 500 yen, cioè da pochi spiccioli a circa tre euro. Più l’oggetto è curato o voluminoso, più il prezzo sale. I gadget più ricercati sono spesso miniature perfette di cibo giapponese, (ramen, tempura, sushi, dolci macchine fotografiche, personaggi di anime e manga, piccoli oggetti da collezione), accessori improbabili, assurdi, tipo le riproduzioni dei vari sedili e tessuti della metro, ma realizzati con una precisione quasi maniacale. In alcuni casi, proprio questa cura del dettaglio trasforma un oggetto nato come passatempo in un piccolo feticcio da collezione. In più c’è la casualità. Sulla macchinetta sono mostrati gli oggetti contenuti dentro le palline di plastica, ma la caduta è casuale. Se uno vuole completare la serie a tutti i costi, e non vuole continuare a inserire i 100 yen alla volta sperando nella fortuna, sappia che esistono anche spazi appositi per gli scambi.
La normalità dei Sexy shop
Passeggiando nei quartieri più vivaci di Tokyo, soprattutto nelle zone dedicate all'elettronica, ai manga e alla cultura pop, capita di imbattersi anche in un'altra realtà che può sorprendere il visitatore occidentale: quella dei sexy shop. Le vetrine, spesso molto esplicite rispetto agli standard europei, espongono prodotti che in altri Paesi verrebbero probabilmente nascosti o relegati in spazi più discreti. Eppure, ciò che colpisce non è tanto il contenuto dei negozi, quanto il comportamento delle persone.
In un Paese dove la vita pubblica è regolata da codici di comportamento estremamente rigorosi e dove l'espressione delle emozioni avviene spesso con grande riservatezza, la presenza di questi esercizi commerciali sembra rappresentare un apparente paradosso. In realtà il contrasto è meno netto di quanto possa sembrare. Anche qui prevalgono la discrezione e il rispetto degli spazi altrui. Le persone entrano, osservano, acquistano ed escono senza clamore, senza esibizione e senza trasformare la curiosità in spettacolo.
Per il visitatore europeo è un'occasione interessante per comprendere come qui si riesca spesso a far convivere aspetti che a prima vista appaiono inconciliabili. Da un lato una società attenta alla misura, all'autocontrollo e all'armonia collettiva; dall'altro una cultura popolare capace di affrontare determinati temi con una franchezza che può sorprendere chi arriva dall'esterno. Anche questo contribuisce a sfatare uno dei luoghi comuni più diffusi sul Paese. Il Giappone non è soltanto templi, giardini e tradizioni millenarie, così come non è soltanto tecnologia, manga e modernità. È piuttosto una società complessa, che spesso riesce a tenere insieme elementi molto diversi senza percepirli come contraddittori.

Il pachinko, il rumore dietro la facciata disciplinata
Se le Gashapon rappresentano il lato quasi infantile e collezionistico del gioco, il pachinko ne mostra il versante adulto, ossessivo e ipnotico. Chi non è mai stato nel Paese del Sol Levante - il suo nome originale significa letteralmente “Origine del Sole”, “ Dove nasce il Sole” - forse non immagina l’effetto che fa una sala pachinko. Si cammina in una strada ordinata, ci si muove tra persone che parlano poco e con misura, e poi all’improvviso una porta si apre e ne esce un frastuono metallico, continuo, quasi martellante. Luci, schermi, file di macchine, giocatori seduti uno accanto all’altro, concentrati sulle piccole palline d’acciaio che scorrono e rimbalzano nei dispositivi.
Il pachinko è una sorta di incrocio tra un flipper verticale e una macchina da gioco. Il giocatore fa scendere minuscole sfere metalliche lungo un percorso di perni e ostacoli; se le palline finiscono nelle zone giuste, ne ottiene altre. Ufficialmente non si presenta come gioco d’azzardo nel senso occidentale del termine, anche se il sistema dei premi e delle conversioni esterne in denaro ha reso il fenomeno famosissimo e controverso. È uno dei pochi luoghi dove questa nazione sembra fare rumore. Ma anche quel rumore è contenuto in uno spazio preciso, quasi segregato. Come se la società concedesse uno sfogo, purché ben incorniciato.
Sale giochi per tutte le età
Accanto alle Gashapon e ai negozi dedicati alla cultura pop esiste un altro universo che continua a sorprendere il visitatore occidentale: quello delle sale giochi. A Tokyo, soprattutto nei quartieri di Akihabara e Ikebukuro, occupano interi edifici a più piani e sono immediatamente riconoscibili dalle insegne luminose e dal rumore che si percepisce già dalla strada. All'interno convivono mondi diversi: simulatori di guida, giochi musicali, sfide sportive virtuali, cabine fotografiche, gru meccaniche che distribuiscono premi e intere sezioni dedicate ai videogiochi. A differenza di molte sale giochi europee, spesso associate a un passatempo adolescenziale, qui si incontrano persone di ogni età. Impiegati appena usciti dall'ufficio, studenti, pensionati e appassionati che trascorrono ore perfezionando movimenti e strategie. Anche in un ambiente dominato da luci e suoni, colpisce la concentrazione quasi assoluta dei giocatori.

Dove il futuro incontra gli dei
Alla fine del primo impatto, Tokyo resta ancora in gran parte indecifrabile. Ma una cosa appare già chiara: questo arcipelago del Pacifico (formato da oltre 14mila isole anche se le principali sono quattro) non può essere letto con le categorie abituali di un viaggiatore occidentale. Non basta guardare i luoghi. Bisogna osservare i comportamenti, i dettagli, le pause, soprattutto i silenzi.
Templi e grattacieli, bagni futuristici e antiche tradizioni, sale giochi rumorose e silenzi quasi assoluti, fedeltà leggendaria e cultura pop. Tokyo sembra fatta di mondi che altrove apparirebbero incompatibili e che qui, invece, convivono con naturalezza.
Continua/2
Note
[1]Da questa storia Lasse Hallström ha diretto Hachiko - Il tuo migliore amico (Hachi: A Dog's Tale), film del 2009 con Richard Gere e Joan Allen nei ruoli principali.
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