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L'Editoriale della Domenica. Legge elettorale e ritorno al capo tribù

di Giancarlo Rapetti


La nuova legge elettorale, “fortissimamente” voluta da Giorgia Meloni, viaggia “a fari spenti nella notte” verso la rapida approvazione. Con la sua nutrita ed ubbidiente maggioranza parlamentare, la Presidente del Consiglio otterrà con legge ordinaria lo stesso risultato pratico del premierato, senza le lungaggini delle quattro letture nei due rami del Parlamento e il fastidio del referendum confermativo.

La proposta di legge elettorale prevede un enorme premio di maggioranza a chi ottiene una percentuale arbitraria di minoranza e lega in qualche modo questa maggioranza ad un Presidente del Consiglio pre-indicato. Come una simil cosa possa essere conforme alla Costituzione vigente è difficile da capire, ma si sa che la tecnica giuridica è complicata e ostica per i non addetti ai lavori. Che tale proposta, poi, non susciti una insurrezione generale delle coscienze è ancora più misterioso.

Le opposizioni, al solito, vanno in ordine sparso. Non solo appaiono rassegnate, ma le alternative proposte sono le più varie, alcune non troppo distanti dal testo governativo. Gioca in questi “cento fiori” della legge elettorale la natura della materia. Da un lato, i legislatori pensano alla convenienza più che alla razionalità, dall’altro la fantasia si può scatenare e spuntano molte idee assai variegate.

Preso atto della premessa, con il gusto che viene dalle cose inutili, si possono tuttavia fare alcune considerazioni.

C’era una volta il capo tribù. Ad imitazione del capo branco del mondo animale. Il soggetto più forte sbaraglia la concorrenza e domina il gruppo, fino a quando le sue energie declinano e un altro soggetto forte si impone.  Tra gli umani lo sviluppo della scienza e della tecnologia ha cambiato nel tempo il concetto di forza: il capo tribù può essere non il più forte fisicamente, ma il più intelligente, il più astuto, quello che meglio riesce a intessere relazioni o accumulare ricchezza. Vero oggi, al tempo dell’intelligenza artificiale, ma vero anche nei secoli passati. Il culmine semantico lo troviamo nella frase attribuita a Samuel Colt: “Dio creò gli uomini diversi, Colt li rese uguali”.


La "scoperta" del Parlamento

Il capo tribù è rimasto a lungo la forma di governo prevalente nelle comunità umane a livello mondiale. Poi, nel XVII secolo in Inghilterra, nel XVIII secolo in Francia e nelle colonie inglesi d’America, è comparso un nuovo soggetto, prodotto non dalla natura ma dalla cultura, chiamato Parlamento. Almeno in Europa e in quelli che saranno poi gli Stati Uniti d’America, irrompe sulla scena il concetto di rappresentanza. A riprova che “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, i Parlamenti inglese e francese esordirono tagliando la testa ai rispettivi Re. I coloni americani non fecero altrettanto, perché non avevano un Re a tiro, ma portarono via un continente intero alla corona britannica. Salvo poi inventarsi un Presidente capo dell’esecutivo, eletto dal popolo, per supplire al fatto di non avere una dinastia regnante.

Resta il fatto che in Europa e negli Stati Uniti, e poi nei paesi dell’orbita occidentale, il principio della rappresentanza si è consolidato. Ma che cosa significa esattamente rappresentanza? La nostra Costituzione lo spiega bene, all’articolo 1, secondo comma: “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. E al successivo articolo 56: “La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto”. In due righe, troviamo la sintesi della democrazia moderna. I nostri Costituenti erano bravi e si sono applicati, avevano anche il vantaggio di arrivare per ultimi a scrivere la Carta fondamentale, e quindi di poter usare e perfezionare l’esperienza dei paesi che li avevano preceduti.

Detto un po’ semplicisticamente, i cittadini consociati, non potendo riunirsi tutti insieme per discutere e deliberare, eleggono, cioè scelgono, alcuni tra di loro a cui affidare il compito. I cittadini scelti sono i rappresentanti del popolo. Non i portavoce, come dicevano i Cinque Stelle, e non i mandatari, come vorrebbe la destra. I rappresentanti, come dice l’articolo 67: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

Si potrebbe obiettare: perché i cittadini non esercitano direttamente la sovranità, anziché delegarla ad un insieme ristretto di persone? La prima risposta potrebbe essere il numero: non siamo più ad Atene, dove c’era (forse) l’assemblea in piazza degli uomini liberi. E tuttavia questo argomento potrebbe essere superato dalla tecnologia. Beppe Grillo teorizzava che non fosse più necessaria la mediazione della politica, giacché ogni cittadino dalla tastiera del proprio computer potrebbe interagire con tutti gli altri. La suggestione grillina si è realizzata con il Covid e l’assenza forzata di contatti umani diretti e, diciamolo francamente, non ci è piaciuta. Ma c’è un argomento più pesante a favore della rappresentanza: gli umani tendono a perdere lucidità e razionalità quando trattano in proprio. Non a caso, l’imputato deve avere un difensore e non può difendersi da sé. Non a caso nelle assemblee di condominio si assiste allo spettacolo di persone colte, razionali, professionali, che regrediscono paurosamente.

