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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. I primi 75 anni dello Stato di Israele

di Germana Tappero Merlo


La geografia è una disciplina ad oggi maltrattata, molto trascurata se non addirittura ignorata. Eppure il prefisso “geo” che da alcuni decenni accompagna le parole economia e politica avrebbe dovuto rafforzarne il vero senso, il suo ruolo, la sua vera portata, quella che l’umanità tutta, da sempre, vive, ne trae beneficio e di cui anche soffre. Perché come ci sono una geografia fisica, una politica, una economica, ed ora, per la connettività fisica e digitale e, quindi di flussi di uomini, merci e dati, anche un geografia funzionale, ebbene c’è anche una geografia fatale, o letale che dir si voglia. Ed è quella che fa pagare un prezzo altissimo a popoli che vivono in regioni ricche di materie strategiche, come l’Africa tutta ad esempio, o anche solo di posizione geografica strategica, come i somali o gli yemeniti o gli afghani o i saharawi, altri esempi, che scontano da anni l’afflizione di conflitti infiniti anche per dove la storia umana ha fatto nascere i loro paesi. Punti di passaggio o di controllo, oppure terre o acque dalle grandi ricchezze; od altre ancora dal grande richiamo religioso. In tutti questi casi è qui che la geografia diventa letale.


Volubilità e vulnerabilità dei confini

Ciò a conferma di quanto ebbe a dire nel 1940 lo scrittore statunitense Carl Sandburg, ossia che “La geografia costa. Perché la carta dell’Europa non sta mai ferma?”, riferendosi allora alle dispute territoriali che portarono ai grandi conflitti nel corso del XX secolo ed ora, fra i tanti altri motivi, tornate in auge sempre in Europa con la guerra fra Ucraina e Russia. E della volubilità e vulnerabilità dei confini che portano solo a guerre lo sa bene Israele, la cui proclamazione come neonato Stato nel Vicino Oriente venne fatta esattamente 75 anni fa, il 14 maggio del 1948, dal padre della Patria David Ben Gurion. Si scatenò subito l’opposizione di soverchianti nemici esterni, spinti anche dal nazionalismo fascistoide arabo, poi dal panarabismo ed ancora dal panislamismo, da cui il timore di Israele allora, ma che ancora oggi rimane, non solo di stabilire il diritto primario ad essere Nazione, ma soprattutto di assicurarsi la propria sopravvivenza.

A quell’evento storico per il popolo della Shoah è legato anche il ricordo dell’esodo del popolo palestinese, da cui la Nakba[1], la “catastrofe”, che ogni anno, il 15 maggio, viene evocata con manifestazioni non sempre pacifiche nei Territori ma anche in Israele, dove da un decennio sono bandite per legge con un provvedimento, la Nakba Law, che però, a conti fatti, ne ha aumentato la memoria e l’eco positiva anche fra gli israeliani stessi[2]. Segnale, fra i tanti, che Israele sta cambiando, a fondo, anche radicalmente e in tante direzioni, ben oltre l’intellettualismo degli storici revisionisti o post-sionisti come Ben Morris, Avi Shlain e Tom Segev[3].


L'abbandono dello spirito liberal

Se quello annunciato nel 1948 da Ben Gurion era il primato del Medinat Ysrael, uno Stato di Israele sulla Terra, secolare e liberal, figlio del sionismo fortemente laico di Theodor Herzl, dal forte accento socialdemocratico perché fondato sulle comunità cooperativiste di kibbutz e moshav, ancora oggi portanti l’economia israeliana, ed inclusivo anche della componente araba perché semita e quindi essenziale nella lotta globale contro l’antisemitismo, ora, quel che appare essere obiettivo di una compagine sociale e politica sempre più incisiva e intransigente è quello di un Eretz Ysrael esclusivamente su base religiosa. E nello sfondo di questa travagliata evoluzione israeliana, emergono con prepotenza due ingredienti propri della geografia, appunto, la terra e la demografia.

Per la propria sopravvivenza e per quella sua terra, la difesa dei suoi confini, quelli conquistati nel 1967, Israele ha combattuto sinora, e sta combattendo, tutte le sue guerre militari, che da tempo, tuttavia, hanno una connotazione quasi esclusivamente di sicurezza interna, anche nell’eccezione delle incursioni in territorio siriano contro gli hezbollah filo-iraniani, o nella lotta al terrorismo proveniente dai Territori oppure dal sud Libano controllato dagli hezbollah, appunto; e poi perché l’occupazione di nuove aree ed i nuovi insediamenti di coloni sono costanti nella storia più recente di Israele e stanno monopolizzando, ora, il confronto fra le diverse anime ebraiche della nazione. E poi perché l’estensione geografica dell’intera Terra di Israele è ancora oggetto di scontro, soprattutto fra i religiosi che nelle yeshivot dibattono costantemente fra una Terra Promessa come definita dalla Genesi o quella indicata nell’Esodo od ancora nel Libro dei Numeri. Un dibattito che sembrerebbe ridursi a mero esercizio accademico e religioso se non fosse che qui, appunto, la demografia entra a gamba tesa nella questione e definisce nuovi attori nei giochi di potere interni.


