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L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. Democrazia violenta, l'ossimoro di Israele

Aggiornamento: 7 apr 2023

di Stefano Marengo


Non c’è purtroppo nulla di inatteso nella nuova deflagrazione di violenza che si è registrata con esasperata e sanguinosa continuità nell'ultima settimana in Cisgiordania.[1] Del resto, dall'inizio dell'anno, si sono susseguiti in maniera sempre più serrata i raid dell’esercito israeliano in città e campi profughi palestinesi. Come in ogni circolo vizioso, era nell’ordine delle cose che la controparte, esasperata, finisse per rispondere con rabbia e che questo, a sua volta, inducesse i governi e le forze armate di Tel Aviv ad operare con ancora maggiore durezza. Ed è di questa durezza che stiamo oggi vedendo i frutti. Nei primi due mesi del 2023, infatti, i palestinesi uccisi dai militari israeliani, tra cui almeno dodici bambini, sono stati oltre sessanta. Più di uno al giorno.


Villaggi palestinesi a ferro e a fuoco

Dove non arrivano i militari, si scatena poi il fanatismo dei coloni, che possono agire godendo della protezione dell’esercito e della benedizione delle alte sfere governative. Il 28 febbraio scorso, a seguito dell’uccisione di due giovani israeliani, questo fanatismo si è riversato sul villaggio di Huwara, non distante da Nablus. Bande di decine di coloni hanno dato fuoco a una settantina di abitazioni palestinesi e a centinaia di automobili. Il giorno successivo Bezalel Smotrich, ministro delle finanze di Israele, ha dichiarato: “Penso che il villaggio di Huwara debba essere cancellato”. Dall'altra parte, il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh verificava "sul campo" gli effetti della furia iconoclasta dei coloni israeliani. Nello stesso giorno, l'Autorità nazionale palestinese si è ritrovata in oggettiva difficoltà nel contrastare sul piano politico le affermazioni del governo israeliano per l'assenza del presidente palestinese Abu Mazen trasportato da Ramallah in ospedale per un grave malore con un elicottero giordano.

Nel frattempo, mentre la Cisgiordania è ancora una volta messa a ferro e fuoco, il governo Netanyahu incassa il primo sì al disegno di legge che introduce la pena di morte per "terrorismo".[2] La norma, si legge esplicitamente nel testo, riguarda “chi intenzionalmente o meno causa la morte di un cittadino israeliano, se l’atto è portato a termine per motivi razzisti o di odio allo scopo di danneggiare lo Stato di Israele e la rinascita del popolo ebraico nella sua patria”. In altre parole, se dovesse essere approvata, questa legge non si applicherà ai cittadini ebrei israeliani, che ne sono per definizione esclusi, ma essenzialmente ai palestinesi.


L'ambiguità della Suprema Corte

In questo clima rovente, all’interno di Israele proseguono le proteste per la riforma della giustizia portata avanti da Netanyahu, che vorrebbe nella sostanza assoggettare il potere giudiziario, a partire dalla Corte suprema, al controllo del potere esecutivo. Ogni sabato, da settimane, le piazze di Tel Aviv sono teatro di iniziative delle opposizioni mobilitate a difesa della democrazia e dello stato di diritto. Bisognerebbe però ragionare con sincera onestà intellettuale e affrontare la madre di tutte le domande, nel doveroso distinguo tra Stato di Israele e popolo ebraico: "di quale democrazia e di quale stato di diritto si deve parlare?

Lo ha fatto il giornalista israeliano Gideon Levy sulle colonne di Haaretz (https://www.haaretz.com/), rilevando come proprio la Corte suprema di Israele abbia spesso avuto un ruolo di primo piano nel legittimare, con i suoi silenzi, se non per consenso esplicito, le feroci politiche portate avanti dai governi di Tel Aviv contro i palestinesi, dalla colonizzazione dei territori occupati alle detenzioni amministrative senza processo, dall’espulsione di famiglie palestinesi dalle loro case e dalle loro terre fino alla stessa occupazione militare che dura ormai da oltre mezzo secolo. La Corte suprema, conclude Levy, ha boicottato la democrazia, anziché presidiarla.


