Per passione, non solo musica e parole...
- a cura del Baccelliere
- 13 ore fa
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Gli instancabili salti della "Pulce", bassista ai confini del jazz contemporaneo
a cura del Baccelliere

ll disco Honora che Flea ha da poco pubblicato dimostra quanto il mondo della musica sia oggi assai fluido. Flea, nato in Australia come Michael Peter Balzary e da tempo attivo in California, è noto come bassista dei Red Hot Chili Peppers, una delle rock band più popolari tra quelle nate nel periodo a cavallo degli anni ‘80 e ‘90. Lavoro molto personale, quasi intimo, Honora si muove ai confini fra il jazz contemporaneo, una certa attitudine cameristica e suggestioni ambient.
Impegnato, oltre che al basso, alla tromba, Flea si allontana dalla sua comfort zone. Bassista originale, è stato uno dei primi ad integrare le ritmiche funky nel rock duro. Il suo slap si è amalgamato con la chitarra distorta di Jack Frusciante, costituendo una specie di marchio di fabbrica della band.
Il soprannome Flea - la pulce - gli era stato affibbiato da ragazzo a causa della sua incapacità di stare fermo. L’agitazione, nel musicista diventato adulto, si è tradotta in curiosità. Un episodio degli inizi della sua carriera ha dell’emblematico. Lo ha ricordato Josef Woodward nell’intervista che gli ha dedicato sul numero di aprile della rivista americana Down Beat[1].
Nel 1988 Bruce Weber realizzò un documentario su Chet Baker. In una scena compare un gruppo di punk. Uno di loro parla del suo amore per Dizzy Gillespie. È Flea, poco più che ventenne, non ancora famoso. Nella scena successiva lo si vede al bar in compagnia dello stesso Baker. Bevono qualcosa e insieme intonano la melodia di Joy spring[2]. Questo a testimoniare quanto Flea abbia amato questa musica - e la tromba - in tempi non sospetti. Di questa passione per la tromba si trova più di una traccia nei dischi dei Chili Peppers e, anche se deve la notorietà al suo ruolo in una influentissima rock band, Flea ha sempre mostrato uno sguardo aperto su tutto l’universo musicale.
Il linguaggio di questo disco è lontano dai Chili Peppers. Non siamo di fronte alla rockstar annoiata che si concede una breve vacanza in territori non suoi. Il disco rappresenta un cambio di prospettiva. Nei Chili Peppers il basso di Flea è il motore che trascina la band. In Honora il clima è diverso, le strutture sono meno prevedibili e la musica è improntata all’ascolto reciproco. Flea non presenta un percorso lineare, ma una specie di taccuino sonoro, fatto di episodi, stati d’animo, esplorazioni. Si passa dalla forma canzone, cui si dedicano gli ospiti Thom Yorke, Traffic lights[3], e Nick Cave, Wichita Lineman[4], ai quasi otto minuti di A plea, nervosi, carichi di strappi e improvvisazioni[5]. I brani con Yorke e Cave portano con sé una riconoscibilità, una scrittura più definita, quasi un’idea che orienta l’ascoltatore. Però non diventano mai il centro del disco: sono episodi dentro un flusso più ampio.
Per Flea Honora è una specie di ritorno a casa. Con i Chili Peppers ha costruito qualcosa di potente ma anche di estremamente strutturato. Architetture rigide dalle quali è difficile uscire. Questo disco rappresenta un sussulto di libertà, legato alle radici musicali del suo autore - e forse anche a quelle emotive. Un sussulto di libertà che idealmente chiude il disco e il cerchio del lavoro di Flea, quella Free as I want to be per la quale ha coinvolto docenti e studenti del Conservatorio di Silverlake[6].
Note
[1] Gli è stata dedicata anche la copertina https://archive.maherpublications.com/view/673700409/
[2] La più nota composizione di Clifford Brown, idolo dei trombettisti a sua volta












































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