Le divisioni nel tribalismo ebraico

Questo perché nel mito fondativo dell’Israele non vi è solo il sionismo laico di Herzl, ma anche quel tribalismo in cui si raccolgono tutte le differenti anime che portano a definire l’attuale identità di quel Paese. Lo stesso (ex) Presidente Reuven Rivlin, nel 2015, ebbe a definire le moderne tribù di Israele, separandole fra quella degli ebrei laici (Hilonim, 38%), una per gli ebrei religiosi (Datiim, 15%), un’altra per gli ultraortodossi (Haredim, 25%) e, poi, gli arabi (25%)[4]. Ebbene, se si escludono questi ultimi, vi sono due componenti-tribù contrapposte solo ebraiche: quella laica, sionista degli Hilonim (secolari) che difendono il primato dei principi democratici sulla religione e il carattere originale del sionismo e che, per intenderci, è quella che da circa una ventina di settimane protesta pacificamente ogni fine shabbat contro la riforma della Giustizia voluta dal governo Netanyahu; e quella invece contrapposta, della grande tribù religiosa, dei sionisti revisionisti e degli haredim (ultraortodossi) che si allarga sino ai conservadox, quell’incrocio tra conservatori, ultranazionalisti e ortodossi moderni, un tempo propria della comunità ebraica statunitense ed ora presente anche in Israele, dai forti connotati anti-inclusione, tanto da venir definiti “suprematisti ebraici” perché violentemente anti-lgtbq+. Ebbene, proprio la comunità degli haredim, sostenitrice del primato della religione sulla politica e della supremazia della Halakah (leggi religiose), sta registrando una forte crescita demografica. Attualmente gli haredim sono 1,3 milioni su 9 milioni di cittadini israeliani, con un tasso di crescita demografica del 4% annuo (mediamente 7 figli per coppia), tanto da stimare che, entro il 2040, costoro non solo saranno più numerosi della minoranza araba israeliana (e fin qui nulla di eccezionale), ma 1 ebreo su 4, in Israele, apparterrà ad una tribù-compagine ultraortodossa.


Il sostegno dei nazionalisti religiosi a Netanyhau

Unitamente ai membri dei nazionalisti religiosi (Datiim) – di cui 3 partiti sono nella coalizione di governo di Netanyahu perché veri vincitori delle ultime elezioni - sono a favore della riforma della Corte di Giustizia e di oltre 100 altre nuove proposte di legge, al fine di ridimensionarne il potere a favore del primato dell’Halakah, ma anche per limitare il sistema giudiziario in generale, reo, a loro avviso, di bloccare la costruzione di nuovi insediamenti nei Territori. Insediamenti che invece avanzano anche per una vera e propria emergenza abitativa per costoro, religiosi, ultraortodossi e ultranazionalisti, residenti ora nei quartieri separati (Mea Sherim di Gerusalemme per gli haredim), o in colonie dalla Cisgiordania sino al Nord di Israele.

Il forte aumento demografico, unitamente al rifiuto di vivere nelle grandi città lungo la costa, dal richiamo cosmopolita, moderne, occidentaleggianti, laiche e soprattutto lontane dai luoghi sacri dell’ebraismo, spinge la variegata compagine religiosa, fra ultraortodossi e coloni, a ricercare uno spazio altrove, soprattutto là dove i terreni costano decisamente meno rispetto al resto del Paese o perché destinati ad altri, in quanto si tratta per lo più di insediamenti in Cisgiordania o nella Giudea e Samaria, terre di palestinesi o di arabi-israeliani. Ecco che, in questi ultimi anni, la terra fisica e la demografia, figlie della geografia più naturale ed autentica, hanno finito per influenzare fortemente la politica e i già delicatissimi equilibri socio-economici di Israele, andando a minare anche i rapporti fra il resto degli israeliani e gli arabi-israeliani, integrati forse, ma non certo assimilati.


