Tra synth e umanità: Eugenio Valente, l’artigiano musicale che sfida l’AI
- Rosanna Caraci
- 19 ore fa
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di Rosanna Caraci

Empatia, studi, passione e l’elettronica diventa qualcosa di molto personale, di vivo, di versatile, così potente da stravolgere il luogo comune secondo cui la tecnologia applicata alla musica e alla creatività altro non fa che raffreddarle e renderle impersonali.
Eugenio Valente, Eugene, ha collaborato come produttore e session-man con una vasta gamma di artisti italiani e internazionali, tra cui Marco Machera, Garbo, Goblin Rebirth, Gazebo, Andy Bluvertigo, Luca Urbani, Orlando, Renzo Rubino, Luca Faggella, Elettra, e Anna Tatangelo.
Incontrato poco prima del concerto con Garbo allo Ziggy Club di Torino, Eugene si racconta:
“Da circa sei anni io e Garbo suoniamo insieme: lo accompagno nella presentazione dei suoi lavori. All’inizio abbiamo riproposto l’album A Berlino va bene in versione completamente elettronica, poi c’è stato anche il tour dell’ultimo disco, Nel vuoto. Adesso stiamo facendo una sorta di compendio di tutta l’esperienza accumulata in questi anni. Parallelamente, con Andy dei Bluvertigo abbiamo un duo che si chiama NDGN: lì uniamo i nostri repertori e rivisitiamo anche cover di artisti che amiamo. È un laboratorio completamente aperto: non ci sono scadenze né vincoli discografici, quindi lavoriamo in totale libertà.
Quindi la sperimentazione è alla base di questo progetto?
Sì, assolutamente. Durante i concerti possiamo fare un brano mio, uno di Andy… In questo periodo non suoniamo brani dei Bluvertigo perché Andy è in tour con la band, ed è giusto così. Ma il repertorio non manca: possiamo anche reinterpretare artisti come Battiato. Ad esempio abbiamo pubblicato delle cover de L’esodo e L’animale: testi che, riletti oggi, fanno davvero impressione. L’esodo, soprattutto, sembra scritto per i tempi attuali, pur essendo un brano dell’82.
Negli anni ’80 Garbo si chiedeva “A Berlino, che giorno è?”. Secondo te esiste un luogo simbolo simile nel mondo di oggi?
Credo che oggi ci sia ancora più smarrimento. Tra l’altro Garbo, quando scrisse A Berlino va bene, nella città simbolo di un'epoca, la città di "Ich bin ein Berliner" di kennediana memoria, non c’era mai stato: il suo era un viaggio mentale. Poi, grazie a Mr. Fantasy e alla EMI, andò lì a girare il videoclip e a vivere davvero quell’atmosfera. All’epoca Berlino Ovest era ben definita, con una forte identità.
E oggi che città è diventata?
Oggi è tutto più omologato: ad Alexanderplatz trovi un McDonald’s, e questo dice molto. Negli ultimi anni Berlino è stata vista come una città “magica” per la scena elettronica, ma secondo me spesso è stata un po’ mitizzata. Io l’ho frequentata tra il 2009 e il 2011, ho anche suonato al Popkomm, ma mi sembrava più hype che sostanza.

Si è persa l’autenticità per farne una meta mitizzata per giovani, forse cedendo al marketing a scapito della vera sostanza di Berlino, che è poi quella che affascinava decenni fa.
Paradossalmente, quando era una città più inquieta e divisa, quella tensione generava energia creativa. Artisti come David Bowie, Iggy Pop o Lou Reed andavano lì anche perché potevano vivere indisturbati. C’era un blocco culturale forte: la musica occidentale era limitata, e veniva promossa soprattutto la musica classica. Non a caso Battiato in Alexander Platz cita Schubert: non è un vezzo, ma un riferimento concreto a quel contesto.
Parliamo di tecnologia: tra iperconnessione e intelligenza artificiale, aiutano o dobbiamo preoccuparci?
Per me la tecnologia è sempre stata uno strumento utile. Finché serve alla creatività, ben venga. Il problema nasce quando pretende di sostituirla. Far creare un brano a un’app di AI non significa aver scritto o prodotto musica. Oggi questi software possono persino imitare la tua voce senza che tu entri in studio. Non è il solito discorso nostalgico: pittura e fotografia hanno trovato un equilibrio. Qui invece vedo molta pigrizia.
Qual è il rischio più prossimo?
Sui social tutti si definiscono artisti: basta una foto o un contenuto qualsiasi. Lo stesso succede con la musica: si dà un prompt all’AI e si ottiene un prodotto, ma non è artigianato. Io credo ancora nell’elemento umano. Alla lunga, spero che si riconosca la differenza. Serve educazione, formazione, consapevolezza.
Tu sei autodidatta, giusto?
Sì. Ho iniziato a suonare il pianoforte a quattro anni, ma non ho mai frequentato conservatori. Il mio approccio è sempre stato istintivo. Da piccolo vedevo i miei compagni alle prese con il solfeggio e mi passava la voglia! Preferivo ascoltare Vangelis o i Pink Floyd e suonarci sopra.
Ultima domanda: i movimenti musicali del passato — prog, punk, new wave — avevano una forte identità. Oggi a che punto siamo?
Siamo nel caos… e anche nel cosmo, in un certo senso. Un tempo i movimenti nascevano senza connessioni immediate: artisti diversi creavano qualcosa di simile senza saperlo. Oggi siamo tutti iperconnessi, sempre online, sempre aggiornati. Ma un movimento nasce da un sentire comune, da un’esigenza condivisa. Oggi le influenze sono talmente tante che tutto si mescola. Le mode durano pochissimo.
Sembra esserci un rabbioso ritorno al punk…
Quando sento parlare di punk oggi, mi viene da sorridere: è qualcosa di molto distante dal contesto originale. Quindi sì, siamo nel caos. Benvenuti nel caos!













































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