Dunque ci vuole la rappresentanza. Ma la rappresentanza deve essere tale, cioè non deve escludere nessuno dalla possibilità di essere rappresentato. Tanto è vero che l’articolo 48 della Costituzione recita: “Il voto è personale ed eguale, libero e segreto”.


Soglie di sbarramento: arbitrarie, distorsive e inutili

Per merito o per caso o per effetto della storia i Padri e le Madri costituenti hanno disegnato un meccanismo vicino alla perfezione. Sarà per invidia o per senso di inadeguatezza che i politici di oggi, mentre tessono le lodi rituali dei costituenti, in realtà irridono in continuazione la loro opera, definendola ossessivamente vecchia, inadeguata, superata, da modificare. Forse non sono le regole ad essere inadeguate, ma chi le deve applicare.

Dovranno essere rappresentati non solo le opinioni e gli interessi, ma anche le specifiche aree geografiche, i cosiddetti territori. Un modo semplice di soddisfare entrambe le esigenze è il proporzionale puro di collegio. Per proporzionale puro si intende il metodo D’Hondt senza correttivi. E senza soglie di sbarramento. Il metodo D’Hondt viene accusato di favorire (leggermente) i partiti più grandi. Vero, ma è curioso che a sostenerlo siano i fautori delle soglie di sbarramento, che invece favoriscono alla grande e in modo distorsivo per l’appunto i partiti più grandi.

Le soglie di sbarramento nazionali sono arbitrarie, distorsive, e anche inutili. Non si risponda che ci sono dappertutto. Ci sono dappertutto dove le leggi elettorali sono fatte secondo il criterio della convenienza di chi la legge la fa. Che siano arbitrarie è intrinseco. Soglia al 3%, al 5%? Perché non all’uno o al 10%? Che siano distorsive è implicito, sono fatte apposta. Nell’epoca dei sondaggi, votare un partito che viaggia intorno alla soglia di sbarramento rischia di far ritenere il voto inutile e disperso. Quindi l’elettore si sposta sul partito più grande relativamente più vicino. Se, invece, con l’ottimismo della volontà, vota lo stesso il partito preferito, che poi non supera la soglia, il suo voto viene buttato via come quello di altri milioni di elettori. Alto che voto “eguale e libero”. Cinquecento mila elettori hanno il potere di far indire un referendum. Invece, con la soglia al 5%, per esempio, due milioni di elettori non avrebbero diritto ad avere un solo rappresentante. Aberrante. Infine la soglia è anche inutile: con l’attribuzione dei seggi collegio per collegio, con collegi relativamente piccoli e liste corte, senza un significativo consenso non si ottengono eletti.

Facciamo un esempio: in un determinato collegio, con quattro seggi da assegnare, si presentano cinque liste, che ottengono rispettivamente: Lista A 100k voti, Lista B 65k voti, Lista C 42k voti, Lista D 27k voti, Lista E 15k voti. Applicando il metodo D’Hondt senza correttivi i seggi sono così assegnati: Lista A = 2, Lista B = 1, Lista C = 1. Gli altri voti non producono eletti. Nell’esempio, per ottenere un seggio nel collegio, una lista deve ottenere almeno il 16% dei voti. Come si vede, la rappresentanza è plurale (tre partiti hanno degli eletti), ma non c’è il rischio della temuta frammentazione, perché con pochi seggi in palio la soglia di sbarramento implicita è molto alta.

Come un’onda travolgente, arriva l’obiezione di fondo a quanto detto sinora: “ma la stabilità del governo”? “La sera delle elezioni vogliamo sapere chi è il capo dell’esecutivo”! 

Solo qualche decennio fa, sostenere che si vota per eleggere il Governo avrebbe comportato la bocciatura all’esame di “Istituzioni di Diritto pubblico”. Oggi lo sostengono, come fosse la cosa più ovvia, sondaggisti affermati e accademici di primo piano. Con tutto il rispetto, ci troviamo di fronte ad una regressione non solo politico-culturale, ma antropologica. Siamo ritornati al capo tribù. Non ci consideriamo cittadini rappresentati, ma sudditi comandati. Il tutto per pigrizia, “I presume”.


 

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