All'orizzonte il rischio teocrazia

La determinazione, o la disperazione, nel cercare nuovi spazi, spingono ora quel mondo arcaico ed arcano degli haredim a combattere apertamente anche contro lo stesso Stato di Israele, da cui sovente si dichiarano “incidentalmente appartenenti”. E sono recenti le manifestazioni in cui esponenti della loro fazione più oltranzista, la Naturei Karta (dall’aramaico, Guardiani della Città), hanno marciato con bandiere palestinesi, bruciando quella israeliana per protestare della brutalità della polizia contro gli arabi e i palestinesi, loro concittadini[5]. E sono così contrari ad un Israele secolare da porsi come obiettivo l’attuazione di riforme (fra le tante, esenzione della leva e finanziamenti per le scuole rabbiniche) sino alla soluzione di “due Stati”, ma non per ebrei e palestinesi, ma all’interno di Israele: un’entità statuale esclusivamente ebraica ultraortodossa e ultranazionalista in salsa biblica, forgiata sul mito della Shetlt, nato tra il XVI e il XVIII secolo nelle comunità yiddish europee, di una società perfetta che viva esclusivamente di preghiere e leggi religiose, e che si possa realizzare in e per uno Stato di Israele[6].

Si potrebbe obiettare che se questa è la volontà della maggioranza del popolo d’Israele, che Shetlt sia, anche se non si tratterebbe di un passaggio indolore, e non solo per i palestinesi. Al contrario. I presupposti e i protagonisti per uno scontro civile intra-ebraico in Israele ci sono già tutti, perché dalle attuali richieste e per spinta della demografia, appunto, emergono tutte le fratture interne di una nazione che ora liberale e laica teme in un futuro molto prossimo, proprio per i potenti numeri di giovani votanti fra gli ultraortodossi, una brusca virata verso una teocrazia.


Il piano di annessione della Cisgiordania

Che sia, quindi, in atto una guerra culturale per conquistare le anime di Israele è ormai chiaro anche per la quantità e qualità di adesioni alle proteste e contro-proteste[7] per le riforme di Netanyahu, ora poste in “pausa di riflessione”. Nelle ultime settimane vi hanno partecipato migliaia di israeliani, sino a proclamare, il 27 marzo scorso, il primo grande sciopero nella storia della nazione; fra i tanti manifestanti anti-riforma della Giustizia molti militari, anche riservisti e membri delle élite e forze speciali, la spina dorsale dell’intero apparato di difesa ebraico e, al contempo, orgoglio della nazione, perché multietnico e multireligioso. Perché lo Tsahal è laico, dove i giovani israeliani imparano a combattere ma anche, proprio per questa sua natura - e seppur appaia inverosimile per l’osservatore medio europeo - ad essere inclusivi e difensori di un Israele che si muove sul principio “non c’è sicurezza senza democrazia, non c’è democrazia senza sicurezza”[8].

Gli stessi militari che hanno minacciato di ritirarsi dal servizio volontario[9] e hanno disertato, nella Giornata del Ricordo dei caduti e delle vittime del terrorismo (Yom HaZikaron, quest’anno celebrato con il giorno dell’Indipendenza, Yom HaAtzmaut)[10], le commemorazioni nei cimiteri in cui erano presenti gli esponenti dell’ultranazionalismo religioso[11], come Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza, e Belazel Smotrich, ministro delle Finanze. Quest’ultimo è fra gli esponenti dell’estrema destra fra i più accesi sostenitori di un piano di cambiamento radicale nei rapporti fra Israele e la Cisgiordania, ossia il trasferimento a sé dei poteri civili sugli insediamenti, al punto da atteggiarsi, secondo i suoi oppositori, a “governatore della Cisgiordania” per via di questa sorta di annessione de jure di quel territorio a maggioranza palestinese. Un piano che, però, è alla base di un accordo di coalizione fatto a suo tempo con Netanyahu. Non è a breve termine e nemmeno risulta facile, ma se questo piano venisse attuato, l’attuale geografia di Israele cambierebbe, “perché sarà in grado di cancellare in gran parte i confini legali tra gli insediamenti e i confini riconosciuti di Israele.”[12]


Chi è il vero nemico di Israele?

È la geografia che costa. È la geografia letale, ancora una volta; soprattutto se al piano di Smotrich si affiancasse quello di Ben-Gvir[13], colui che ha acconsentito a Netanyahu il rinvio della riforma in cambio della promessa della costituzione di una guardia nazionale ebraica[14], una forza sotto il suo comando - “privata”, quindi, per i suoi critici e che ha tutto il sapore di milizia - composta da 2000 unità, “che prenderà di mira la mancanza di governance, il terrore, la criminalità nazionalista e organizzata e le armi da fuoco illegali”[15]. Una entità armata ebraica, quindi, sostenuta con fondi sottratti alle forze armate regolari, da cui le loro proteste. Ma, dal fondo, spicca il timore di una deriva ultraconservatrice, soprattutto religiosa ortodossa, quella dei conservadox, decisamente agli antipodi dello spirito laico, cooperativista e inclusivo voluto dai padri del sionismo decenni fa.

