Innominabili vicende di oggi: riemerge la questione morale
- Nicola Rossiello
- 19 ore fa
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Le parole profetiche di Enrico Berlinguer
di Nicola Rossiello

Quarantacinque anni dopo Berlinguer, l'Italia si rispecchia ancora nelle stesse parole, e fatica a riconoscersi.
Il 28 luglio del 1981, Eugenio Scalfari siede davanti a Enrico Berlinguer e gli chiede: perché la questione morale è al centro del problema italiano? Il segretario del PCI - Aldo Moro e con lui il compromesso storico - risponde con una frase destinata a non invecchiare mai: «I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero.»
Leggiamola di nuovo, lentamente, cambiamo mentalmente il tempo verbale, da "sono" a "restano", e diciamoci se suona falsa. Non suona falsa, suona come un documento appena scritto.
Berlinguer non stava parlando di ladri da mettere incarcerare, stava descrivendo qualcosa di strutturalmente più grave: «La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro.»
Berlinguer parlava di occupazione dello Stato, non di corruzione episodica, non mele marce in un cesto sano, ma di un sistema, di una filosofia del potere che aveva trasformato le istituzioni in patrimonio di partito, la res publica in res privata collettiva.
Era il 1981 e undici anni dopo sarebbe arrivata l'inchiesta Mani Pulite a confermare ogni parola. Poi la Seconda Repubblica ha promesso di voltare pagina e invece ha voltato solo il foglio, ricominciando a scrivere la stessa storia con inchiostro diverso.
Oggi la diagnosi di Berlinguer non ha bisogno di essere attualizzata perché basta guardare i numeri. Nel corso del 2025 sono state registrate 96 nuove indagini per corruzione e concussione, in media otto al mese, per un totale di 1.028 persone indagate, quasi il doppio dell'anno precedente. È un dato fotografato dall'associazione Libera nel suo dossier annuale che descrive una corruzione ormai sistemica e strutturata, inserita in meccanismi stabili, e che finisce per minare la fiducia nelle istituzioni e degradare la qualità della democrazia.
Ma la corruzione penale, quella che finisce nei tribunali, è soltanto la punta dello spettro del visibile. Berlinguer lo sapeva già allora: il vero problema non è il singolo corrotto, è il sistema che lo produce, lo protegge e spesso lo premia. I partiti continuano spesso a selezionare candidati sulla base di logiche di potere, perpetuando un sistema che produce inevitabilmente nuovi scandali.
La forma è cambiata. Nell'era della Prima Repubblica il sistema si reggeva su grandi partiti di massa che intermediavano il rapporto tra interessi economici e potere politico, ma dopo Tangentopoli, quella forma è crollata, e la corruzione sempre più diverge dal modello di Mani Pulite: gli scambi illegali sono ancora organizzati in reti stabili, ma ora vengono gestiti da "squadre" più che da singoli individui, con il politico che si muove in comunanza di interessi con il corruttore. Stesso vizio, architettura diversa, ma con un’aggravante perché oggi non si disdegnano i rapporti strutturato con la zona grigia e con quella palesemente espressa dalle mafie.
Berlinguer aveva un'immagine per descrivere il destino possibile dell'Italia: la palude. «Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.»
Quella palude, oggi, ha un nome preciso: astensionismo. È la risposta silenziosa e devastante di milioni di cittadini a decenni di promesse disattese, di facce nuove con vizi vecchi, di rivoluzioni che durano una stagione elettorale.
I dati parlano da soli, alle politiche del 2022 ha votato il 63,9% degli italiani, la partecipazione più bassa della storia repubblicana. Alle europee del giugno 2024, per la prima volta il Paese è sceso sotto il 50%, con un'affluenza del 48,3%. Nelle regionali del novembre 2025, con un'affluenza scesa sotto al 45% nelle tre regioni coinvolte, si è materializzata la più bassa mobilitazione elettorale registrata in una tornata regionale in Italia. Il referendum recente fa storia a sé.
Non è apatia, è qualcosa di più attivo e più doloroso. Sette italiani su dieci dichiarano di non sentirsi rappresentati dalla classe politica, e uno su tre lo sostiene senza esitazione. Cresce la convinzione che "tutti i politici siano uguali e nel frattempo, l'Italia è agli ultimi posti in Europa per fiducia nei partiti (13%) e nel Parlamento (18%), secondo Eurobarometro. Non è un capriccio generazionale, è la sedimentazione di una delusione storica.
Il parallelismo tra il 1981 e oggi sarebbe consolante se servisse a dire "siamo sempre stati così", ma non è questo il punto. Il punto è che Berlinguer aveva identificato un'uscita: la politica come etica, come servizio, come passione civile, non come professione, non come ascensore sociale, non come gara di potere camuffata da ideologia.
Berlinguer sosteneva con forza l'idea dell'etica nella politica e ci credeva davvero. Non accettava la scissione tra il campo della morale e quello della politica, quella scissione per cui la politica diventa carriera, successo, potere, forse anche corruzione.
Quella scissione, oggi, è diventata prassi accettata. Si celebra il "politico di professione" come se fosse una categoria neutra, e si tollera la commistione tra interessi privati e ruoli pubblici come inevitabile, e si normalizza l'idea che chiunque vada al potere, prima o poi, si adatti al sistema. Il cinismo di massa è il lascito più pesante di quarant'anni di politica senza etica.
E il paradosso è crudele perché più i cittadini si allontanano dalla politica, più la politica diventa terreno esclusivo di chi ha interesse a occuparla non per servire, ma per servirsene.
Berlinguer non era un moralista da sacrestia ma un politico che capiva che senza rigore etico non esiste progetto politico credibile. La questione morale non era per lui un tema separato dalla questione sociale, economica, democratica, era una condizione di possibilità.
La domanda di rappresentanza, partecipazione e trasparenza degli italiani resta forte, ma ciò che manca è la capacità del sistema politico di rispondere in modo convincente a queste aspettative. Non manca la domanda di politica buona, manca l'offerta.
Quarantacinque anni fa un uomo che credeva nel potere dell'etica pubblica disse che i partiti avevano degenerato. Lo dissero in molti che esagerava, che era moralista, che faceva propaganda. Poi arrivò Tangentopoli e gli diedero ragione postuma, poi arrivò la Seconda Repubblica e ci illudemmo che bastasse cambiare le etichette, poi arrivarono altri scandali, altre promesse, altri volti nuovi che invecchiarono male.
Oggi siamo qui, con mille indagati all'anno, con metà del Paese che non va più a votare, con una democrazia che, esattamente come aveva previsto Berlinguer, sta soffocando nella palude, mentre dovrebbe sviluppare gli anticorpi per fronteggiare le minacce del tecnofeudalesimo che si sta diffondendo e sta divorando i Governi e gli Stati.
La questione morale non è mai finita, non l'abbiamo risolta, abbiamo solo smesso di chiamarla con il suo nome.
Enrico Berlinguer morì l'11 giugno 1984, durante un comizio a Padova. Aveva 61 anni. Le sue parole ne hanno molti di più, e non mostrano rughe.













































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