Netanyhau è solo la parte più visibile del problema

Se tutto questo ci mostra quanto le questioni interne israeliane siano sempre indissolubilmente legate alla questione palestinese, non bisogna cedere alla narrazione, consolatoria, da un lato, e propagandistica, dall’altro, secondo la quale tutti i problemi deriverebbero dall’estrema destra al governo. Molti, in Israele e all’estero, vorrebbero addossare a Netanyahu l’intera responsabilità di ciò che accade. Ci si dimentica – o si finge di dimenticare – che le opposizioni di oggi erano in passato al governo, e dal governo hanno soltanto attenuato le politiche di occupazione nel solco tracciato dal 1948 della sicurezza sopra ogni cosa. Infatti, quando si arriva alla questione palestinese, nessun governo israeliano ha mai rispettato le disposizioni delle Nazioni Unite, ossia il diritto internazionale. Ad esempio, nessun governo israeliano ha mai dato corso alle risoluzioni che sanciscono il diritto al ritorno nelle loro terre degli oltre 700mila palestinesi e dei loro eredi espulsi, appunto, nel 1948. Nessun governo israeliano ha mai inteso rispettare le risoluzioni ONU che, all’indomani della guerra dei "sei giorni" del 1967, hanno sancito l’obbligo per Israele di ritirarsi entro i confini precedenti il conflitto (la cosiddetta "green line"). E ancora, nessun governo israeliano ha mai rispettato i principi sanciti dalle Nazioni Unite che vietano l’annessione di territori occupati militarmente (come invece è avvenuto per Gerusalemme Est) e la loro colonizzazione. A questo proposito giova ricordare che nemmeno l'allora primo ministro Yitzhak Rabin, premio Nobel per la Pace nel 1994, all’indomani degli accordi di Oslo, fermò la costruzione di insediamenti in Cisgiordania e a Gaza.

Il problema non è Benjamin Netanyahu, né tantomeno la moglie assediata giorni fa dalla folla arrabbiata, mentre era dal parrucchiere per una messa in piega.[3] O meglio, Netanyahu è parte di un problema ben più ampio che riguarda il progetto sionista e la sua realizzazione storica come stato di Israele. Ci si può forse azzardare a sostenere che oggi stanno infine venendo alla luce nel modo più virulento tutte le formidabili contraddizioni di un’ideologia che, mentre si presenta come democratica e fondata sul diritto, privilegia allo stesso tempo un preciso gruppo etnico e religioso a discapito di un altro. ll privilegio amputa in automatico democrazia e stato di diritto e trasferisce gli altri, nella migliore delle ipotesi, nel girone di serie B. Se a ciò si nega anche il diritto all’autodeterminazione, democrazia e stato di diritto risultano incompatibili con la prassi politica.


La sinistra israeliana e il rifiuto del sionismo

Nella violenza che tutto ciò produce non bisogna tuttavia perdere di vista i segni di speranza che, seppure timidamente, ogni tanto si palesano. Per quanto costituiscano una minoranza, esistono nella società israeliana personalità e organizzazioni che stanno seriamente facendo i conti con le contraddizioni del sionismo e si stanno muovendo nella direzione del suo abbandono, o quantomeno del suo superamento. Consapevoli che la democrazia esclude il privilegio, sanno che uno stato democratico potrà essere costruito soltanto mettendo al centro i cittadini e i loro pari diritti, indipendentemente dalla provenienza etnica e religiosa di ciascuno. Ed è significativo che ampi settori della società palestinese, specie tra le generazioni più giovani, hanno da tempo intrapreso un percorso analogo, sottraendosi e letali tentazioni estremistiche.

Archiviata la velleità della "soluzione a due stati" – che, se mai è stata possibile, è definitivamente naufragata con la colonizzazione massiccia della Cisgiordania da parte di Israele – tanti palestinesi stanno sempre più declinando la loro lotta di liberazione nazionale come lotta per la democrazia e i diritti. È oggi di fondamentale importanza che queste esperienze trovino una convergenza anche politica nel progetto di uno stato unico binazionale, uno stato laico, ossia di tutti i suoi cittadini. Solo se questo progetto vedrà la luce si potrà un giorno avere la pace secondo giustizia.


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