Iran: i Mojahedin assaltano il quartier generale di Khamenei
- Vice
- 24 feb
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di Vice

Studenti iraniani che protestano davanti a numerose università, da Teheran a Mashhad, Isfahan e Yazd, distruggendo le foto dei leader del regime dai libri di testo e scandendo slogan antiregime nel ricordo dei caduti durante i disordini del gennaio scorso. Una protesta contro si riversa immediata la reazione delle forze antisommossa che sparano sugli studenti dalle loro come si vede nelle immagini sui social.[1]
Assalto all'alba di ieri, lunedì 23 febbraio, al quartier generale della Guida Suprema Khamenei a Teheran, culminato in una serie di combattimenti con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) da parte dei Mojahedin del Popolo. Scontri che avrebbero provocato un centinaio di morti. La notizia è stata data dal Comando centrale dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (PMOI/MEK), rimbalzata a Parigi, nella sede del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (CNRI/NCRI), guidato da Maryam Rajavi e divulgata agli iraniani all'estero. Non sono ancora note le identità delle vittime, feriti e arrestati tra i combattenti dei Mojahedin, ma il PMOI ha assicurato che saranno forniti il prima possibile alle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
A due giorni dall'incontro (terzo round) di giovedì 26 febbraio, tra le delegazioni iraniana e statunitense sulla questione nucleare, confermato dal ministro degli Esteri dell'Oman, Badr Albusaidi, l'Iran sembra essere ripiombato nella spirale della violenta contestazione contro il governo degli ayatollah che ha caratterizzato l'inizio dell'anno. Una fiammata casuale? O c'è una stretta correlazione con le voci di una prossima azione militare degli Usa contro Teheran? Da settimane, infatti, nelle acque del mare Arabico settentrionale, con la presenza della portaerei USS Abraham e la scorta di cacciatorpediniere, e nel Mediterraneo orientale che attende davanti alle coste israeliane il posizionamento dell'altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, lo spiegamento di forze d'attacco voluto dal presidente Trump è impressionante. Tra l'altro, proprio ieri l'ambasciata USA in Libano ha effettuato l'evacuazione del suo personale dall'aeroporto internazionale Rafik Hariri di Beirut; una misura precauzionale per anticipare una possibile evoluzione di guerra nell'area mediorientale, come riporta l'emittente libanese LBCI, che riprende anche voci di funzionari di Tel Aviv, secondo cui l'attacco all'Iran è più vicino che mai. Una possibilità che nelle dichiarazioni riportate dai quotidiani iraniani non viene scartata dagli stessi vertici di Teheran che da giorni continuano a ostentare sicurezza sulle capacità di difendersi dai raid americani. In proposito, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha scritto su X che "L'Iran è impegnato per la pace e la stabilità nella regione," tuttavia "continua a monitorare attentamente le azioni degli Stati Uniti e a prepararsi per qualsiasi possibile scenario". In proposito, come riportato da Reuters, l'Iran sarebbe vicino all'acquisto di missili da crociera antinave supersonici dalla Cina, mentre domenica scorsa, il Financial Times ha reso pubblico un accordo segreto di armi da 500 milioni di euro con la Russia per migliaia di missili avanzati a spalla.
L'Iran si prepara a sfidare gli Usa? Il portavoce della Casa Bianca è stato esplicito con chi gli chiedeva se Trump considera l'Iran una minaccia, osservando che se nel Paese si canta 'Morte all'America', ci si chieda se si tratta di una minaccia o meno. Cori interpretati all'opposto da Mir Mohammad Alikhan, presentato come primo musulmano fondatore di una banca d'investimento a Wall Street, che di recente ha partecipato alle manifestazioni per l'anniversario della rivoluzione islamica dell'11 febbraio 1979. Come riporta Tehran Times, per Alikhan i cori non sono l'espressione di un odio cieco, "ma come una posizione di sfida contro l'imperialismo". Prosegue la testimonianza: ho sentito il battito di un popolo "che ha sopportato tanto ma rimane indissolubile. Tutti i miti propagati dai media occidentali - che gli iraniani sarebbero contro il loro governo, che desiderassero un "cambio di regime"—si sono sgretolati davanti ai miei occhi. Non era propaganda; era la realtà. Erano cittadini comuni che mostravano un sostegno incrollabile alla loro leadership, celebrando una rivoluzione che li liberava dalle catene della monarchia e della marionetta straniera".
Dove si colloca la verità tra il racconto di Alikhan, certamente interessato a costruire rapporti finanziarie con il governo iraniano, e gli scontri e assalti pianificati con l'uso di bombe e armi da fuoco dai Mojahedin del Popolo dell’Iran che non hanno esitato a mettere sotto scacco il complesso residenziale Motahari, presidiato da circa 8mila militari? Non un complesso qualunque, ma quello che ospita il quartier generale di Khamenei e una lista lunghissima di sedi istituzionali: dalla residenza di Mojtaba Khamenei (figlio di Khamenei) al Consiglio dei Guardiani, all’Assemblea degli Esperti, all’ufficio centrale della magistratura, all’ufficio centrale del Ministro dell’Intelligence, al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e al Consiglio per il Discernimento. Affermano ancora Mojahedin che "le perdite nemiche sono segnalate come ingenti, ma non sono disponibili cifre precise. Il traffico di ambulanze diretto all’interno del complesso, scortato da unità speciali, è proseguito fino a mezzogiorno di lunedì". Un'altra alba di speranza per ritrovare la democrazia a Teheran.
Note
[1] Instagram













































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