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L'ultimo volo di Enrico Mattei

di Vice


«Una ventina di anni fa ero un buon cacciatore e andavo molto spesso a caccia. Avevo due cani, un bracco tedesco e un setter, e, cominciando all'alba e finendo a sera, su e giù per i canaloni, i cani erano stanchissimi. Ritornando a casa dai contadini, la prima cosa che facevamo era dare da mangiare ai cani e gli veniva dato un catino di zuppa, che forse bastava per cinque.

Una volta vidi entrare un piccolo gattino, così magro, affamato, debole. Aveva una gran paura, e si avvicinò piano piano. Guardò ancora i cani, fece un miagolio e appoggiò una zampina al bordo del catino.

Il bracco tedesco gli dette un colpo lanciando il gattino a tre o quattro metri, con la spina dorsale rotta. Questo episodio mi fece molta impressione. Ecco, noi siamo stati il gattino, per i primi anni…»

(Enrico Mattei, 23 marzo 1961)[1]



Sessant'anni fa, la sera del 27 ottobre 1962, con la morte di Enrico Mattei moriva anche la speranza di chi aveva creduto nell'uscita dalla subalternità internazionale dell'Italia e nella sua indipendenza energetica. Il salvatore dell'Agip e fondatore dell'Eni precipitò nella piana di Bascapè, un piccolo centro del Pavese, a bordo del suo Morane-Saulnier MS.760 Paris I-SNAP, un piccolo bireattore subsonico di progettazione e costruzione francese per usi sia civili, sia militari. Un particolare non secondario. Nello schianto perirono anche

il pilota Irnerio Bertuzzi e il giornalista statunitense William McHale della testata Time–Life, che lo seguiva per scrivere un articolo.

Testimoni riferirono che il cielo era diventato rosso e "bruciava come un grande falò, e le fiammelle scendevano tutte intorno" e di aver "sentito un boato", e "visto il fuoco". Frasi sufficienti a "illuminare" anche l'ipotesi di un'esplosione a bordo del velivolo. Ma l'inchiesta della magistratura prosciugò rapidamente il pozzo delle congetture su un presunto attentato con l'archiviazione del caso, che così per il mistero che si trascinava dietro, legato anche alla travolgente, prismatica, spigolosa figura della vittima, esplose nel "caso Mattei" che continua a sopravvivere ai giorni nostri.

Imprenditore, ai vertici del movimento partigiano durante la guerra di liberazione, parlamentare democristiano, grande manager di Stato, la biografia di Enrico Mattei è un puzzle anche di aforismi, giocati sapientemente dallo stesso per rendere "pastosa" e vicina all'opinione pubblica una personalità complessa quanto semplice nei propositi e obiettivi.

Mattei, infatti, era un portentoso visionario e creativo che aveva compreso con una velocità fuori dal comune, la centralità della "redistribuzione" delle fonti di energia, e di conseguenza della redistribuzione della ricchezza, in un mondo in rapido cambiamento con la fine del colonialismo e la nascita dei movimenti indipendentistici dell'Africa mediterranea e del Medio oriente, con l'emergente contrapposizione tra Est ed Ovest destinata alla Guerra fredda, con l'avvento dell'imperialismo economico americano e con la rinnovata prepotenza delle multinazionali del petrolio a imporre una politica energetica agli stati.

In questo composito (e pericoloso) scenario, lui aveva deciso di collocare l'Italia in un ruolo di primo piano, paritetico o quasi con le grandi nazioni. E la storiella del gattino riassumeva in tutta la sua crudeltà trasferita sul piano dei rapporti internazionali la sua incredibile (e presuntuosa) fede di ridare potere e dignità a una nazione che aveva perduto la guerra d'aggressione fascista a fianco dei criminali nazismo, dopo aver gasato gli etiopici di Hailè Selassiè e concorso a soffocare la legittima Repubblica democratica spagnola soccorrendo un altro criminale, il generale Francisco Franco.

Dunque, troppo coraggioso e sfrontato per non raccogliere legioni di sospetti, avversioni e rancori, a cominciare dalla sua spregiudicata azione con i produttori di petrolio e dal suo disegno di integrare l'energia dei combustibili fossili con lo studio e lo sviluppo del nucleare in Italia. Non è un caso, che a due anni dalla morte misteriosa di Mattei, un altro "partigiano" dell'indipendenza energetica, Felice Ippolito, direttore del Comitato Nazionale per l’Energia Nucleare, è messo brutalmente fuori gioco, arrestato per presunte irregolarità amministrative e condannato a 11 anni di reclusione. Ippolito era il padre dei progetti del nucleare in Italia, il dominus che dal 1960 aveva sviluppato i progetti le centrali di Garigliano e Latina, quest'ultima controllata dall'Eni attraverso la Simea (Società Italiana Meridionale per l'Energia Atomica) e per altri rami dall'agio Nucleare di cui Mattei era presidente.

E troppo coraggiosa e sfrontata era la "politica estera" da lui condotta col braccio operativo dell'Eni e le sue partnership commerciali e disponibilità finanziarie per non provocare suscettibilità e il risentimento di tanti. In primis, quella dei francesi, che non perdonavano a Mattei le ingerenze nella guerra di Algeria a favore del Fronte nazionale di liberazione (Fnl). Un peccato che per i servizi segreti di Francia non prevedeva l'assoluzione. Del resto, come è stato commentato da più parti, soltanto una "manina" esperta di aerei subsonici francesi poteva districarsi nel piazzare l'ordigno giusto nel posto giusto che scoppiasse al momento giusto.


Note

[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Mattei

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