Crepe nello Stato di diritto che già ora hanno fatto svanire investimenti esteri in quella che è la start up nation per eccellenza, fra fughe di capitali e di cervelli, caduta di reputazione e soprattutto il rischio di un abbassamento della sicurezza interna. Da qui, per alcuni osservatori, anche la dura reazione ebraica di questi giorni con l’operazione Shield and Arrow, contro alcuni vertici di Jihad Islamica in Gaza, responsabili degli ultimi attentati: una dimostrazione di forza per la compattezza nazionale che serve all’esecutivo, dove la garanzia di sicurezza interna è la vera ragione sottesa sempre al sostegno e alla rielezione di Netanyahu, malgrado i suoi guai con la giustizia e le posizioni dei suoi alleati ultra-tutto di governo.

E proprio qui “resta ancora tanto da dire”, stando all’espressione dello scrittore Y. H. Brenner, e presa a prestito da Amos Oz nella sua ultima, memorabile lezione contro il rischio, come ebreo laico e moderato, di diventare minoranza[16]. Lo stesso Oz di un straordinario Contro il fanatismo, quello religioso, politico e culturale che, accanto alle afflizioni della sua geografia, fra terre contese e pulsioni demografiche degli estremisti interni oltre che di un popolo palestinese figlio della Nakba, rappresenta il vero nemico di Israele, del suo presente più ancora che nel suo passato.


Note

[1] Il termine venne coniato per primo dal politologo siriano Costantin Zureiq, nell’agosto 1948, nel testo Macnā an-Nakba, (“Il significato del disastro”), ma con l’accezione della fuga palestinese e araba all’assalto panarabo contro il nascituro Stato ebraico piuttosto che a un premeditato disegno sionista per diseredare gli arabi palestinesi: “Quando è scoppiata la battaglia, la nostra pubblica diplomazia ha cominciato a parlare delle nostre vittorie immaginarie, allo scopo di addormentare il pubblico arabo e parlare della capacità di vincere e vincere facilmente – fino a quando si è verificata la Nakba. Dobbiamo ammettere i nostri errori … e riconoscere l’estensione della nostra responsabilità per il disastro che grava su di noi”. [2] Y. Kapshuk, L. Strömbom, Israeli Pre-Transitional Justice and Nabka Law, in “Israel Law Review”, vol. 54, n.3, Nov. 2021, pp. 305-323. [3] E. Fonzo, Scrivere la storia in Israele. I “nuovi storici” e la nascita dello Stato ebraico, in “Ricerche di storia sociale e religiosa”, n.83, 2013, pp. 229-262. [4] https://shimonwaldfogel.medium.com/the-four-tribes-dd15c23cb71 [5] https://www.middleeastmonitor.com/20230428-anti-zionist-jews-wave-palestinian-flags-in-protest-of-israeli-policies/ [6] E. Berkowits, In Bnei Brak I founded the Shtetl-State, blog in https://blogs.timesofisrael.com/in-bnei-brak-i-founded-the-shtetl-state/, “The Times of Israel”, 20/12/2022. [7] https://www.laportadivetro.com/post/ultima-ora-israele-prova-di-forza-di-netanyahu-che-occupa-la-piazza-a-gerusalemme [8] V. Magiar, Israele, la necessità della convivenza, “Corriere della Sera”, 23 aprile 2023. [9] https://www.nytimes.com/2023/03/24/world/middleeast/israel-netanyahu-judicial-overhaul.html [10] Lo Yom HaAtzmaut si ricorda nella data ebraica del 5 di Iyar,ossia alla fine di aprile-inizio di maggio secondo il calendario gregoriano. [11] https://www.nytimes.com/2023/04/25/world/middleeast/israel-memorial-day.html?searchResultPosition=4 [12] https://www.jpost.com/israel-news/article-733141 [13] https://www.laportadivetro.com/post/elezioni-israele-netanyahu-nella-morsa-del-pistolero-ben-gvir [14] https://moked.it/blog/2023/04/03/una-guardia-nazionale-per-israele/ [15]https://www.timesofisrael.com/ben-gvir-rolls-out-plan-for-2000-officer-gendarmerie-force-under-his-command/ [16] A. Oz, Resta ancora tanto da dire. L’ultima lezione, Feltrinelli, Milano 2023.

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